News per Miccia corta

25 - 05 - 2008

Il ``fascista-rosso`` che amava l`Estate romana

 

(Liberazione, 25 maggio 2008)

 


 

Guido Caldiron

 


 

«Se non sto attento rischio di diventare il Nicolini di destra...». Lo hanno presentato come un "tecnico", ma Umberto Croppi è forse la figura piú politica della nuova squadra che amministra Roma insieme a Gianni Alemanno. Un passato da"fascista rosso", all'estrema sinistra del Msi, tra fascinazione per le culture giovanili e nuovi progetti meta-politici (i concerti di Campo Hobbit, le prime fanzine, la scoperta del comunitarismo) e un presente da Direttore generale della Fondazione Valore Italia (Esposizione permanente del Made in Italy e del Design italiano). In mezzo oltre trent'anni nel partito neofascista e un decennio tra i Verdi e La Rete, la direzione del rinato editore Vallecchi e collaborazioni e interventi in riviste e giornali. Infine la partecipazione alla campagna di Alemanno, la vittoria e la nomina alla guida dell'Assessorato alla Cultura del Comune.

 

Assessore Croppi, la sua biografia è stata sintetizzata cosí: "da Campo Hobbit all'Estate romana". Quale bagaglio culturale porta con sé e a quali politiche culturali sta pensando per il suo nuovo incarico?

Intanto una precisazione, per me la stagione di Campo Hobbit si è chiusa nel luglio del 1981. Quanto al percorso culturale, non è solo mio ma è un'esperienza collettiva, lo riassumerei nello sforzo di innovazione che si sta facendo ad esempio dalle pagine del Secolo d'Italia , il quotidiano di An. Cito questo esempio perché credo che se c'è stata una sconfitta vera della sinistra, questa è avvenuta proprio sul terreno dell'egemonia culturale. Una cultura che definireri come "banalmente di destra" ha pervaso il modo di essere degli italiani: dalla cultura popolare, penso ai film di Alberto Sordi o ai rotocalchi, a quella piú quotata, passata per le edizioni Longanesi, Rusconi o Adelphi. Il piú grande pittore italiano del dopoguerra, Burri, è passato per i criminal-camp americani, dove finivano i fascisti e i soldati italiani catturati, e non ha mai smentito il proprio passato. Lo stesso si puó dire per Giorgio Albertazzi, per Giuseppe Berto e via dicendo. Questo è il percorso da cui vengo, ma oggi mi devo misurare con una sfida concreta, devo fare "il manovale" della cultura, organizzare le cose. Diciamo che la cosa che mi preoccupa di piú in questo momento è che devo mettere un freno alla tendenza che avrei a fare il Nicolini. Sono cresciuto con la sua Estate romana, posso dire di essere figlio di quel modo di intendere la cultura e dell'effimero. Mi devo frenare dal buttarmi troppo in avanti per rispetto alla natura popolare della nostra vittoria, non devo rischiare di fare cose troppo elitiste, troppo connotate in termini di avanguardia. Questa giunta, proprio perché è stata votata nelle borgate e nelle periferie, deve creare un legame vero tra la base popolare e le istituzioni e gli eventi culturali. La grande ricchezza culturale di cui dispone questa cittá  va resa comprensibile e fruibile a tutti, altrimenti i simboli della cultura finiscono per restare delle cattedrali nel deserto.

 

Quindi cosa intende fare? Partiamo da due questioni aperte: la Festa del cinema e il Gay Pride...

Al di lá  del dibattito elettorale credo che nessuno a Roma sia davvero in grado di difendere la Festa del cinema. Siamo di fronte a un buco nero che inghiotte 12-15 milioni di euro per pagare dei lauti gettoni di presenza a quattro star del cinema che vengono a farsi un weekend a Roma. La formula non funziona, non si deve aver paura di dire le cose come stanno. Cosí com'è non ha senso, ma ora si tratta di trovare il modo di assicurare comunque a Roma un evento sul cinema, che occupa uno spazio simbolico molto significativo per questa cittá . Quanto al Gay Pride, nei prossimi giorni ci saranno gli incontri con gli organizzatori e si definirá  il lavoro da fare. Resta una considerazione, non si trata di una questione politica ma di buon senso: il patrocinio del Comune è perlomeno bizzarro. Nel senso che è un po' come se i metalmeccanici ci chiedessero il patrocinio per una loro manifestazione, Ció detto, si deve ancora discutere di ogni aspetto della cosa e lo faremo senza alcun pregiudizio.

 

Lei ha lasciato il Msi nel 1991, come è maturata la sua vicinanza a Alemanno?

Io sono uscito dal Msi quattro anni prima di Fini, nel 1991, Questo per dire che in realtá  nel 1994 uscirono tutti in blocco da quell'esperienza storica con la fondazione di Alleanza Nazionale. Credo del resto che la trasformazione della destra si situi all'interno di quella piú generale transizione italiana che oggi mi sembra si sia definitivamente conclusa. Quanto a Alemanno, le radici lontane di questo rapporto risalgono al 1984. Lui viene dipinto come un giovane rautiano, ma in realtá  all'epoca era uno dei piú fermi almirantiani. La svolta avvenne quell'anno quando io, lui e altri incontrammo Beppe Niccolai che era l'esponente piú "a sinistra" del Msi - era un seguace di Nicola Bombacci, che passó dal Pci alla Repubblica sociale di Saló. Con Niccolai e con un'altra figura invece completamente diversa, come era quella di Tommaso Staiti di Cuddia - punto di riferimento per i neofascisti milanesi fin dagli anni Cinquanta - , nel 1984 avevamo dato vita a una corrente del Msi che si chiamava "Segnali di vita" che diede un po' il via al processo di rinnovamento e di modernizzazione del partito. All'epoca con Alemanno si stabilí un rapporto fortissimo. La nostra corrente ebbe vita breve e solo dopo quel congresso lui entró completamente nell'area guidata da Pino Rauti. Con lui ci ritrovammo poi nel 1990 a fare la campagna per le regionali del Lazio: lui era il capolista e io ero il numero sei, ma facemmo coppia fissa per tutte le elezioni. Quando io me ne andai dal Msi lui fu sul punto di farlo, alla fine decise di rimanere, anche se passó dei brutti momenti a causa delle sue posizioni, visto che a vincere il congresso missino era stata la componente che faceva capo a Fini. Negli ultimi anni ci siamo incontrati sporadicamente ma ci siamo sempre capiti al volo. Nel frattempo io stavo collaborando e scrivendo con molte delle riviste e dei "laboratori culturali" della destra, da Charta minuta della Fondazione Fare Futuro al Forum delle idee, entrambi vicini a Fini, ma anche con la Fondazione Nuova Italia legata a Alemanno. Cosí quando mi è arrivata la richiesta di curare la comunicazione della campagna del candidato sindaco di An, l'ho accolta con piacere soprattutto per il valore di sfida che aveva assunto. Oggi condivido molte delle scelte di fondo di Alemanno e del partito che lui rappresenta, ma credo che non sia piú l'epoca per le adesioni organiche...

 

Resta un quesito di fondo. L'area giovanile missina, la cosiddetta "Nuova destra", alla fine degli anni Settanta immaginava uno "sfondamento a sinistra", come si diceva allora, vale a dire la conquista dei settori sociali tradizionalmente legati alla sinistra. Oggi questo è avvenuto ma su parole d'ordine decisamente conservatrici, basti pensare all'enfasi posta sull'identitá  occidentale o alla paura dei "diversi". Avete vinto davvero?

Credo ci sia innanzitutto un aspetto da chiarire: destra e sinistra sono ormai etichette che significano poco o niente. Sono saltati tutti i vecchi parametri: sui temi che citava lo "sfondamento a sinistra" è avvenuto concretamente. Questo perché le regole che definivano i due campi non esistono piú e di questo non si puó non tener conto. Cosí ad esempio registro che in uno dei dibattiti televisivi tra Rutelli e Alemanno il primo ha rimproverato alla destra di aver sanato, durante il precedente governo Berlusconi, la posizione di 650mila immigrati. E la replica del candidato di An è stata : "No, sono stati 700mila". Per il resto credo che il dibattito sia aperto, nel senso che si ponga ormai su basi del tutto nuove. Ci sono ovviamente delle posizioni che definiscono in modo sommario quelle che chiamerei come "la presunta destra" e "la presunta sinistra", ma per il resto, e io posso parlare da questo punto di vista soprattutto per la destra, c'è davvero un grande dibattito.

 

Ancora sul filo della memoria della destra giovanile. Alla fine degli anni Settanta voi organizzavate Campo Hobbit, puntavate sulla cultura e l'ambiente. Altri, e penso in particolare al giro di Terza Posizione, facevano ben altro. Nell'entourage di Alemanno ci sono da tempo figure di primo piano di Tp, come Marcello de Angelis e Vincenzo Piso. Una frequentazione difficile?

Rispondo citando una categoria chiave del marxismo: tra queste posizioni c'è un rapporto dialettico assolutamente chiaro, in qualche caso proficuo, in altri no. C'è ovviamente una familiaritá  dovuta al fatto che - è retorica ma è cosí - in passato si è rischiato la pelle insieme. C'è un riconoscimento di onestá  reciproca, una certa familiaritá , ma atteggiamenti che su molti temi sono tutt'ora diversi, come lo erano allora.

 

La sfida vinta da Alemanno a Roma ha un valore particolare per la destra, cosa rappresenta?

Arriverei a dire che la destra si gioca il futuro piú a Roma che con il Governo nazionale. Anche perché anagraficamente la classe dirigente guidata da Berlusconi è avviata alla pensione. Perció su Alemanno e su quello che si riuscirá  a fare a Roma sono concentrati gli occhi e l'attenzione di tutti. E' qui che si vince anche guardando al futuro e che si deve dimostrare di saper governare. Consolidare una leadership significa saper goveranre i processi e darsi il tempo per farlo: abbiamo cinque anni davanti a noi e non dobbiamo avere fretta di dare segnali di cambiamento forti fin da subito.

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