News per Miccia corta

23 - 05 - 2008

Sotto il segno del gulag

 

 

(la Repubblica, venerdí, 22 maggio 2008)

 

Da un lato un sistema di schiavitú, dall'altro il diritto "rivoluzionario" ad avere rapporti col coniuge persino per i deportati all'inferno

 

"Due fratelli chiusi nello stesso campo e innamorati della stessa donna"

 

"Mio padre era un comunista: avrei sempre voluto chiedergli come fosse possibile"

 

 

ENRICO FRANCESCHINI

 

 


LONDRA

Il salotto di Martin Amis, a Primrose Hill, una «rive gauche» londinese popolata di attori, scrittori, intellettuali, ha l'aspetto post-moderno e geometrico dei suoi romanzi: un divano rosso, una vecchia ottomana, poltrone sfondate, arazzi e quadri d'artista alle pareti, pile di libri ovunque, ma in perfetto ordine, non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Il Gulag sovietico, argomento del suo nuovo romanzo, La casa degli incontri, ora pubblicato in Italia da Einaudi (pagg. 210, euro 17), sembra lontano anni luce. «Ma sembrava ancora piú lontano dal luogo dove l'ho scritto, una fattoria affacciata all'oceano, in Uruguay (terra della sua seconda moglie, la pittrice Isabel Fonseca, n.d.r.)», dice l'autore di L'informazione, Cane giallo e tanti altri best-seller internazionali. «In uno scenario cosí bello, dovevo fare uno sforzo ancora maggiore per calarmi ogni giorno nei panni di una vittima del terrore staliniano». Lo sforzo è servito: la critica inglese e americana lo ha definito il suo miglior romanzo.

Da dove nasce questa storia?

«Da un altro libro, Koba il Terribile, il saggio-biografia che ho scritto su Stalin, per il quale avevo raccolto e letto una mole immensa di materiale. Per la precisione nasce da tre paginette dello splendido studio sul Gulag di Applebaum, in cui l'autore descrive appunto la "casa degli incontri". Mi aveva colpito come una strana confluenza di contraddizioni: da un lato un sistema di schiavitú, dall'altro il diritto per cosí dire rivoluzionario e leninista in base al quale chiunque, perfino i dannati del Gulag, aveva diritto a un intimo incontro con la propria moglie, una volta ogni tanto. Dopodiché il dannato tornava all'inferno e sua moglie intraprendeva un viaggio di sei settimane attraverso la Siberia per tornare a casa».

E l'idea di trasformare questo tema in fantasia narrativa, quale fu?

«Una visione, di due fratelli, rinchiusi nel medesimo campo, innamorati della stessa donna. Basta molto meno, a un romanziere, per immaginare un romanzo».

A proposito di Gulag, ha letto, naturalmente, l'Arcipelago di Solgenitsyn?

«L'ho letto molti anni fa, con commozione e senso d'orrore, cosí come Una giornata di Ivan Denisovic, che mi è piaciuto ancora di piú come opera letteraria. E poi, sul Gulag, ho letto I racconti della Kolyma di Shalimov, forse il libro piú poetico e impressionante, che in certe pagine conduce alle lacrime, in altre al riso o sulla soglia della follia».

Poco fa, parlando del Gulag sovietico, lo ha definito «un sistema di schiavitú». ሠcosí che voleva presentarlo nel suo romanzo?

«Sí, anche se il mio romanzo è ambientato, come Ivan Denisovic, dopo la seconda guerra mondiale, e l'orrore del Gulag era inferiore a prima della guerra, agli inizi, al Grande Terrore staliniano. Ma si trattava pur sempre di uno schiavismo orchestrato e diretto dallo Stato. Quelli che criticano la prigione di Guantanamo dicendo che è il sistema schiavistico dell'America non sanno di cosa parlano. Non sanno cosa è stato il Gulag».

Negli ultimi anni i suoi scritti riflettono un disgustato fascino per il comunismo sovietico, per l'Urss.

«áˆ cosí. Cito lo storico Martin Malia: è difficile immaginare il livello di orrore e dinamismo raggiunti dall'esperimento sovietico. Sistema totalitario è una definizione insufficiente. L'Urss creó un nuovo tipo di essere umano, una specie ambiziosa, arrogante, irreale».

Questa curiositá  per l'Urss deriva anche dalla storia privata della sua famiglia?

«Sí. Mio padre (lo scrittore Kingsley Amis, n.d.r.) era comunista. Avrei sempre voluto chiedergli come era stato possibile che quella intollerabile utopia avesse qualcosa in comune con uno spirito libertario, sovversivo, pieno di umorismo, come il suo. Mio padre è morto nel 1995, senza che facessimo veramente quel discorso. Ora lo faccio tra me e me, nei libri».

Lei non è mai stato comunista?

«No. Ero di sinistra, e lo rimango. Ma l'egualitarismo non mi convince come ricetta della felicitá . Credo di piú nella giustizia, che è un'altra cosa, da coniugare sempre con la libertá ».

Uno dei protagonisti del suo romanzo torna in Siberia per ritrovare l'incubo che vi ha lasciato. Il messaggio è che non si puó sfuggire al proprio destino?

«E' piú semplice e piú assoluto di cosí. Il messaggio è che non ci si puó lasciare mai nulla, nulla di davvero importante, dietro le spalle».

Il Gulag sovietico, secondo lei, si puó mettere sullo stesso piano dell'Olocausto?

«Credo di no. Nell'Olocausto c'è una perversione speciale: l'intento di distruggere un popolo, di compiere un genocidio. Anche Stalin ha fatto passare per il Gulag qualcuna delle popolazioni dell'Urss, triturandole, ma non necessariamente con il medesimo intento maligno di Hitler. Ma bisogna anche dire che la commemorazione dell'Olocausto, la sua comprensione, è oggi un valore ampiamente condiviso, perlomeno in Occidente. Non è la stessa cosa per il Gulag sovietico. Se ne sa di meno, se ne parla di meno, lo si indaga di meno. Perció ho voluto aggiungere il mio piccolo contributo alla materia».

La responsabilitá  è anche della Russia odierna, che non ha fatto certo molto per commemorare gli orrori del suo Gulag, a differenza di quanto ha fatto la Germania con l'Olocausto.

«Certamente. Sotto Putin, del resto, la popolaritá  di Stalin come grande leader nazionalista è risalita alle stelle. Se l'America desidera tanto essere amata, e questo è spesso causa di tanti guai nel resto del pianeta, la Russia preferisce essere temuta. Sotto Stalin, indubbiamente lo era. Putin ha cercato di fare di nuovo paura, e in parte c'è riuscito».

Lo spettro del comunismo, tuttavia, non si aggira piú per il mondo. Lei negli ultimi tempi ha denunciato con veemenza, in saggi, lezioni universitarie, polemiche, un altro spettro: quello del terrorismo islamico, del fanatismo religioso.

«E' uno spettro ancora in via di evoluzione. Io credo che in futuro non sará  piú solo e tanto un estremismo islamico, religioso, bensí un estremismo fine a se stesso, animato in fondo da sentimenti simili a quelli che stavano dietro alle forme piú estreme di terrore di matrice nazista o comunista: l'ossessione con un'astratta purezza, una visione romanticizzata della violenza e del sacrificio, un anelito di immortalitá , il desiderio di sentirsi motore della storia. E' un fenomeno che avrá  ancora molte convulsioni, purtroppo, prima di fare il suo corso e, mi auguro, esaurirsi».

Ha mai pensato di scrivere un romanzo sul fanatismo islamico?

«L'ho scritto. O meglio ho cominciato a scriverlo, in questi anni, dopo avere pubblicato una breve novella satirica sull'argomento. Ma dopo molti sforzi mi sono fermato. Non sono pronto. Siamo troppo vicini ai fatti per ambientarvi un romanzo. Le ceneri degli attentati sono ancora calde. E purtroppo ci proveranno di nuovo».

Ma lei è ottimista o pessimista sul futuro?

«Riguardo al terrorismo religioso o come lo si voglia definire, nel lungo termine sono ottimista: è qualcosa che ci puó ferire, ma non rappresenta una minaccia in grado di distruggere la nostra civiltá . Riguardo al resto, non c'è molto da essere ottimisti, temo: se penso ai miei figli piú giovani, bambini di otto e undici anni, e a me stesso alla loro etá , nell'era dorata del miracolo economico post seconda guerra mondiale, il loro futuro è molto piú denso di incertezze e preoccupazioni, a cominciare da quelle sul cambiamento climatico, di quello che avevo davanti io».

 

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