News per Miccia corta

12 - 07 - 2008

La lotta armata, la giustizia, la vendetta, il patibolo

 

(Liberazione, 12 giugno 2008)

 



 

Piero Sansonetti




Vari giornali, nei giorni scorsi, hanno posto la questione del nostro amico Paolo Persichetti, condannato anni fa per concorso in omicidio (l'uccisione del generale Licio Giorgieri, avvenuta nel 1987), il quale da circa un mese gode della semilibertá  e lavora con noi a «Liberazione». Ha ottenuto la semilibertá  da un tribunale che ha applicato la legge Gozzini, avendo prima di tutto verificato che esistessero le condizioni - oggettive - di legge per la semilibertá , e avendo poi espresso una sua valutazione soggettiva.

Critiche alla decisione del tribunale (e alla nostra decisione di far lavorare Paolo Persichetti con noi) sono venute dalla signora Giorgia Pellegrini Giorgieri, vedova del generale, e poi da diversi opinionisti. Naturalmente esprimo il massimo rispetto per le opinioni e i sentimenti della signora Giorgieri, la quale da molti anni soffre per un dolore fortissimo e che non puó essere cancellato. Vorrei invece rispondere ad alcune considerazioni di Sergio Romano, commentatore autorevolissimo del «Corriere della Sera», non solo perché il suo articolo di ieri (piú precisamente la risposta a un lettore, pubblicata nella quotidiana rubrica di lettere che Romano cura) chiama direttamente in causa questo giornale; ma anche per la stima vera che ho nei suoi confronti e perché ho sempre apprezzato la sua capacitá  di argomentare (anche se non sempre ho condiviso i suoi argomenti).

Sergio Romano in sostanza riconosce la validitá  della legge Gozzini (che prevede riduzioni di pena per i carcerati che abbiano scontato, con buona condotta, una parte consistente della condanna) e tuttavia eccepisce sui benefici concessi a persone che siano state riconosciute colpevoli di terrorismo e non abbiano in qualche modo dimostrato il proprio ravvedimento e la vergogna per il proprio passato. Infine critica la sinistra radicale, la quale in fondo - dice - ha sempre esercitato un eccessivo garantismo nei confronti di queste persone, dimostrando cosí una certa simpatia, o almeno tolleranza, verso il terrorismo. Per provare questa tesi, Sergio Romano cita il caso di Silvia Baraldini (anche lei, peraltro, collabora col nostro giornale) condannata ad una quarantina d'anni di prigione negli Stati Uniti, e poi estradata in Italia, e poi lasciata libera.

Cerco di rispondere con ordine. Partendo dal caso di Silvia Baraldini. Sono sicuro che se Romano conoscesse le carte del caso Baraldini non avrebbe dubbi sul fatto che nei confronti di Silvia c'è stata una vera e propria - e odiosa - persecuzione da parte di alcuni tribunali americani. Romano conosce meglio di me la giustizia negli Stati Uniti e meglio di me sa come quella americana sia - spesso - una giustizia che lascia molto a desiderare. Non perché sia troppo severa o troppo garantista. Perché è tutte e due le cose insieme, cioè molto garantista per alcuni (e in alcuni casi) molto ingiusta e feroce verso altri. Silvia non è mai stata condannata per nessun tipo di omicidio. Ha subíto una condanna per reati che, se giudicati in Italia, da un qualunque tribunale, non avrebbero comportato condanne superiori a pochi mesi di prigione. Si è beccata quasi l'ergastolo, ha scontato piú di vent'anni di carcere duro, in gran parte in condizioni terribili, isolamento, forme di detenzione vicine alla tortura, anche quando era gravemente ammalata di tumore. Punto. Ogni volta che rileggo la storia di Silvia e delle ingiustizie che ha subito, vengo colto da un fremito di rabbia e commozione.

Seconda questione, quella di Paolo Persichetti. E' stato assolto in primo grado e poi condannato in secondo per concorso morale in omicidio. E' innocente o colpevole? Ognuno puó avere le sue convinzioni, poi conta la decisione del tribunale. Colpevole. Benissimo. Non di avere ucciso il generale Giorgieri, ma di essere stato complice morale. Una differenza c'è. Ha subíto una condanna molto pesante, rispetto al reato. Piú di 20 anni. Ne ha scontata piú di metá  in carcere (senza tener conto degli anni dell'esilio in Francia). Su questa base ha ottenuto la semilibertá . Vuol dire che di giorno lavora e la sera torna il galera. Ha cercato e trovato un lavoro: presso di noi, visto che giá  quando era in carcere, collaborava con noi sulla base delle sue conoscenze, della sua cultura, e delle sue capacitá  professionali. Cosa c'è che non va? Non deve lavorare il detenuto semilibero? Non credo che Romano pensi questo. E allora dovrebbe trovarsi un lavoro meno gratificante? Sono sicuro che Romano non puó pensare nemmeno questo. Non puó supporre che il lavoro per un detenuto che ha avuto il diritto a godere della semilibertá  debba comunque essere in qualche modo punitivo. Il tribunale non gli ha inflitto un lavoro come punizione ma ha riconosciuto un suo diritto.

Allora dov'è la questione? La sinistra - mi sembra che dica l'editorialista del «Corriere» - è troppo tollerante con gli ex terroristi e non ha mai chiuso i conti con la lotta armata. Non so cosa rispondere. Penso che sia del tutto falso. Vengo dal Pci, dove ho militato per due decenni, e mi ricordo le battaglie che alcuni di noi combatterono negli anni di piombo: è vero, erano battaglie garantiste contro una linea del partito incredibilmente rigorista e talvolta giustizialista e forcaiola. Le leggi speciali, gli aggravi di pena, il fermo di polizia, i processi indiziari, un uso spericolato del pentitismo. Certo, col tempo quella posizione troppo rigida, e assai poco liberale, è stata superata da gran parte della sinistra. Non riesco a immaginare che questa sia un difetto.

E allora cosa resta delle critiche alla semilibertá  a Paolo? L'idea che non si è pentito, o non si è pentito abbastanza, o non lo ha dimostrato, e il fatto che la sua espiazione comunque ha un termine mentre l'espiazione delle vittime non lo ha, e allora non c'è proporzione tra colpa e pena.

Ecco, su questo davvero il mio dissenso è totale. Sul pentimento o meno, francamente, non credo che possa esserci un giudizio né da parte della legge, né dei giornali né di chiunque altro. Ciascuno di noi sa cosa ha fatto e cosa non ha fatto nella vita - la veritá  vera la conosce solo ciascuno di noi, non i tribunali - e ciascuno di noi sa perché ha fatto determinate cose, e sa se deve pentirsi o no, e sa come eventualmente deve pentirsi, e non ha nessun bisogno di esibire i suoi giudizi su se stesso, i suoi pensieri e la sua esistenza.

Quanto al rapporto tra pena e colpa, o stiamo attenti, o finiamo per chiedere per tutti la pena di morte. Voglio dire: capisco il dolore infinito (nel senso che non finisce mai) della signora Giorgieri. E le esprimo tutto il mio possibile affetto. Ma non ci puó essere una misurazione della pena che sia in proporzione diretta con il dolore che è stato inflitto alle vittime o ai parenti delle vittime. Il reato prescinde dal danno che provoca, e il giudizio è sul reato, non sul danno. Altrimenti non è piú legge ma è vendetta. Mi spiego: se prendo una mitragliatrice e sparo al supermercato, e uccido dieci bambini, commetto esattamente lo stesso delitto che commetto se prendo una mitragliatrice e sparo al supermercato e uccido tre vecchi ultracentenari. Giusto? Se ad un reato che ha prodotto un dolore infinito deve corrispondere una pena infinita, l'unica logica ragionevole è quella del patibolo. Questo peró è un sistema di pensiero giuridico che funziona in alcune civiltá  molto arretrate rispetto alla nostra. La nostra civiltá  giuridica da Cesare Beccaria e dalle sue grandi intuizioni filosofiche. Direi che conviene tenercela stretta.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori