News per Miccia corta

16 - 07 - 2008

L'album di famiglia delle BR

 

 

 

 ("Il Riformista")

 





Michele Anselmi




A tratti sembra una rimpatriata di sessantenni, neanche troppo ingrigiti. Scherzano, intonano vecchi inni anti-Nato, gustano i cappelletti e la polenta col cinghiale, bevono lambrusco, sotto lo sguardo della ostessa, che li ricorda poco piú che ventenni. Quasi stenti a credere che lí, alla trattoria "da Gianni" di Costaferrata di Casina, sulle montagne attorno a Reggio Emilia, una settantina di "compagni" di vario culto marxista, molti dei quali radiati dal Pci, nel 1970 decisero di passare alla clandestinitá  per fondare le Brigate rosse.

Una sorta di congresso, per nulla clandestino, tra canti di "Bella ciao" e letture collettive del "Che". Ma non fu una burletta, alla luce di quanto sarebbe avvenuto di lí a poco. Cinque di quei cospiratori in erba sono tornati oggi in quella trattoria per rievocare e riflettere. Tre, Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli e Roberto Ognibene, imboccarono la strada della lotta armata, pagando col carcere la scelta dissennata. Due, Paolo Rozzi e Annibale Viappiani, si ritrassero in tempo: l'uno pilota il IV Municipio di Reggio, l'altro è un dirigente della Fiom-Cgil. "Ma per un filo non siamo passati dall'altra parte", ammette il sindacalista.

Il documentario di Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella si chiama "Il sol dell'avvenire", lo si vedrá  al festival di Locarno. Naturalmente il titolo, ironico ma non troppo, spiega molto, perché ci fu davvero un momento in cui quei ragazzi cresciuti nella Fgci pensarono di sovvertire il "social capitalismo" delle loro zone sposando la causa della rivoluzione proletaria. Pensate: a quei tempi, il Pci reggiano contava 60 mila iscritti e 260 sezioni, fresca era la ferita dei cinque operai uccisi in piazza dalla polizia, il 7 luglio 1960, presto celebrati dalla ballata resistenziale di Fausto Amodei: "Morti di Reggio Emilia / uscite dalla fossa / fuori con noi a cantar / Bandiera Rossa".

Il filmato è istruttivo, misurato, anche bello, per alcuni versi inquietante. Perché, nel ricostruire la nascita del cosiddetto gruppo dell'appartamento, ci fa capire come il passaggio dal Pci legalitario di Longo (vicesegretario Berlinguer) all'utopia armata di Sinistra Proletaria (nucleo delle future Br) non fu solo un impazzimento ideologico con relativa deriva criminale. L'album di famiglia c'era, eccome, anche se due di quei cinque, e con loro Adelmo Cervi, figlio di uno dei sette fratelli uccisi dai nazifascisti, seppero sottrarsi al progetto sovversivo. "Nessuno pensava che dieci scimuniti come noi potessero prendere il potere, l'idea era di far scoppiare le contraddizioni dentro il Pci", scandisce ora Franceschini. "Per fortuna", aggiunge, "non andó cosí, sennó Pol Pot impallidiva". Risate.

Il gruppo prese il nome dall'appartamento nel centro di Reggio affittato in quei mesi del 1969 per farne il cuore di un laboratorio politico nel quale elaborare nuove strategie di lotta, chiamando a raccolta gli scontenti del Pci, i militanti di Pot Op, del Manifesto, del Cpm, i maosti, i posadisti, qualche cattolico dissidente. Ad esempio il quasi novantenne Corrado Corghi, ex dirigente della Dc, rammenta bene quei ragazzi, specie Franceschini, intelligenza vivace, giá  con piglio da leader. Libero dopo diciotto anni di carcere, l'ex bierre fa un po' da Virgilio in questo viaggio dentro la Reggio della sua gioventú. Una cittá  dove le strade portano i nomi di Marx, Tito, Ibarruri. A pochi chilometri di distanza, a Cavriago, il paesino che diede i natali a Orietta Berti, resiste una piazza Lenin con busto in bronzo del capo bolscevico, tutt'ora "sindaco onorario".

ሠin quel contesto storico-geografico, dove l'efficienza amministrativa del Pci non riesce a far pace con il sentimento della "Resistenza tradita", che Franceschini e i suoi amici vagheggiano l'insurrezione comunista. Ma per farla servono le armi, e anche una vecchia Luger ricevuta in regalo da un segretario di sezione, tal Attolini, puó servire. Proprio quell'arma, impugnata da una mano guantata, Franceschini poserá  sulla guancia del sequestrato Idalgo Macchiarini, nel 1972, per la fotografia di rito.

"Noi non siamo stati terroristi", protesta Paroli, mai dissociatosi dalle Br. Oggi dipinge in chiave terapeutica, in un suo quadro compare il cadavere di Mara Cagol coperto da un telo, l'uomo sembra vacillare solo nel rievocare la morte di un "traditore" strangolato in carcere (neanche un pensiero alle vittime, spesso inconsapevoli, delle loro pistole). Giustamente, sui titoli di coda, una serie di fotografie atroci ricorda allo spettatore la piega presa dagli eventi, dal sequestro Sossi all'uccisione di D'Antona. Un brivido salutare, tra tante pacche sulle spalle e i "non ricordo" di chi ha preferito non farsi intervistare.

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