News per Miccia corta

04 - 07 - 2008

Vittime a senso unico. Spingendo la veritá  storica un po` piú in lá . Una lettera di Francesco Barilli a Mario Calabresi

 

 

 

Caro Calabresi,

ho letto da qualche settimana il suo libro, "Spingendo la notte piú in lá ", e volevo comunicarle alcune riflessioni. Innanzitutto una precisazione, che è corretto esporle subito affinché non si disperda fra le righe e perché non resti fra noi il velo dell'incomprensione. Ho 42 anni, non ho vissuto direttamente i fatti di cui le parleró; conosco Licia Pinelli e ho seguito il caso del marito per passione civile, cercando di tenermi lontano da tentazioni manichee.

Vengo ora al suo libro. Se è un racconto sul dolore personale, sull'elaborazione del lutto resa ancora piú faticosa dalla giovanissima etá  che lei aveva quando suo padre fu ucciso, il suo è un bel libro. Se è la ricostruzione di una parte della storia d'Italia (ripeto: di una parte, per di piú filtrata dalla sua soggettivitá ) è un lavoro dignitoso, che si confronta con i limiti di una rappresentazione parziale, valida nella misura in cui quei limiti li ammette con franchezza. Se pretende di essere "la" ricostruzione dei nostri anni '70 il valore è ancora inferiore.

Non credo che quest'ultima opzione fosse il suo intento, ma di fatto è quel che si è concretizzato sui media. Un'operazione negativa, e lei – anche riconoscendole di non avervi partecipato volontariamente – non puó sentirsi escluso dalle responsabilitá , essendo persona consapevole delle dinamiche dei media. Non puó sottrarsi al ruolo assegnatole di depositario di una veritá  costretto a rimuoverne un'altra.

Prima di leggere il suo libro mi era capitato di vederla un paio di volte in televisione. In entrambe le occasioni ha speso parole belle ma "scivolose" su Pino Pinelli, come se la storia dell'anarchico precipitato dalla questura milanese la notte del 15 dicembre '69 fosse rimasta impigliata alla vicenda di suo padre per un caso o per le bizze della storia. Leggendo il suo racconto speravo di trovare qualcosa di diverso, ma sono rimasto deluso. I toni sono rimasti partecipi, ma cosí pure l'atteggiamento sbrigativo, quasi da "è tutto chiaro, passiamo ad altro", verso una questione che resta irrisolta, al di lá  della famosa sentenza D'Ambrosio che attribuí quella morte ad un malore con slancio attivo. Glielo dico perché, indipendentemente da quel che si puó pensare delle conclusioni del magistrato, il caso Pinelli non lo si puó cristallizzare nell'istante della precipitazione da quella finestra. Esistono un prima e un dopo, e forse l'errore di questi 39 anni è stato concentrarsi su quel singolo istante senza saperlo o volerlo contestualizzare.

Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna contro suo padre fu quanto di piú sbagliato si possa immaginare, nei toni e nei contenuti. Sbagliata eticamente, intellettualmente e politicamente, perché finí col cementare l'opinione pubblica in una contrapposizione in cui interrogarsi se suo padre fosse o meno l'unico responsabile della morte di Pinelli, o se fosse o meno presente nell'istante della precipitazione. Si personalizzó una campagna di stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la  complessitá  della situazione e i reali obbiettivi di veritá  cui si doveva aspirare.

Lei potrá  obbiettare che la veritá  la si raggiunse con la sentenza del 1975, in cui D'Ambrosio salomonicamente escluse l'omicidio come il suicidio. Strano paese, l'Italia: dove speso la magistratura viene accusata di ingerenze nella vita pubblica, per poi delegarle acriticamente la ricerca della veritá , dimenticando che solo scopo dell'azione giudiziaria è l'accertamento dei fatti nei loro aspetti penalmente rilevanti. I giudici non sono i sacerdoti della veritá , ne sono i meccanici: assegnargli un ruolo salvifico significa caricare la loro coscienza di un peso insopportabile, col solo effetto di sgravare la nostra.

Quel che è in discussione non è tanto la sentenza (su cui ho i miei dubbi, ma parlarne risulterebbe dispersivo) quanto la sua effettiva portata, perché la vicenda Pinelli comincia prima di quell'ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge (e questo lo conferma pure la sentenza, pur se disponendo il proscioglimento del dottor Allegra perché il reato si era nel frattempo estinto per intervenuta amnistia). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell'immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l'acquiescenza di suo padre.

So che quest'ultima affermazione puó averla ferita: mi creda, non era mia intenzione. Cosí pure non è mia volontá  tentare una sgradevole graduatoria d'importanza o di gravitá  fra quelle due campagne denigratorie (subite da suo padre e da Pinelli), ma va sottolineato che a quella contro Luigi Calabresi parteciparono intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipó lo Stato, e forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva. Riconoscere e ricordare il fiume di fango versato su Pinelli e sugli anarchici sarebbe stato da parte sua un gesto non solo nobile, ma pure utile e particolarmente significativo.

Caro Calabresi, in precedenza le dicevo di averla vista in televisione in un paio di occasioni. Una di queste fu lo speciale di Ballaró sugli anni '70, lo scorso 23 gennaio. Oltre alle testimonianze in studio, nel corso della trasmissione fu mostrato un filmato che ripercorreva le tragedie di quel periodo. Qui, l'amara sorpresa: nessuna menzione per Varalli, Zibecchi, Brasili... Neppure per Roberto Franceschi, che proprio 35 anni prima, il 23 gennaio 1973, fu colpito mortalmente dalle forze dell'ordine al termine di una contestata assemblea del movimento studentesco. Una sentenza civile del 1999, superando un muro di omertá  e falsitá , affermó con chiarezza le responsabilitá  della polizia, escludendo l'uso legitimo delle armi. In quella puntata di Ballaró, se non altro per la coincidenza temporale, mi sarei aspettato una citazione almeno del caso Franceschi. Cosí non è stato.

Sia chiaro: non si tratta di considerare i morti come pesi da buttare sui piatti della bilancia per raggiungere l'equilibrio, e neppure di contrapporre lutti ad altri lutti. In altre parole, non vorrei un Ballaró "compensativo": la storia non la si fa con un macabro pallottoliere, e cercare oggi il punto d'equilibrio su quella bilancia è operazione antistorica e pericolosa. Credo peró sia altrettanto pericoloso rimuovere dalla storia d'Italia il fatto che le lotte sociali – da Portella delle Ginestre alla fine degli anni '70 – hanno prodotto un enorme tributo di tragedie.

Per vicissitudini personali ho avuto modo di ascoltare le storie di molti parenti di quelle vittime. Ho letto i loro racconti, ho raccolto memorie di dolori ed esperienze. Sono molte le cose che ho trovato in comune; alcune riguardano la dimensione collettiva, altre quella personale. Fra queste, il timore che quelle vicende finiscano nella pattumiera della storia, dimenticate o riscritte in modo sciatto o strumentale.

Nel suo libro lei lamenta la mancanza di un luogo dove la memoria delle tragedie degli anni '70 sia conservata, arrivando ad essere condivisa e – di conseguenza – sintomo di vera pacificazione nazionale. In quella sua ipotesi di luogo della memoria resterebbero peró esclusi i Franceschi, Varalli, Zibecchi, i morti di Avola, quelli di Reggio Emilia e molti altri, di cui non fa menzione. Si tratterebbe di una sorta di operazione che ricalca quella intrapresa in Sudafrica senza saperne ripercorrere il percorso (tortuoso e faticoso, ma anche il solo che sappia portare a un risultato, tenendosi lontano dalle tentazioni di scorciatoie), di una memoria strabica e incompleta. E una memoria parziale è destinata a rimuoverne altre. Ricordo cosa scrisse Ferdinando Camon: "quando le tragedie della storia si confondono e il ragazzo interrogato a scuola nel datare un avvenimento sbaglia di tre secoli, vuol dire che non fanno piú male: che ci siano state o non ci siano state non fa nessuna differenza".

Caro Calabresi, credo che la notte, prima di spingerla piú in lá  e dirsi pronti a un nuovo giorno, la si debba capire, senza ricordarne solo quella parte di oscuritá  che ha sconvolto la nostra vita. Questa è la riflessione che le chiedo di fare e la saluto cordialmente, nella speranza di una sua risposta.

 

Francesco "baro" Barilli

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori