News per Miccia corta

19 - 07 - 2008

100 anni fa nasceva Vittorini, l`uomo che si ribelló a Togliatti

 

(Liberazione,  19 luglio 2008)

 

 


 

 

 

 

Alberto Abruzzese

 



La lettera di Togliatti a Vittorini, direttore dell'epico "Politecnico"? Vittorini? Ma «chi era costui?», dice la media degli studenti dispersi nella landa desolata delle patrie universitá . Un lume di memoria per Togliatti? Forse, ma Vittorini a volte si trova in libreria, mentre gli scritti di Togliatti, come oggetti da edicola, sono assai meno vendibili. Questo la dice giá  lunga su una delle possibili differenze tra narratori e politici: uno scarto di attualitá . Gli scritti dei primi, persino modesti come quelli di Vittorini, tornano qualche volta ad essere attuali o comunque letti per il fatto di appartenere al tempo sfasato della letteratura, mentre gli scritti dei secondi, buoni o cattivi che siano, è assai raro che possano tornare in vita, proprio per il fatto di essersi bruciati, nobilmente o ignobilmente, nel tempo vivo della politica, nelle necessitá  del suo giorno per giorno. Oggi Vittorini e Togliatti interessano letterati e politici? Sarebbe un gran bene averli dimenticati, se dell'oblio fossimo capaci di sfruttare il lato creativo e inventivo, l'innovazione che ci serve. Purtroppo non è cosí.

 

Ma s'è davvero smesso di riesumar cadaveri nella speranza che possano dirci ancora qualcosa? La letteratura non puó, forse non deve: è costretta a citare e riprodursi, lavorare sulla memoria di se stessa. La politica sembra invece che ci stia riuscendo. I vecchi quadri della sinistra - che a volte sembrano reduci raccolti intorno al fuoco per raccontarsi le ferite e gli oltraggi subiti e tacere di quelli inferti - dialogano ormai di fatti personali, senza piú citare i grandi padri delle loro chiese. Seppur dolorosamente memori di Craxi o Togliatti o De Gasperi o addirittura Gramsci e Marx, alla fin fine sono della stessa pasta di politici che parlano a parlamento e stampa senza piú bisogno di riferirsi a maestri di pensiero. Molti - per malafortuna - non ne hanno mai avuti, altri hanno fatto di necessitá  virtú e si guardano bene da dire di averne ancora qualche memoria. Anche qui: una grande occasione, smettere di avere bisogno di padri, si trasforma in povertá  invece che ricchezza.

 

Con questa urgenza di essere irriverente e tendenzioso, sto urtando la sensibilitá  del lettore. Ma lo faccio per mettere sale sulle nostre ferite e discutere davvero. Datemi torto. Devo dire qualcosa sul caso Togliatti-Vittorini? Non lo farei se non me lo avesse chiesto Liberazione con qualche ironia credo sui miei peccati giovanili di "italianista" al seguito di Alberto Asor Rosa. Il quale, dei valori che stanno dietro a una questione come questa aveva fatto piazza pulita o quasi giá  nel '65, con Scrittori e Popolo ; libro di cui gli saró grato per sempre, ma che - essendo quel suo "quasi" di allora cresciuto poi come un macigno - è divenuto motivo di cruccio per quanto è stata tradita la sua promessa di svilupparsi in ben altro discorso politico.

 

Sto dunque cercando di rileggere testi e cronache di quell'evento clamoroso che fu il litigio tra Togliatti e Vittorini, insorti l'un l'altro su quale fosse il danno che una rivista di cultura potesse portare alla politica comunista e cosa la politica potesse o dovesse fare per non soffocare la cultura, dato per bene universale e per ció stesso intangibile come i diritti dell'uomo. Leggendo ora, dopo tanto tempo, fatico a capire e in ogni caso, anche quando mi pare di capire, fatico a farmi prendere dal loro stile e tono. E persino dal loro spirito d'annata, sapore ormai perduto di roba fatta in casa del peggiore idealismo italiano: roba trivial-elitaria, assai piú contadina che operaia, piú piccolo borghese che borghese. Ma cucinata, sembrerebbe, con grande generositá  e speranza.

 

A rileggerli adesso, quei ragionamenti, provo un misto di incanto e disincanto: di ammirazione per qualcosa che, da allora, sembra scomparso per sempre e insieme di rigetto per ció che - tempo nuovo terribilmente simile a quel qualcosa di allora, peggio: quasi una sua grottesca realizzazione - ne occupa ora il posto. Tanto che tornare su quelle pagine cosí nobili rispetto alle bassezze dei nostri attuali leader produce un curioso ribaltamento: il bastardo tempo del nostro presente, vuoto di teoria e di azioni, non ci appare come negazione ma piena conferma, sviluppo, disvelamento quasi, di quel tempo in cui invece la storia sembrava appena cominciata e promettente. Capace di promettere. E di essere responsabile. La tristezza che si prova nel leggere le astrazioni di buona volontá  di quel tempo si mescola con la certezza che lo spettacolo di cui ora siamo parte nasce da lí.

 

Il "Politecnico": come è possibile che il brevissimo arco delle sue pubblicazioni - tre anni, 1945-1947 - sia bastato a creare un mito nazionale di cosí grande e lunga fortuna, un mito obbligato, divenuto luogo comune della storiografia ma anche, almeno sino a qualche lustro fa, di ricorrenti dibattiti e polemiche sui rapporti tra intellettuali e politica, un mito che (cercate Vittorini e Togliatti su Google) si trova vivo ancora oggi tra gli irriducibili dell'impegno democratico di sinistra? Risposta: il "Politecnico" era una rivista bella, un oggetto di qualitá , impaginata bene, disegnata da un grafico d'eccezione, aperta al nuovo e alla pluralitá  dei linguaggi (qui, ad esempio, Oreste del Buono cominció a parlare di fumetto), ricca di firme, interessata all'attualitá . Tuttavia, e rileggere i testi, una rivista molto piú bella nella forma che nei contenuti.

 

Questi, per quanto nuovi, stringi stringi rientravano nella tradizione e nel ruolo delle riviste italiane. La forma segnó invece una gran differenza, e di fatto il carattere internazionale dello "stile moderno" adottato dalla rivista era il vero contenuto innovativo del gruppo di operatori raccolti intorno al "Politecnico". Badate bene: di bella grafica gli anni trenta fascisti non avevano difettato, ma la ventata resistenziale stava giá  cominciando a deprezzare le avanguardie e a rivendicare l'ideologia del realismo: si pensi alla tristezza da funzionari della rivista ufficiale del Pci, il "Contemporaneo".

 

Fu anche uno stile - piú dei valori dell'industria che del lavoro, piú del creativo che del burocrate - che, ripreso per lungo tempo da altre riviste degli anni Cinquanta (sino a "Civiltá  delle Macchine") e oltre, nulla aveva e mai avrebbe avuto a che vedere con la sciatteria e il disordine che sono state la cifra dominante in quasi tutti gli ambienti politici e militanti della sinistra. Almeno sino a quando i siti di queste organizzazioni di base non sono andati scomparendo. Altra ragione della fortuna della rivista nella memoria di sinistra: roba d'élite, roba che riguardava gli interessi di ceti intellettuali e professionali progressisti. Roba che funzionava da blasone di distinzione di ceto - una estetica velata di rigore etico - con la carta in regola di schierarsi dalla parte dei lavoratori e del genere umano. Insomma quel tipo di gente che, preoccupata di perdere gli stessi privilegi, oggi va a fare girotondi.

 

E proprio su questo piano, a rileggere Togliatti e Vittorini, non si capisce piú chi avesse ragione e chi torto. Forse l'unico ad avere ragione, prima e dopo di loro, è stato Walter Benjamin con la sua ben nota tesi secondo la quale gli intellettuali che si schieravano con il movimento operaio per solidarietá  erano oggettivamente fascisti. Le tesi, a loro modo quasi benjaminiane, di alcuni appunti di Gramsci sul rapporto tra intellettuali e stampa o editoria di massa sarebbero state rese note molto tempo dopo le "pifferate" di Togliatti e Vittorini. E sarebbero state lette e travisate con lo sguardo nazional-populista della neo istituita Commissione culturale del Pci (che, con molte cautele, aveva deciso la pubblicazione dei Quaderni ).

 

Certo, s'è tentati da questa tesi: dietro allo scontro emblematico tra Togliatti e Vittorini (e, se vi piace ricordare, non si dimentichi un uomo chiave della politica culturale comunista come Alicata) c'era - ulteriore motivo della fama attribuita a questo episodio - una lotta tra ceti intellettuali e ceti politici giá  in pieno sviluppo durante il regime fascista (e non irrilevante motivo dell'inclinazione a sinistra di intellettuali tradizionali, stretti sempre piú nella morsa tra stato e industria). Questa sí che sarebbe una bella linea di indagine. Per domandarci: che fine ha fatto oggi lo scontro - anche solo di interesse, lasciamo perdere quello ideale, che rispetto al primo dice poco e troppo mente - tra il mestiere dell'intellettuale e il mestiere del politico? Tra il mestiere del cortigiano e il mestiere delle armi?

 

 

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