News per Miccia corta

11 - 06 - 2008

Vi racconto perché mia madre, Marina, non deve essere estradata

 

(Liberazione, mercoledí, 11 giugno 2008)

 


 


 

Elisa Novelli Petrella

 


Sono la figlia di Marina Petrella. Vorrei raccontarvi qualcosa su mia madre. Vorrei provare a dirvi cosa rappresenta la negazione della ricostruzione di un essere umano. Dobbiamo parlare di ricostruzione, visto che Marina non è uscita dalla sua storia politica nello stesso modo in cui ci è entrata. E' successo un po' piú di 25 anni fa, quando giá  il vento della lotta armata cominciava ad andare via, quando i rumori metallici della notte tuonavano sempre piú vicino, dopo che alcuni, quelli che poi sono stati chiamati "pentiti", incominciavano a barattare delle riduzioni di pena in cambio di denunce e delazioni, fu allora che la storia politica di mia madre è incominciata a finire.

Erano i primi anni '80. Dopo aver capito che le sue speranze di cambiare il mondo andavano incontro alla sconfitta e che l'impegno politico tenuto fino allora non poteva piú continuare allo stesso modo, Marina decise di non fermare la sua vita, ma che dal suo percorso sarebbe potuta nascere una nuova storia.

Questa nuova storia è incominciata con me che ho scelto per nascere una calda giornata di agosto dentro una prigione speciale, in pieno articolo 90.

Solo chi ha vissuto questa esperienza puó capire l'immane volontá  che serve per essere madre, dare al mondo e crescere una figlia tra le sbarre di un carcere. Solo chi è consapevole di questa prova puó capire quanto questa scelta non sia una fuga nel personale, una soluzione egoista ma che sia la rappresentazione fisica di una pagina voltata. Questo è stato il suo modo per affermare che iniziava un nuovo percorso di vita, un diverso impegno sociale. Ed è anche grazie a questo nuovo stato di cose che otto anni dopo le è stato permesso di uscire dal carcere e di essere libera fino al verdetto della Cassazione del 1993. Giá  a quell'epoca Marina non era piú quel soggetto pericoloso dipinto dai media al momento del suo nuovo arresto. Ma l'Italia dimentica presto. Meglio, ricorda solo quel che vuole. Seleziona la memoria.
La Francia di Mitterand cercando di favorire una pacificazione del conflitto italiano degli anni '70 ha accolto numerosi ex attivisti di quel periodo. I governi di sinistra come di destra hanno rispettato questo asilo di fatto. A noi, figli di quei rifugiati, è stato permesso di crescere, di vivere, di avere anche nuovi fratelli e sorelle. L'esilio c'è stato malgrado le contraddizioni, malgrado le incertezze di una vita difficile, precaria in attesa di un asilo. Un asilo che esprimeva una speranza di una vita nuova. Dal nulla di un "fine pena mai" che Marina aspettava in Italia è nata nel 1997 mia sorella. Una bambina francese che ora vede quel paese che gli ha dato una nazionalita ricacciare sua madre nel pozzo del carcere a vita.
Da quel 1993 quindici anni sono passati. Quindici anni da quando un treno ci ha portato alla Gare de Lyon . Quindici anni da quando i nostri passi si sono mischiati a quelli dei nostri migranti d'inizio secolo. Anche speranzosi di una vita che non fosse la galera della miseria. Perché questo "pezzo" di tempo, che ha permesso di cambiare il loro impegno politico in un impegno sociale, non è piú che legittimo per chiedere asilo? Perché non è ora di girare la pagina di questa storia, per permettere a noi nuove generazioni di avere un vero futuro e consentire a quelle persone come mia madre di vivere la seconda chance che gli è stata data?
A venticinque anni di distanza dai fatti imputati, quindici anni dopo l'esilio, un nuovo primo ministro francese ha deciso che bisognava rimangiarsi la parola data da tutti i suoi predecessori. Il governo francese ha deciso di estradare mia madre, di cancellare la sua vita in Francia e di rinchiuderla non solo in un carcere ma di fare del passato la sua prigione. La Francia ha deciso tutto questo cedendo al populismo penale, all'ossessione sicuritaria ad una voglia di vendetta infinita che ha perso il significato della speranza. Il primo ministro ha deciso che la vita di mia madre doveva fermarsi. Ma quindici anni di esilio di fatto creano dei diritti e noi non lasceremo la Francia deresponsabilizzarsi dalla sua storia e cultura.

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