News per Miccia corta

24 - 06 - 2008

L'elettrochoc antisemita

 

(la Repubblica, martedí, 24 giugno 2008)

 

 

 

 

Parla Marie-Anne Matard-Bonucci: "Cosí Mussolini voleva rivitalizzare il regime totalitario e trasformare il carattere della popolazione"

 

Un saggio della studiosa francese sottolinea la mèta del dittatore: trasformare i cittadini in uomini capaci di odiare il nemico

 

Il Duce nel costruire ex-novo la dottrina antiebraica nostrana, pensa al successo di Hitler, ma vuol presentarla come ideologia made-in-Italy

 

 

 

SUSANNA NIRENSTEIN

 




Il 15 luglio 1938, esattamente settanta anni fa, sul Giornale d'Italia usciva un testo anonimo poi passato alla storia come il Manifesto della razza, redatto, come si seppe pochi giorni dopo, da dieci scienziati, voluto dal Capo, il Duce. Il 25 luglio il Partito fascista fa sua ufficialmente l'idea che gli «ebrei non appartengono alla razza italiana». Il 5 settembre partono i primi provvedimenti antisemiti; leggi dure, piú ancora di quelle naziste di Norimberga. I bambini e i ragazzi ebrei vengono espulsi dalle scuole, e cosí i professori; molti professioni e impieghi sono vietati; il patrimonio limitato, piú tardi proibito e espropriato; gli ebrei stranieri, in gran parte rifugiati, costretti ad andarsene. Lo scandalo avrebbe dovuto essere enorme: non sono dispositivi lievi, «all'italiana», «di facciata». Invece non vi furono proteste, se non quelle degli ebrei. La normativa antisemita applicata meticolosamente, porterá  alla miseria, all'emigrazione, al suicidio; il tragitto si concluderá  con la deportazione e la morte di 7.658 ebrei, un quarto di una comunitá  di 32.200 persone presenti nel "˜43, contando quelli delle isole del mar Egeo sotto il dominio fascista. Questi, in pochissime e scarne parole, i fatti.

Ma passiamo alle considerazioni. Come fu possibile una svolta tanto brutale che colpiva, con rapiditá  ed efficienza, una collettivitá  cosí profondamente integrata? Gli ebrei, dall'Unitá  in poi, avevano partecipato attivamente e con soddisfazione reciproca alla vita dello Stato, alle guerre, alla cultura, all'economia. E perché poi una popolazione non ostile agli ebrei, fu testimone silenziosa e spesso complice dell'esclusione e della vessazione? Domande universali, le stesse a cui vuole dare risposta Marie-Anne Matard-Bonucci, docente all'Universitá  di Grenoble II, nel suo L'Italia fascista e la persecuzione degli ebrei (il Mulino, pagg. 514, euro 29). Il cuore del suo ragionamento è che il «momento antisemita» italiano, in rottura netta con la tradizione liberale ed anche con quella fascista, rispose alle necessitá  congiunturali di un regime, in affanno di consenso, che aveva bisogno di rivitalizzare la dinamica totalitaria con una mobilitazione aggressiva diretta a creare l'uomo nuovo fascista.

Professoressa, le leggi nacquero oppure no da un sostrato antisemita giá  presente nei geni del fascismo come ha sostenuto lo storico Michele Sarfatti?

«Dopo l'Unitá  d'Italia, la storia degli ebrei è piú che altro una storia di integrazione. I sentimenti avversi esistono, ma sono molto meno importanti che in altri paesi. Il fascismo non è antisemita né quando arriva al potere, né nei suoi programmi successivi, se non nelle frange estreme. Persino un antisemita filotedesco come Giulio Cogni, nel "˜36-'37, scrive che l'antisemitismo è inimmaginabile in Italia. Chi avesse nutrito un'ideologia del genere, semplicemente non sarebbe stato in linea col Partito. Sarfatti ha dato un contributo notevole alla storia dell'antisemitismo fascista, ma insiste su una continuitá  ideologica su cui non sono d'accordo».

Allora lei si sente piú vicina a De Felice, che poneva l'accento sulla decisione di Mussolini di dare una "coscienza razziale" all'Italia per trasformarla in una "grande potenza" formata da cittadini che si sentissero "superiori" e determinati ad imporsi con la forza?

«De Felice ha scritto il primo fondamentale libro di storia dell'antisemitismo fascista, ma forse ha sottovalutato l'importanza e la durezza dell'applicazione delle norme e della persecuzione. A volte riprende gli argomenti spesi dagli stessi fascisti nel "˜38, come quello della continuitá  dell'antisemitismo con il razzismo coloniale».

Furono due fenomeni separati?

«Credo che la grave politica applicata in Etiopia da un punto di vista ideologico appartenga a un altro registro. Contro i neri si sviluppa una teoria di inferioritá  dell'altro. Nell'antisemitismo c'è una spinta diversa, la paura dell'altro, visto come un uguale, anzi, quasi superiore. I due razzismi si avvicinano (e qui concordo con De Felice) solo perché vogliono trasformare il carattere dei cittadini, compiere una rivoluzione antropologica e fabbricare l'italiano nuovo, capace, come dice Mussolini, di "odiare il nemico". Un aspetto che ritroviamo nella lotta al "pietismo" verso gli ebrei: chi veniva considerato un "pietista", chi dimostrava qualche solidarietá , era buttato fuori dal Partito».

Quanto influí invece la Germania?

«Penso che il suo peso sia stato sottovalutato. E' vero che Berlino non fece pressioni, ma giá  nel "˜36 la fascinazione per la Germania è forte. L'Italia nel costruire l'antisemitismo di stato pensa al successo che questo aveva avuto e aveva in Germania, anche se vuole presentarlo come un'ideologia made in Italy. Al contrario c'è una sorta di trasposizione culturale e solo poco a poco, con il concorso degli intellettuali e dei politici che si sentono chiamati a un compito prioritario, si definirá  una dottrina italiana. All'inizio si guarda alla Germania».

Le leggi furono piú dure di quelle di Norimberga. Perché?

«Per la volontá  di radicalizzare il sistema politico, di creare una societá  totalitaria, di avere degli italiani capaci di tagliare i legami affettivi, professionali e mettersi nella posizione dei persecutori. Per la determinazione di chiudere con una tradizione di umanitarismo, per trasformare, ripeto, il carattere della popolazione. Mussolini è stato in Germania ed è tornato impressionato dalla velocitá  del cambiamento, dalla compattezza della societá : allora decide di accelerare la metamorfosi del suo paese con una specie di elettrochoc. E, questo è il fatto "straordinario", il suo messaggio, nel regime totalitario, funziona: in poco tempo gli ebrei diventano dei paria».

Alcuni storici lo giudicano un totalitarismo imperfetto, dove accanto al Duce ci sono comunque un Papa e un Re.

«Non era perfetto, compiuto, ma il progetto totalitario di Mussolini era chiaro: concepito fin dalle origini, ebbe fasi alterne. Lo stesso Mussolini alla fine rimpiangeva di non aver trasformato come voleva il popolo italiano e vedeva nella Chiesa uno dei fattori frenanti piú forti. Comunque né il Papa né il Re si opposero alle leggi razziali, e questa per il fascismo fu una vittoria su Vaticano e monarchia».

Le leggi furono declinate secondo un parametro biologico, come quelle tedesche. Ma si prevedevano i "discriminati", i meno colpiti, per meriti patriottici. Come si combinano le due cose, l'anima biologica e quella ideale, che si rifaceva alla storia comune, alle guerre?

«I discriminati ci dicono delle difficoltá  che il regime sentiva di avere. L'impostazione biologica all'inizio è quella prevalente. Poi gli intellettuali cercano di appropriarsi del discorso razziale declinandolo in vari modi, meno tedeschi: l'importante è allinearsi, partecipando attivamente. Evola, pur riferendosi a quello biologico, imposta un razzismo "spirituale" piú vicino al progetto di rivoluzione antropologica. Altri, come Giacomo Acerbo e Vincenzo Mazzei, lo rivestono di nazionalismo. Altri ancora cercano i fondamenti nella tradizione cattolica».

Quanto contó il secolare antigiudaismo cattolico?

«Poco o niente nella decisione. Molto per la tradizione culturale su cui si sarebbe potuto contare in seguito. Sarebbe assurdo affermare che l'antisemitismo sia arrivato su un terreno vergine. Nel momento delle leggi peró, al contrario, ci fu la volontá  di chiudere con l'umanitarismo cattolico».

La propaganda, lei racconta, si fermó quasi subito, nei primi mesi del "˜39. Come mai?

«Perché l'antisemitismo del "˜38 è strumentale, serve a rilanciare la macchina totalitaria. Dopo si presentano altri fronti, e ben presto la guerra. L'argomento sembra esaurito, anche perché non era mai stato concepito per mobilitare le masse, ma piuttosto le élite».

Il segno di riconoscimento. Lei sottolinea che la stella gialla non fu imposta per «paura di una riprovazione pubblica». Dunque la coesione conquistata da Mussolini non era cosí totale.

«Capire cosa pensava la gente è sempre difficile. I rendiconti dei prefetti lasciano intravedere la perplessitá  della popolazione. La societá  non ancora come Mussolini desiderava. Per questo la vuole trasformare. Dovete imparare a odiare il nemico, dice, lo ripeto: e nel "˜37-'38 l'ebreo è il solo nemico pensabile perché tutta l'Europa di destra lo sta disegnando come tale. L'altro nemico non c'è piú: o è in carcere, o al confino, o all'estero».

Gli italiani accettarono le leggi e le applicarono.

«La societá  aveva capito che l'antisemitismo era una scelta politica importante a cui non ci si poteva opporre. Era un passo identitario per il regime e si impose per la sua forza definitiva e spietata».

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