News per Miccia corta

26 - 06 - 2008

L'Italia scopre tardi la scrittrice Goliarda Sapienza

 

(la Repubblica, mercoledí, 25 giugno 2008)

 


 


 

 

 

Si intitola "L'arte della gioia" e torna ora in libreria dopo la morte dell'autrice e dopo i successi clamorosi in Francia, Spagna e Germania

Modesta, questo il nome dell'eroina, che da bambina poverissima diventa principessa, fu definita "la Gattoparda"

 

DARIA GALATERIA




Che eleganza! e chi la riconosce piú Rebibbia. E' il 1980, e la droga, e le politiche, hanno cambiato tutto; ci sono figlie di papá  che leggono Simone de Beauvoir, bevono thè e si ungono al sole («er sole de Rebibbia è famoso ner mondo»). Ma lei no, non è a rota, in disintossicazione, tanto che all'inizio hanno pensato che fosse una spia. «Ci ha 'na fissa, ma non è un'infame», decidono peró subito le anziane, all'ora d'aria; certo è la prima volta che viene, che ha dato prima il nome e poi il cognome: Goliarda Sapienza.

Goliarda, un nome dannunziano che la perseguita da tutta la vita, e ha una sfumatura fascista, dato proprio a lei, che ha avuto «tutte le fate della sinistra» a presiedere alla sua nascita. La madre, Maria Giudice, segretaria della camera del Lavoro di Torino, quando non poteva occuparsi dei suoi otto figli - per andare a scioperare, o trovandosi magari in galera con Terracini - li lasciava a balia a Antonio Gramsci, giovane redattore del Grido del Popolo, che lei dirigeva.

Mandata in Sicilia durante uno sciopero di contadini a riorganizzare il partito socialista, aveva conosciuto uno dei suoi dirigenti, Giuseppe Sapienza detto Peppino, avvocato dei poveri e grande penalista; in famiglia si raccontava che era stato consulente di Ataturk per la Costituzione che dará  il voto alle donne turche giá  negli anni Venti. Goliarda, Maria Giudice la aveva avuta da Peppino. Peppino era stato un padre speciale; non aveva mandato Goliarda a scuola (fascista), e la sosteneva con fiducia incrollabile nella carriera di attrice.

Goliarda doveva debuttare in Cosí è se vi pare a Roma, dove era con la madre che si nascondeva nei luoghi piú impensati per sfuggire alla polizia nazista; il padre le scrisse dal carcere - dove si trovava, per antifascismo, in quella primavera del '42: «Non essere modesta. Tu non hai nulla da invidiare alla piú grandi attrici passate e future, che di presenti non ce ne sono».

Chissá  se Modesta, il nome dell'eroina dell'Arte della gioia, il romanzo-capolavoro di Goliarda Sapienza, viene da quella lettera. Certo il nome è un'antifrasi; il personaggio (definito da Adele Cambria, quando il romanzo era ancora inedito, «la Gattoparda») è tra i memorabili del Novecento, e trapassa, in seicento pagine, da bambina di una Sicilia primitiva e poverissima a principessa, all'antifascismo all'anarchia all'arte («Ah, sei tu la famosa principessa? Allora è vero! Scusa, compagna, ma chi ci crede piú alle principesse siciliane!»).

Guerra-e-pace in Sicilia, saga del Novecento e mito, libro epopea, L'arte della gioia è anche e soprattutto una rappresentazione di pupi siciliani. Tutto avviene infatti senza respiro e senza motivazioni, in una specie di giostra magica, dai ritmi «diastolici». I brevi capitoli snodano ogni volta una sorpresa, gravidanze perlopiú extraconiugali, padri sconosciuti e subito incestuosi, e sempre nuove seduzioni, di uomini, donne, monache, nobili e mezzadri; e anche mostri che è conveniente sposare, personaggi anodini portatori di marxismo, o belle che inducono il virus della disillusione dall'ideologia e dall'impegno («Fu cosí che Modesta lasció l'attivitá  piú entusiasmante che avesse mai gustato. Non c'era rosolio piú dolce, o pane appena sfornato, o saliva d'amante che poteva reggere il confronto con quel vento di vita, di pienezza»).

Il romanzo Goliarda lo aveva cominciato nel 1967, quando una fase della sua vita si chiudeva - attrice (Senso), moglie per 17 anni del regista Citto Maselli, i «salotti» che «sporcano la scrittura» - e arrivava il suo nuovo, definitivo compagno, Angelo Pellegrino. Racconta Pellegrino che, una delle prime volte che saliva le scale di Goliarda, a via Denza, si imbatté in una cassapanca del Settecento austriaco, pignorata nel corso di una vertenza sindacale con una donna di servizio da troppo tempo non pagata - amatissima peraltro e affezionata. Per dieci anni, Goliarda visse impoverendosi, e scrivendo; leggeva il libro a una sua amica giovanissima, e anche al distinto e sensibile portiere di via Denza.

Si sa che il manoscritto dell'Arte della gioia fu rifiutato dagli editori. Goliarda arrivó a sollecitare il soccorso di Pertini; il padre Peppino Sapienza lo aveva aiutato a fuggire, insieme a Saragat, dal braccio tedesco di Regina Coeli il 25 gennaio del '44 - fuga incruenta, di destrezza, mediante moduli falsificati. Il presidente Pertini era dunque un amico: ma neanche lui riuscí a far pubblicare un'opera troppo vasta, troppo anarchica, troppo letteraria e sapiente, dal respiro troppo forte e troppo femminile, che si apriva nella solare Sicilia del 1900 con lo stupro di una piccola di quattro anni e finiva, col '68, a ribadire l'universo dei sensi e l'etica della ribellione avendo rovesciato nella sua corsa tutti i mondi riconosciuti, patriarcato, mafia, religioni, partiti, e tutte le ipocrisie.

E si sa bene a quale espediente estremo si risolse Goliarda per farsi pubblicare. Rubó dei gioielli a un'amica ricca, ma in modo da essere rintracciata; fu arrestata ai primi di ottobre del 1980, e dall'esperienza del carcere nacque un piccolo, forte capolavoro che vide finalmente la luce da Rizzoli, L'Universitá  di Rebibbia («ma che stai a dí? 'Na pazza, me pari!», le dicono le vicine di cella, quando lei spiega che quel furto è stato «un acting out da manuale, un grido d'allarme, una richiesta d'aiuto»). Se non conosci i manicomi, l'ospedale e il carcere non puoi capire nulla, le aveva detto sua madre.

Goliarda non c'era piú da due anni, quando Angelo Pellegrino, a sue spese, pubblicó L'Arte della gioia per i tipi di Stampa Alternativa. Ma sono state le edizioni tedesca, francese e spagnola a rilanciare in Italia, di rimbalzo, questo romanzo - rivelazione, roman total, romanzo «pieno di febbre», con la «vertigine del trascorrere accelerato delle generazioni», scrivono oltralpe (duemila copie vendute in Francia il primo giorno). Cosí, ecco oggi l'edizione Einaudi (pagg. 540, euro 20), con l'introduzione, la commozione e ancora un po' l'ira di Angelo Pellegrino (il maggior critico italiano aveva detto del romanzo: «E' un cumulo di iniquitá ») e il saggio, anche molto bello, di Domenico Scarpa - «L'Arte della gioia è un romanzo incestuoso, che risponde all'impulso di correggere la propria vita capovolgendola, cioè partorendo i propri genitori per mezzo della scrittura»: Goliarda che aveva tanto desiderato dei figli (Ignazio Buttitta le aveva scritto una volta: «Goliarda, ca è matri di tutti e un havi figghi»).

Maria Giudice compare col suo nome, nel romanzo. C'è la socialista russa Angelica Balabanov, che fu sua amica, e pure Carlo Civardi, il militante anarchico da cui Maria Giudice aveva avuto, in libera unione, i primi sette figli. E Modesta, nata il primo gennaio del 1900, è un po' Maria Giudice, e molto Goliarda Sapienza, che è di un quarto di secolo dopo. La gioia è peró quella di Goliarda, senza le sue depressioni e le malinconie; la «carusa tosta» con la faccia intensa di Senso - non quella collassata comparsa sui giornali all'epoca del furto. La corsa avida di Modesta attraverso la Storia ha i colori della sinistra libertaria, ma la veritá  ultima è nei sensi: «Il mare è una chiana d'acqua blu, e niente che chiude la vista», le spiegano, quando è piccola; ma solo dopo l'amore Modesta puó dire: «Ora so cos'è il mare».

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