News per Miccia corta

05 - 07 - 2008

Quel censimento etnico di settanta anni fa

 

 

 

(la Repubblica, sabato, 05 luglio 2008)

 

 


 

  

GAD LERNER




Cominció con un inaspettato censimento etnico, nel mezzo dell'estate di settant'anni fa, la vergognosa storia delle leggi razziali italiane. Alle prefetture fu diramata una circolare, in data 11 agosto 1938, disponendo una «esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle provincie del regno», da compiersi «con celeritá , precisione e massimo riserbo». La schedatura fu completata in una decina di giorni.

Furono 47.825 gli ebrei censiti sul territorio del regno, di cui 8.713 stranieri (nei confronti dei quali fu immediatamente decretata l'espulsione). Per la veritá  si trattava di cifre giá  note al Viminale. «Il censimento quindi fu destinato piú a sottomettere che a conoscere, piú a dimostrare che a valutare», scrive la storica francese Marie-Anne Matard-Bonucci ne L'Italia fascista e la persecuzione degli ebrei (il Mulino). Naturalmente, di fronte alle proteste dei malcapitati cittadini fatti oggetto di quella schedature etnica fu risposto che essa non aveva carattere persecutorio, anzi, sarebbe servita a proteggerli.

Nelle diversissime condizioni storiche, politiche e sociali di oggi, torna questo argomento beffardo e peloso: la rilevazione delle impronte ai bambini rom? Ma è una misura disposta nel loro interesse, contro la piaga dello sfruttamento minorile!

Si tratta di un artifizio retorico adoperato piú volte nella storia da parte dei fautori di misure discriminatorie: «Lo facciamo per il loro bene». A sostenere la raccolta delle impronte sono gli stessi che inneggiano allo sgombero delle baracche anche lá  dove si lasciano in mezzo alla strada donne incinte e bambini. Ma che importa, se il popolo è con noi? Lo so che proporre un'analogia fra l'Italia 1938 e l'Italia 2008 non solo è arduo, ma stride con la sensibilitá  dei piú. L'esperienza sollecita a distinguere fra l'innocenza degli ebrei e la colpevolezza dei rom. La percentuale di devianza riscontrabile fra gli zingari non è paragonabile allo stile di vita dei cittadini israeliti, settant'anni fa.

Eppure dovrebbero suonare familiari alle nostre orecchie contemporanee certi argomenti escogitati allora dalla propaganda razzista, circa le "tendenze del carattere ebraico". Li elenco cosí come riportati nel libro giá  citato: nomadismo e «repulsione congenita dell'idea di Stato»; assenza di scrupoli e aviditá ; intellettualismo esasperato; grande capacitá  ad adattarsi per mimetismo; sensualismo e immoralitá ; concezione tragica della vita e quindi aspirazioni rivoluzionarie, diffidenza, vittimismo, spirito polemico e cosí via.

Guarda caso, per primo veniva sempre il nomadismo. Seguito da quella che Gianfranco Fini, in un impeto lombrosiano, ha stigmatizzato come «non integrabilitá » di «certe etnie»; propense – per natura? per cultura? per commercio? – al ratto dei bambini. Il che ci impone di ricordare per l'ennesima volta che negli ultimi vent'anni non è stato mai dimostrato il sequestro di un bambino ad opera degli zingari.

Un'opinione pubblica aizzata a temere i rom piú della camorra, si trova cosí desensibilizzata di fronte al sopruso e all'ingiustizia quando essi si abbattono su una minoranza in cui si registrano percentuali di devianza superiori alla media. Tale è l'abitudine a considerare gli zingari nel loro insieme come popolo criminale, da giustificare ben piú che la nomina di "Commissari per l'emergenza nomadi", incaricati del nuovo censimento etnico. Un giornalista come Magdi Allam è giunto a mostrare stupore per la facilitá  con cui si è concesso il passaporto italiano a settantamila rom. Ignorando forse che si tratta di comunitá  residenti nella penisola da oltre cinquecento anni: troppo pochi per concedere loro la cittadinanza? Eppure sono cristiani come lui...

Il censimento etnico del 1938, «destinato piú a sottomettere che a conoscere, piú a dimostrare che a valutare», come ci ricorda Marie-Anne Matard-Bonucci, in ció non è molto dissimile dal censimento dei non meglio precisati "campi nomadi" del 2008. In conversazioni private lo confidano gli stessi funzionari prefettizi incaricati di eseguirlo: quasi dappertutto le schedature necessarie erano giá  state effettuate da tempo.

L'iniziativa in corso riveste dunque un carattere dimostrativo. E i responsabili delle forze dell'ordine procedono senza fretta, disobbedendo il piú possibile alla richiesta di prendere le impronte digitali anche ai minori non punibili, nella speranza di dilazionare cosí le misure che in teoria dovrebbero immediatamente conseguirne: evacuazione totale dei campi abusivi e di quelli autorizzati ma fuori norma; espulsione immediata dei nomadi extracomunitari e, dopo un soggiorno di tre mesi, anche dei nomadi comunitari. Si tratta di promesse elettorali che per essere rispettate implicherebbero un salto di qualitá  organizzativo e politico difficilmente sostenibile. Dove mandare gli abitanti delle baraccopoli italiane – pochissime delle quali "in regola" – se venissero davvero smantellate tutte in pochi mesi? Chi lo predica puó anche ipocritamente menare scandalo per il fatto che tanta povera gente, non tutti rom, non tutti stranieri, vivano fra i topi e l'immondizia. Ma sa benissimo di alludere a una "eliminazione del problema" che in altri tempi storici è sfociata nella deportazione e nello sterminio.

Un'insinuazione offensiva, la mia? Lo riconosco. Nessun leader politico italiano si dice favorevole alla "soluzione finale". Ma la deroga governativa al principio universalistico dei diritti di cittadinanza, sostenuta da giornali che esibiscono un linguaggio degno de "La Difesa della razza", aprono un varco all'inciviltá  futura.

Negli anni scorsi fu purtroppo facile preconizzare la deriva razzista in atto. Per questo sarebbe miope illudersi di posticipare la denuncia, magari nell'attesa che si plachi l'allarmismo e venga ridimensionata la piaga della microcriminalitá . Gli operatori sociali ci spiegano che sarebbe sbagliato manifestare indulgenza nei confronti dell'illegalitá  e dei comportamenti brutali contro le donne e i bambini, diffusi nelle comunitá  rom. Ma altrettanto pericoloso sarebbe manifestare indulgenza riguardo alla codificazione di norme palesemente discriminatorie, che incoraggiano l'odio e la guerra fra poveri.

Non si puó sommare abuso ad abuso di fronte ai maltrattamenti subiti dai bambini rom. Quando i figli degli italiani poveri venivano venduti per fare i mendicanti nelle strade di Londra, l'esule Giuseppe Mazzini si dedicó alla loro istruzione, non a raccogliere le loro impronte digitali. L'ipocrisia di schedarli "per il loro bene" serve solo a rivendicare come prassi sistematica, e non eccezionale, la revoca della patria potestá . Dopo le impronte, è la prossima tappa simbolica della "linea dura". Siccome i rom non sono come noi, l'unico modo di salvare i loro figli è portarglieli via: cosí si ragiona nel paese che liquida l'"integrazione" come utopia buonista.

A proposito del sempre piú diffuso impiego dispregiativo della parola "buonismo", vale infine la pena di evocare un'altra reminescenza dell'estate 1938. Chi ebbe il coraggio di criticare le leggi razziali fu allora tacciato di "pietismo". Con questa accusa furono espulsi circa mille tesserati dal Partito nazionale fascista. E allora viva il buonismo, viva il pietismo.

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