News per Miccia corta

19 - 06 - 2008

«Mi sento l`ultimo superstite ero in montagna e a Mauthausen. Ora tocca a voi difendere la libertá »

 

 

 

(Liberazione, 19 giugno 2008)

 


 

Tonino Bucci

 


 

Oggi ha 87 anni, portati con vitalitá . Interesse per la politica, acume, memoria storica, esercizio dell'eloquio - dote maturata nel corso della sua lunga professione di avvocato. Emozioni, nella sua vita, non ne sono mancate. E' nato nel 1921 a Imperia, anche se la sua cittá  adottiva è Genova dove risiede tuttora. Quando era poco piú che ventenne Raimondo Ricci era ufficiale di marina, «addetto alle comunicazioni in codice». Alle spalle aveva giá  un brillante corso di studi, «mi ero iscritto alla Scuola normale superiore di Pisa a diciott'anni. I miei genitori erano giá  morti entrambi. Mio padre, magistrato, era morto in Africa. Ero praticamente solo». Assiste all'8 settembre da una prospettiva particolare. «Pensi che ascoltai via radio le operazioni dei tedeschi mentre occupavano il porto di Genova».

La trafila che seguirá  è simile a quelli di tanti altri compagni di generazione all'indomani dell'8 settembre 1943: lo sbandamento, i primi tentativi di organizzare la Resistenza armata all'esercito nazista. La montagna, il carcere, la prigionia, le percosse e la tortura, la deportazione. Dopo la guerra si iscriverá  al Pci. E fará  l'avvocato in prima linea. Gli toccherá  difendere tanti ex partigiani da una persecuzione che oggi, forse, abbiamo dimenticato. «Negli anni della Guerra fredda erano guardati con sospetto. Molti subirono processi perché le loro azioni di lotta venivano considerate crimini». Raimondo Ricci è dirigente nazionale- vicepresidente vicario, per l'esattezza - dell'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani italiani che da domani terrá  a Gattatico (Reggio Emilia), nel Museo Cervi, la sua prima festa nazionale.

 

Cominciamo dall'inizio. Dov'era l'8 settembre 1943?

Ormai sono tra i pochi superstiti ancora in vita in Italia. Sono stato in galera, in campo di concentramento nazista. Ne ho passati di tutti i colori. Come è cominciata? Ero studente alla Normale di Pisa quando sono stato richiamato sotto le armi, nel '41. Dopo il corso sono stato designato ufficiale di marina. L'8 settembre ero al mio comando, quello di Imperia. Dall'ufficio cifra ho seguito l'occupazione tedesca del comando Marina di Genova. Il giorno dopo i tedeschi sono arrivati a Imperia. L'esercito italiano era allo sbando. Mancavano gli ordini. Dalla Francia arrivavano soldati italiani in fuga.

 

E lei decise di andare in montagna?

Fin dai primi giorni in quel marasma mi sono dato da fare, insieme a tanti altri amici, per organizzare un movimento di resistenza armata all'occupazione tedesca. Partivamo da zero. Le prime azioni erano assalti a caserme abbandonate. Ci siamo impossessati di armi, di qualche mezzo meccanico e le abbiamo portate in montagna. Io presi un camioncino di armi dalla Capitaneria. Non è che ci fosse una vera e propria organizzazione.Eravamo bande spontanee.

 

Come succede che viene arrestato?

A metá  dicembra del '43 ero diventato commissario di una formazione. Per questo dovetti andare a Genova per prendere contatti con il Comitato di liberazione nazionale della Liguria che stava nascendo proprio allora. Partii in treno e cercai di farlo nella maniera piú riservata possibile. Ma qualcuno deve avermi notato e aver riferito del viaggio. Quando tornai a Imperia, dopo tre giorni, fui fermato vicino alla stazione da gente armata della Guardia nazionale della Repubblica di Saló. Mi arrestarono assieme a mia sorella. Lei fu liberata dopo qualche giorno. Io invece venni interrogato perché volevano conoscere i dettagli dell'organizzazione armata in montagna. Fui pestato a sangue, ma non torturato in quell'occasione.

 

Quanto rimase in carcere?

Fino al febbraio del '44. Poi i fascisti mi consegnarono alla Gestapo. Mi trasferirono nel carcere di Savona, poi in quello di Imperia, nelle mani delle Ss. Comandava tutto il tenente colonnello Sigfrid Hengel che solo di recente, nel '99, è stato condannato all'ergastolo per eccidio. E io ho testimoniato al processo.

 

Lei è stato deportato in Germania, a Mauthausen. Cosa ricorda?

Ai primi di giugno mi trasferirono al campo di smistamento di Fossoli di Carpi. Ci rimasi una decina di giorni, poi venni deportato con un vagone piombato al campo di sterminio di Mauthausen. Ricordo la fatica del viaggio. Uno del nostro vagone riuscí anche a scappare gettandosi da un piccolo spiraglio del finestrino. Ignoravamo cosa ci aspettava. Arrivammo a Mauthausen di notte. Ci tolsero quel poco che eravamo riusciti a portare con noi, oggetti, abiti, valigie. Un modo per privarti della tua personalitá . Io ho sempre faticato a raccontare la mia esperienza di deportato perché il lager è una sorta di mondo al contrario. Ho sempre avuto paura di non essere creduto.

 

Com'era organizzato Mauthausen?

Era un campo di sterminio. Funzionava anche come campo di lavoro. Vicino c'era una cava di pietra. Ma si trattava principalmente di un campo per l'eliminazione dei detenuti. Esistevano anche campi d'internamento per prigionieri militari, ma quelli erano tutt'altra cosa. Appena arrivammo ci fecero fare la doccia, prima acqua bollente poi acqua gelida. Mauthausen era in realtá  la centrale di un sistema di quaranta campi collegati. Fui destinato al lavoro massacrante nella cava di pietra. Bastava che aumentassero i carichi in spalla per eliminarti. Di lí passarono anche gli ufficiali tedeschi coinvolti nell'attentato a Hitler del luglio '44. Io venni trasferito poi nel campo dipendente di Grossraming per la costruzione di una centrale idroelettrica. La fame ci assillava. Eravamo destinati alla morte. Sono sopravvissuto soltanto perché il campo fu smantellato a settembre. Tornai a Mauthausen. Ho passato di tutto, torture, pestaggi, lavoro. Ho visto morire gli altri. Nel campo arrivarono anche gli spagnoli reduci dalla disfatta della Repubblica. Fra loro c'era un grande spirito di solidarietá .

 

Quando fu liberato lei?

Le Ss abbandonarono il campo il 2 maggio del '45. Eravamo ridotti tutti a larve umane. Nel campo si era formato un comitato di liberazione clandestino. E' qui che conobbi Giuliano Pajetta. Poi arrivarono gli americani e il comitato prese funzioni organizzative, tipo la distribuzione delle vettovaglie.

 

Per voi ex partigiani le cose non sono state semplici neanche una volta tornati in Italia. Nel '48 vi guardavano con sospetto. O no?

L'Anpi si è battuta contro questo clima. Ci sono stati periodi di persecuzione antipartigiana. Avere partecipato alla Resistenza diventava motivo di sospetto. Nel '47 si ruppe l'unitá  nazionale antifascista. Era la guerra fredda. Inizió la conventio ad excludendum dei comunisti dal governo. Io allora ero un giovane avvocato. Difendevo i giovani partigiani perseguiti dalla polizia e dalle autoritá  giudiziarie per le azioni che avevano compiuto durante la lotta di Liberazione. Come fossero dei criminali.

 

E intanto in Italia si riformava un partito neofascista...

C'era un rigurgito di fascismo. Ai tempi del governo Tambroni l'Msi aveva deciso di tenere il suo congresso proprio a Genova. Ci fu una mobilitazione di tutta la sinistra, del sindacato e, in particolare, dell'Anpi. Era un tentativo dei fascisti di legittimarsi a governare l'Italia. Lo impedimmo.

 

Ma oggi non sono riusciti a legittimarlo, il fascismo, tra le altre storie politiche di questo paese?

In Italia c'è stata una corrente di revisionismo storico per delegittimare la Resistenza. Ma non credo che abbia avuto successo. Anche il Presidente della Camera Fini ha riconosciuto il valore fondativo del 25 aprile. Bisogna prendere queste aperture sempre con la dovuta cautela perché in Italia le memorie sono ancora divise. Peró il riconoscimento della Resistenza va tenuto in seria considerazione. E' un processo lungo.

A suo tempo sono stato molto critico con chi in modo inopportuno ha parlato del riconoscimento dei cosiddetti ragazzi di Saló. Peró sono anche molto convinto che in Italia occorreva una riconciliazione nazionale. Il che non significa che deve esserci una memoria unica condivisa. Ma un riconoscimento storico dei principi e dei risultati della Resistenza.

 

 

 

****************

 

Prima festa nazionale dell'ANPI

 

Non è un appuntamento rituale. Da domani fino a domenica l'Anpi si riunisce per la sua prima festa nazionale a Gattatico, in provincia di Reggio Emilia, nel Museo dei fratelli Cervi. Ci saranno il presidente nazionale Tino Casali, il vicepresidente vicario Raimondo Ricci, Gianfranco Maris presidente dell'Associazione nazionale dei deportati e altri testimoni della lotta di Liberazione. Il programma si puó consultare sul sito www.anpi.it. Oltre agli interventi degli ospiti ci sono concerti e spettacoli teatrali, dai Gang (domani alle 17) ai Sine Frontiera, ai Trenincorsa e Gasparazzo (domani sera alle 21). Sabato si esibiscono i Mercanti di Liquore (ore 21), mentre Silvia Folchi e Floriana d'Amely sono protagoniste di uno spettacolo sui canti di lotta e libertá . E sempre in materia di canti domenica (ore 16,30) Ivana Monti sale sul palco con il coro delle Mondine di Novi. Chiudono in serata i Sonnebrille.

Un appuntamento irrituale, s'è detto. E lo spiega lo stesso Raimondo Ricci che sará  al tavolo delle conclusioni domenica alle 18. «Ci facciamo promotori di due proposta. A determinate condizioni ben chiare, cioè che riconosca i valori dell'antifascismo, e a patto che non ci sia equiparazione storica fra chi si è battuto contro il nazifascismo e chi si schieró dalla parte di Saló, a queste condizioni noi pensiamo che nel nostro sistema politico debba esserci anche una destra democratica. Come avviene anche negli altri paesi dove si confrontano conservatori e progressisti. Che ci sia una destra che riconosca la Costituzione e la Repubblica: questa è la proposta dell'Anpi». La seconda proposta riguarda la sinistra: «noi dell'Anpi riteniamo che le forze della sinistra debbano ritrovare le ragioni della propria unitá  e ricollegarsi ai valori ideali che ispirarono la lotta partigiana».

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori