News per Miccia corta

17 - 06 - 2008

La voce di Imre Nagy

 

(la Repubblica, martedí, 17 giugno 2008)

 

 

 

 

 

La condanna a morte era giá  stata decisa e al leader della rivoluzione non restava che difendersi fieramente sapendo che era inutile

 

Io, qui, accuso l'ala stalinista del partito di aver provocato la dura escalation delle violenze

 

Sono un capro espiatorio della crisi in cui è stato gettato il riscatto delle classi sfruttate

 

 

ANDREA TARQUINI

 




BERLINO

 

«Vostro onore, io non voglio chiedere la grazia. Sono vittima d'un grave errore giudiziario, voi mi condannate, io dovró sacrificare la mia vita, ma credo che presto o tardi il popolo ungherese e la classe operaia internazionale mi proclameranno innocente dei crimini per cui oggi voi mi condannate». Dai vecchi nastri magnetici, la voce di Imre Nagy risuona ancora forte, pronuncia un "j'accuse" dopo l'altro, carica del coraggio della disperazione. ሠun documento eccezionale, quello custodito negli archivi di Stato ungherese. Dopo un lungo braccio di ferro, la fondazione Open society archive, finanziata dal miliardario-filantropo d'origine magiara Gyoergy Soros, ha ottenuto di farlo ascoltare. Una volta sola, a pochi testimoni. Quei lunghi nastri, cinquantadue ore di registrazione, documentano passo per passo il mostruoso processo-farsa intentato dal regime di Ká dá r contro il leader della rivoluzione del 1956 e i suoi compagni, e conclusosi con la sua condanna a morte. L'interrogatorio staliniano diventa un duello, un dialogo politico tra il giudice Ferenc Vida e Nagy stesso.

 

ሠun grande colpo mediatico, anche se per un pubblico ristrettissimo, quello che la fondazione sponsorizzata da Soros ha portato a segno. Per la prima volta, la tragica fine di Imre Nagy torna come un flashback sotto i nostri occhi, con la viva voce del protagonista e dei giudici comunisti che lo interrogano.

 

I fatti storici sono noti, basta richiamarli in breve. Nel cupo dopoguerra dell'Est, il vassallo magiaro di Stalin, Má tyá s Rá kosi, getta l'Ungheria nel disastro: l'industrializzazione pesante forzata riduce il paese alla miseria e alla fame di massa, il terrore poliziesco tiene in piedi il regime incarcerando centomila prigionieri politici. Sull'onda della destalinizzazione a Mosca e del "rapporto segreto" di Kruscev al 20esimo congresso del Pcus, a Budapest come a Varsavia i comunisti riformatori tentano la riscossa. Gli eroi del momento erano Gomulka e Ochab in Polonia, in Ungheria Imre Nagy e il generale Pá l Maléter. Nagy tenta riforme, s'ispira alla sinistra occidentale. Ma la violenza dell'Avo, l'odiata polizia segreta, scatena tumulti di piazza.

 

ሠla rivoluzione: l'esercito è con Nagy e con gli insorti, contro le truppe dell'Avo e contro il primo tentativo d'intervento sovietico. Dal 23 ottobre al 4 novembre 1956, Budapest vive giorni indimenticabili di libertá . Poi Mosca decide l'invasione: Panzerdivisionen e truppe scelte dell'Armata rossa schiacciano nel sangue l'insurrezione dopo feroci battaglie. Centinaia di migliaia di civili fuggono verso l'Austria nella neve. E qui, con la sconfitta dell'ottobre ungherese, il dramma personale del comunista dal volto umano Imre Nagy diventa catarsi.

 

Nagy si rifugia all'ambasciata jugoslava, a un passo da Piazza degli Eroi. Ká dá r, messo al potere dai russi, gli promette l'immunitá  se si consegnerá  vivo, ma è una menzogna. Nagy viene arrestato, passa due anni atroci di prigione in Romania, poi nel giugno 1958 Ká dá r lo fa processare. I nastri e altri documenti degli archivi segreti, dice la fondazione Open society archive, provano le responsabilitá  di Ká dá r. Lui che poi si seppe dare l'immagine di dittatore riformista e umano, di padre del «comunismo del gulasch», ne esce malissimo. Mosca infatti aveva ordinato ai suoi proconsoli di Budapest «severitá  ma anche magnanimitá » verso Nagy. Ká dá r decise che era meglio eliminare quel pericoloso rivale, quell'eurocomunista ante litteram.

 

I nastri di Budapest fanno venire i brividi. Suona un gong, è l'inizio del processo e della registrazione. «Imputato Nagy, in considerazione della sua etá  le accordo il permesso di sedersi durante gli interrogatori», tuona il giudice. «Protesto per il carattere segreto del processo», ribatte Nagy. Seguono le 52 ore dei sette lunghi giorni del processo-farsa. E Nagy l'imputato, in un ultimo scatto di coraggio e di fierezza, diventa Nagy l'accusatore. Si difende, controbatte parola per parola al giudice e al pubblico ministero, rivendica la sua vita da militante. Sa che tutto viene registrato, è come se parlasse al suo popolo e al mondo, ma sa anche che al massimo lo avrebbero ascoltato in un futuro lontano.

 

«Imputato Nagy, lei è accusato di tradimento dell'ordine della democrazia popolare e della patria socialista», tuona il giudice. Nagy si difende, impassibile. «Io, Nagy Imre, sono comunista da una vita. Divenni comunista da prigioniero di guerra in Russia nel 1916. Partecipai alla Rivoluzione d'Ottobre. Nella Seconda guerra mondiale lottai contro il fascismo, lavorai come propagandista per la Nkvd».

 

Lei è un traditore, non dimentichiamo i fatti, attacca la pubblica accusa. Nagy non si scompone. Chiede che tutto il racconto della sua vita venga messo agli atti. «Anche il mio lavoro da operaio, prego, compagni: frequentai con successo un corso di formazione professionale di fabbro meccanico».

 

L'interrogatorio si trasforma in duello. E' sempre il giudice che perde per primo la calma e alza la voce. Grida, e Nagy gli risponde anche lui gridando ma calmo e dignitoso. «Confessi, imputato», dicono i signori in nero del tribunale, «un complotto preparó la rivolta, e la rivolta incluse coscientemente nei suoi ranghi estremisti di destra. Fu una controrivoluzione». «No, falso», replica Nagy. «Fu un tentativo di democratizzare il socialismo. Io, qui davanti a voi, accuso l'ala stalinista del partito: furono loro, chiedendo l'intervento sovietico, a provocare l'escalation delle violenze, i linciaggi, le brutalitá  in strada. Ma il mio programma politico non era controrivoluzionario. Sulle orme del 20mo congresso del Pcus, e seguendo anche le idee dei compagni nei paesi capitalisti, io volevo democratizzare il socialismo!».

 

«Imputato, taccia, la smetta o le tolgo la parola!», tuona il giudice in preda alla collera. «Questo è il processo a suo carico, non una dimostrazione politica!». Ma Nagy non demorde. Dalla sua voce, resa da quei vecchi nastri, si deduce cosa si agita nel suo animo. Lui, comunista da una vita, conosce ormai il sistema in cui ha creduto e vorrebbe ancora credere. Sa che non ha speranze, sa che il processo si concluderá  con la sua condanna a morte. Non parla per difendersi, ma tenta con tenacia sovrumana di lasciare le sue idee immortalate per i posteri, nella registrazione.

 

«Mi sento un capro espiatorio», replica calmo ma deciso. Un capro espiatorio della crisi in cui lo stalinismo ha gettato l'idea nobile del riscatto delle classi sfruttate. E poi aggiunge, piú volte, il particolare decisivo: «Lo pensavamo in molti che democratizzare il socialismo era necessario. Lo pensava anche il compagno Ká dá r, era schierato con me prima di cambiare parte della barricata».

 

Il settimo giorno del processo è il giorno del giudizio. La corte legge la sentenza: pena capitale per tradimento dell'ordine della democrazia popolare e della patria socialista. Nagy, nella voce conservata sui nastri, non si mostra scosso. E pronuncia le sue ultime parole: «Mi ritengo vittima di un grave errore, di un errore giudiziario. Nella situazione in cui mi trovo in questo momento, un solo pensiero mi consola. E' la fede, la certezza che io, Imre Nagy, presto o tardi saró proclamato innocente dal popolo magiaro e dalla classe operaia internazionale. Mi assolveranno loro dalle gravi accuse di cui voi oggi mi dichiarate colpevole, e per le quali oggi io devo sacrificare la mia vita. Non voglio supplicarvi, non vi imploreró per chiedere la grazia».

 

E' l'ultimo nastro, registrato il 15 giugno 1958 nel tribunale popolare di Budapest. All'alba dell'indomani, Nagy viene condotto al patibolo. I suoi celebri occhialini tondi, scrisse poi un poeta dissidente, gli caddero mentre saliva i gradini verso la forca.

 

L'audizione dei nastri per un piccolo pubblico è stata una tantum. Ora le registrazioni sono di nuovo sotto chiave, perché la scadenza dei 30 anni dalla morte degli interessati oltre la quale decade il segreto di Stato non è ancora trascorsa per tutti i protagonisti: il giudice Vida è morto in un ospizio nel 1990. I nastri possono essere ascoltati di nuovo solo con permesso speciale dell'archivio di Stato magiaro. Nel piccolo pubblico, l'altro giorno, sedeva una fragile, elegante signora, Judit, vedova del generale Maléter. «Mi vengono i brividi», ha confessato a un collega tedesco, «era come se il mio Pá l sedesse poche file davanti a me».

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