News per Miccia corta

21 - 06 - 2008

«La Primavera di Praga era una speranza. Il Pci non la capí»

 

 

 

(Liberazione, sabato, 21 giugno 2008)

 


 


 

Vittorio Bonanni




Quarant'anni fa la Primavera di Praga. Iniziava infatti il 5 gennaio del 1968 l'esaltante tentativo di trasformare radicalmente l'esperienza socialista nell'allora Cecoslovacchia, stroncato il 20 agosto quando un corpo di spedizione sovietico e dei suoi alleati del Patto di Varsavia (ad eccezione della Romania) invase il paese di Franz Kafka. In Italia quella vicenda scosse dalle fondamenta il Partito comunista. Il segretario Luigi Longo condannó l'invasione ma alcuni dirigenti del partito decisero che quella presa di posizione non era sufficiente. Bisognava insomma dire di piú e cioè sostenere una volta per tutte che il socialismo reale in Urss e nei paesi satelliti era definitivamente fallito, dopo le speranze aperte con il XX° congresso del 1956. Quei compagni, che diedero poi vita al gruppo de il manifesto , furono radiati dal partito con l'accusa di frazionismo il 24 novembre 1969, dopo la pubblicazione, nel secondo numero della rivista omonima, dell'editoriale dal titolo "Praga è sola". Tra i protagonisti e le protagoniste di allora c'era Luciana Castellina. Giá  deputata nazionale ed europea del Pdup, poi del Pci e quindi di Rifondazione comunista, direttrice di Liberazione dal 1992 al 1994 e presidente della Commissione cultura del Parlamento europeo, Castellina ricorda bene quei fatti praghesi ormai lontani e non soltanto perché sono passati quarant'anni ma perché da allora il mondo è cambiato radicalmente. «E' importante ricordare, soprattutto ai piú giovani - dice Castellina - che quella proposta di cambiare il volto del socialismo burocratico come quello cecoslovacco veniva direttamente dai dirigenti del Partito comunista ceko. Che non misero per altro affatto in discussione l'appartenenza al blocco socialista e infatti, a differenza dei dirigenti della rivolta ungherese del 1956, non chiesero mai l'uscita dal Patto di Varsavia. La necessitá  di un'alternativa nacque dunque proprio all'interno dello stesso partito e ne animó la leadership. Insomma gli attori della primavera di Praga furono i dirigenti del partito nella loro stragrande maggioranza, e Breznev fu costretto a confrontarsi con loro.

 

Ci tieni molto a sottolineare che i promotori della Primavera erano comunisti...

Sí perché nella mitologia qualcuno puó pensare che quelli fossero dei marziani. E invece erano dei comunisti, e proprio per questa ragione la Primavera di Praga suscitó grandi speranze proprio fra i tanti comunisti che giá  nutrivano molti dubbi sul modello sovietico. In Italia in particolare.

 

Se, come dicevi, quei fatti suscitarono grandi speranze nei comunisti, il movimento giovanile, protagonista del '68, non se ne interessó molto...

Il movimento studentesco non si sentí coinvolto. Il dramma dell'invasione sovietica fu avvertito soprattutto nelle fila del Pci. I piú giovani se ne sentirono sostanzialmente estranei, per una duplice e contraddittoria ragione: per un verso perché non avevano mai nutrito fiducia nell'Urss, non si erano mai identificati con quel modello e dunque non se ne sentivano nemmeno traditi. Per un altro perché diffidavano della

"Primavera praghese", che sembrava loro troppo attratta dal sistema occidentale.

 

Come spieghi questo atteggiamento? Eppure quelle vicende avevano delle assonanze con il '68 occidentale? E i giovani praghesi scesero anche loro in piazza contro i carri armati sovietici?

Sí ma erano giovani con i quali i nostri non avevano grande affinitá . Ripeto: diffidavano di Alexander Dubcek perché lo consideravano troppo liberale. Soprattutto di Ota Sik, che era l'economista di Dubcek, lo consideravano troppo illuso delle bontá  del capitalismo e troppo vicino alle posizioni socialdemocratiche. E quel movimento che, in qualche modo, era anche un pó settario ed estremista, consideró la primavera di Praga in modo negativo. Ricordo le risoluzioni votate in merito dalle assemblee studentesche, nessuna simpatizzante con Praga. E un analogo atteggimento di distacco si produsse anche negli altri paesi. Ricordo un solo scritto che prendeva una posizione per molti versi analoga a quella assunta da noi de Il manifesto , un'intervista a Rudi Dutschke.

 

Per voi il rapporto con la Primavera fu completamente diverso...

Certamente. Noi pubblicammo sul giornale le tesi del congresso del Partito comunista cecoslovacco, approvate in un'assise tenuta clandestinamente in una fabbrica, proprio nelle stesso ore in cui le truppe sovietiche stavano entrando nel paese. Devo dire che per noi che venivamo del Pci fu un grande dramma e una delle cause maggiori della rottura con il partito. E, tornando al movimento studentesco, restammo esterrefatti di fronte alla scarsa attenzione e interesse che le assemblee dell'epoca mostrarono nei confronti di quella storia. Lo stesso Psiup prese una posizione molto piú arretrata del Pci, esprimendo una critica piú blanda all'invasione sovietica.

 

Come reagí il partito di Longo all'arrivo dei carri sovietici?

Fu molto scosso da questa vicenda e prese una posizione molto diversa da quella assunta da altri dirigenti del Pc sull'Ungheria. Che in effetti fu evento assai diverso per molte ragioni che sarebbe interessante una volta discutere. E peró la critica espressa dalla direzione del Pci, sebbene piú forte di quella di quasi tutti gli altri partiti comunisti, non fu certo sufficiente e noi infatti non la ritenemmo tale, Non si poteva limitarsi a dire che l'invasione era stato un grave errore, bisognava ormai dire con chiarezza che era il sistema stesso che non funzionava piú, che l'esperienza sovietica non era ormai piú riformabile. Al momento della rivolta ungherese, nonostante la gravitá  del comportamento sovietico anche in quell'occasione (ma è noto che non erano stati concordi, come si evince anche leggendo gli storici americani), c'era ancora motivo di speranza sul socialismo. C'era il nuovo corso di Kruscev, il 20° congresso con la denuncia dei crimini di Stalin, lo spettacolare avanzamento tcnologico dell'Urss (era l'epoca dello Sputnik), riforme economiche e politiche, e l'Urss appariva essenziale nel dar forza ai movimenti di liberazione nazionale del terzo mondo che muovevano i loro primi passi. E c'era un reale rischio di guerra: negli stessi giorni di Budapest, ricordiamolo, Francia e Inghilterra attaccarono l'Egitto di Nasser. Tutte cose che insomma facevano pensare che valesse ancora la pena difendere il socialismo reale. Quando arrivó il '68 a Praga c'erano stati invece gli anni tremendi di Breznev che avevano confermato che quell'esperienza era fallita. Tanto è vero che Berlinguer, un decennio dopo, nell'81, disse anche lui che si era esaurita la "spinta propulsiva" della rivoluzione d'ottobre.

 

Una presa di posizione troppo tardiva, non è vero Luciana?

Quel ritardo fu grave anche per un'altra ragione: perché quando ci fu la primavera di Praga quella eventuale rottura con l'Urss poteva avere un connotato di sinistra. Nell' '81 il mondo era giá  cambiato, la sinistra era stata giá  largamente battuta . La rottura, acquistava un significato completamente diverso. Nel '68, quando rompemmo noi con quel mondo, c'erano i movimenti di liberazione ovunque, il Vietnam che combatteva, la rivolta negli Stati Uniti, le vittorie operaie. Insomma tutto il pianeta andava a sinistra e la rottura con Mosca assumeva un tutt'altro significato.

 

Perché tante resistenze nel Pci?

Perché non lo fecero allora questo strappo è ancora un interrogativo aperto. Certamente ci fu una grande paura, sbagliata non c'è dubbio, ma che si puo' capire. Paura di abbondare un mito, come era quello dell'Unione Sovietica, che in quel grande partito di massa era ancora molto forte. Negli anni del fascismo la gente si era fatta ammazzare o aveva patito il carcere in nome di un socialismo che era impersonato anche dall'Urss. Ci fu indubbiamente il timore di aprire una ferita e, si sa, la paura non è mai buona consigliera.

 

Certamente la storia non si fa con i se o con i ma, ma credi che se il Pci avesse presa allora una posizione diversa anche le tormentate vicende del nostro paese potevano assumere un'altra piega?

Non c'è dubbio. Perché quel ritardo portó invece all'accelerazione della liquidazione della storia comunista. Sono state due facce della stessa medaglia. Mentre aver preso una posizione critica fin da subito avrebbe significato non subire lo shock dell'89. Per noi, che quel modello l'avevamo criticato da tempo, fu molto meno un trauma mentre lo fu per chi aveva continuato a pensare che quello era socialismo.

 

Tanto è vero che poi il Pci cambia il nome con la caduta del Muro di Berlino insieme ai tanti ex partiti comunisti dell'Est...

Esattamente. Voglio ricordare che una posizione molto piú avanzata fu presa dal Partito comunista svedese che infatti è uno dei partiti che ora, sia pure con un altro nome, Partito di sinistra, continua ad avere un peso non indifferente, intorno al 10-12% e che ha anche appoggiato dall'esterno i governi socialdemocratici. E anche il partito comunista australiano, con il quale noi de il manifesto avemmo uno scambio di messaggi.

 

Mentre da quelli che poi divennero i partiti dell'eurocomunismo, interlocutori di Berlinguer, non arrivarono segnali positivi...

No, il Partito comunista francese prese una posizione molto chiusa, e anche gli spagnoli non si comportarono diversamente.

 

Poi negli anni '80 arriva la perestroika di Gorbaciov. Anche lui, come Dubcek, puó essere considerato uno sconfitto, visto che il suo tentativo di riformare l'Urss ha portato al disfacimento della stessa. Credi si possano trovare delle assonanze tra le due esperienze?

Direi di no. Soprattutto perché Gorbaciov si trovó, nel paese, in una situazione di isolamento. A Praga invece ci fu un vero e proprio movimento di massa che coinvolse il paese e, come dicevo, il partito nel suo complesso.

 

Quando cade il Muro di Berlino la Cecoslovacchia, che successivamente si dividerá  in due stati, vive la cosiddetta "rivoluzione di velluto", con tutt'altre caratteristiche rispetto alla Primavera di Praga...

Certo, ma quella è tutta un'altra storia.

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