News per Miccia corta

05 - 09 - 2005

Esce un altro libro di Aldo Grandi su Potere operaio



Dal Corriere della Sera, 8 settembre 2005

CONFESSIONI Ventotto militanti nel nuovo libro di Aldo Grandi «Insurrezione armata»

Morucci: volevo uccidere Toni Negri

Nel '73 andó con la pistola al congresso di Potere Operaio

Toni Negri, il teorico dell'autonomia operaia e della violenza diffusa, interprete dell'anima movimentista di Potere Operaio, rischió piú volte la vita. Il colpo fatale stava per arrivare non da un nemico fascista né in uno scontro di piazza, ma per mano amica. La prima volta fu nel giugno 1973 al convegno di Rosolina, che sancí lo scioglimento di Potop. «Quando Toni Negri attaccó la nostra ala capeggiata da Franco Piperno - confessa Valerio Morucci nel nuovo e sorprendente libro di Aldo Grandi, Insurrezione armata (pp. 440, 9,50), che esce mercoledí prossimo da Bur-Rizzoli - irridendo al partito che Piperno riteneva necessario, esemplificandolo nella sciagurata azione di Primavalle, misi mano al borsello per tirare fuori la pistola. Lo odiavo con tutto me stesso. Cosa normale in qualsiasi scontro politico ultimativo, solo che io ero armato. Anche altri seduti lí con me probabilmente in quel momento lo hanno odiato. Solo non pensavano di risolvere la cosa tirando fuori la pistola». Valerio Morucci, che tre anni dopo avrebbe aderito alla colonna romana delle Brigate Rosse e nel 1978 partecipó al sequestro di Aldo Moro, era allora il leader della struttura segreta chiamata Lavoro Illegale, che si occupava delle azioni violente e della difesa dell'organizzazione. Soltanto i leader sapevano chi faceva parte della struttura clandestina e la selezione era severissima.
Lanfranco Pace, oggi giornalista di La7 che fu uno dei dirigenti di Potop, racconta una voce che circolava all'epoca, a proposito del rogo di Primavalle: il reclutamento in Lavoro Illegale aveva creato dei risentimenti e «alcuni di coloro che pensavano di dover far parte di L. I. perché particolarmente coraggiosi, vistisi scartati, si erano incazzati e avevano deciso di fare un'azione dimostrativa per far vedere che quelli che erano stati scelti erano degli opportunisti di destra e che loro, invece, costituivano la vera sinistra della sezione. Rimasi di sasso perché non osavo pensare che qualcuno di noi potesse essere responsabile di un crimine cosí orrendo. Chiamai Franco Piperno a Ingegneria e fissai un incontro».
Pace, con Jaroslav Novak e Morucci, fu incaricato di un'inchiesta interna all'organizzazione: i sospettati Lollo, Clavo e Grillo negarono ogni addebito, ma nonostante il tentativo di addossare la colpa della morte dei fratelli Mattei a una faida di quartiere, tutti i dirigenti sapevano la veritá .
Insurrezione armata , che segue di due anni la storia di Potere Operaio scritta da Grandi per Einaudi, La generazione degli anni perduti, è la raccolta di 28 testimonianze rese in prima persona da quei ragazzi quasi tutti borghesi, alcune volte altoborghesi o addirittura appartenenti a casate nobiliari, che scelsero alla fine degli anni Sessanta, fra le tante sigle della galassia-contestazione, la piú elitaria ed estrema. Molti militanti di Potop, quelli che non si ritirarono nel privato dopo lo scioglimento di Rosolina e l'orrore di Primavalle, finirono nell'inchiesta del 7 aprile 1979: il giudice Pietro Calogero era convinto dell'esistenza di un piano unico eversivo che dall'Autonomia Operaia di Toni Negri arrivava alle Brigate Rosse. Grandi ritiene questa tesi altamente erronea, ma se non ci fu un piano insurrezionale unico, quegli anni, come raccontano le testimonianze da lui raccolte, furono un periodo di violenza non soltanto verbale.
Tra i racconti piú interessanti e rivelatori, quello di Francesco «Cecco» Bellosi, convinto a entrare nella struttura illegale di Potere Operaio perché abitava in un paese sul lago di Como e quindi poteva aiutare i compagni a espatriare. Il 30 dicembre 1969 «mi chiamarono: un compagno doveva essere portato in Svizzera. (...) La cosa si fece il primo dell'anno, di pomeriggio. Arrivarono al cimitero di Muronico, il primo paesino della Val d'Intelvi, alcuni dirigenti di Potere Operaio con un personaggio bardato come uno sciatore d'epoca e il passamontagna calato sulla fronte. Mi sembravano tutti nervosi. (...) Saremmo passati da Lanzo, aggirando la dogana e scendendo in Val Mara. (...) Ormai al sicuro, davanti a una buona grappa ticinese la persona che avevamo accompagnato si tolse il passamontagna. Ci salutammo alla stazione di Mendrisio, dove prese un treno per Zurigo. Sorridendomi, mi disse: ``Ci rivedremo presto``. Era Giangiacomo Feltrinelli».
La testimonianza di Bellosi è importante per capire quanto fossero vicini Potere Operaio, organizzazione diretta da Piperno, Negri e Scalzone, e i Gap di Feltrinelli. Bellosi racconta che su ordine dell'editore partecipó alla preparazione di un piano mai realizzato per una rapina al casinó di Saint Vincent e con altri compagni importó in Italia dalla Svizzera diversi fucili e qualche mitragliatore. I fucili venivano nascosti dentro il vano dei fanali delle automobili Nsu Prinz. Nessuna meraviglia quindi che, dopo la morte dell'editore sul traliccio di Segrate, nel marzo '72, il giornale di Potere Operaio abbia titolato: «Un rivoluzionario è caduto». Autori dell'articolo erano Novak, Piperno e Scalzone.
Bellosi racconta anche che, su invito di Scalzone, aiutó a espatriare clandestinamente in Svizzera Manlio Grillo e Marino Clavo, che avevano partecipato all'azione di Primavalle.
Abile nel confezionare molotov, che furono usate anche contro la sede del Corriere della Sera , autore di un tentato furto per finanziare l'organizzazione nella villa di Renato Guttuso a Velate, sulle colline di Varese, Bellosi fu arrestato per il processo «7 aprile» il 24 gennaio 1980 e dopo una prima scarcerazione si avvicinó alle Brigate Rosse. Arrestato di nuovo nell'82, fu trasferito a Roma per il processo. Fu lí che ricevette «una fibbia», in gergo carcerario l'ordine di eliminare qualcuno: «Avrei dovuto compiere il grande gesto rivoluzionario di uccidere Toni Negri, capo dei controrivoluzionari della dissociazione. Rispedii la ``fibbia`` al mittente, e da quel giorno non ne volli piú sapere».
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