News per Miccia corta

21 - 05 - 2008

Togliatti, gli anarchici e i trotzskisti

 

(Liberazione, 21 maggio 2008)

 

 

 

di

Girolamo De Michele

 

 


 

Caro direttore

 

la mia frase sulle mani di Togliatti imbevute del sangue degli anarchici e dei trotzskisti ha suscitato alcune proteste. Provo a rispondere, prima nel merito e poi nella sostanza politica.

 

Mi si chiede di fornire le prove del coinvolgimento di Togliatti nel massacro degli anarchici e dei trotzkisti russi, spagnoli e italiani ad opera dei sicari stalinisti: e potrei rispondere ricordando che Togliatti, alla richiesta di provare le accuse contro l'anarchico Ghezzi imprigionato in Urss nel '29 (e in seguito assassinato), rispose che «per noi comunisti, la questione delle "prove" è una questione che non si pone: è, anzi, una questione sciocca. Chiedere le prove della condanna del Ghezzi vuol dire sostenere che ogni singolo atto del governo dei soviet deve essere sottoposto a un controllo pubblico». Rispondo invece ricordando che, all'indomani dell'assassinio del compagno Berneri ad opera dei sicari del Comintern, Togliatti scriveva (senza firmarsi), in un editoriale de "Il grido del popolo" (20 maggio 1936) che «Camillo Berneri è stato "giustiziato" dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista puó negare il diritto di legittima difesa», mentre la Pravda annunciava che a Barcellona «l'epurazione dei trotzkisti e degli anarco-sindacalisti è giá  iniziata, e viene condotta con la stessa energia usata in Urss». E sull'"Internazionale comunista" Togliatti spiegava che era necessario «epurate, radicalmente e per sempre, dai banditi che sono penetrati nei loro ranghi per trascinarvi direttive e parole d'ordine fasciste», dunque «liberare definitivamente il movimento operaio internazionale dal lerciume trotzkista». A chi, magari sulla scorta di Luciano Canfora (che almeno non si vergogna a difendere, con Togliatti, Stalin), accampasse la congiuntura internazionale e le "dure leggi della storia" ricordo che sin dal 1926, tacitando Gramsci che criticava le epurazioni che si intravedevano in Urss, Togliatti difendeva la linea stalinista. Diversi anni dopo e in ben altro clima, cosí Togliatti rispondeva a Salvemini ("Rinascita", marzo 1950) che lo accusava della morte del compagno Berneri: «vi fu la nota rivolta barcellonese del maggio: una serie confusa di sanguinose battaglie di strade, da casa a casa, dai tetti, ecc. Il Berneri cadde in uno di questi scontri: ecco tutto...». Alla lettera aperta di Victor Serge che chiedeva notizie degli antifascisti italiani scomparsi in Urss, come pure alle lettere di Barbara Seidenfeld, la compagna di Pietro Tresso, Togliatti non ha mai risposto. Sono vicende note, sulle quali si possono leggere i romanzi recenti di Stefano Tassinari ("Il vento contro", recensito giusto domenica scorsa su Queer da Antonini) e Alessandro Bertante ("Al diavul"): tutti anticomunisti? Se invece si vuole qualche fonte storica, che consiglio vivamente a Maselli e Curzi, si puó cominciare col volume Gulag. Storia e memoria curato per Feltrinelli da Elena Dundovich, Francesca Gori ed Emanuele Quercetti. Per Dundovich non solo Togliatti «evidentemente era al corrente della tragedia complessiva», ma «l'insieme dei documenti provano in maniera inequivocabile come, seppur non continuativamente, vi prese parte». Il resto, per chi vuole vedere, viene da sé: Togliatti ha responsabilitá  politiche, se non operative, nel massacro di una generazione di rivoluzionari. Negare ció equivale a sostenere l'esistenza di uno stalinismo senza stalinisti. Ma cosa c'entrino gli stalinisti col comunismo, io non l'ho mai capito.

 

Vengo al secondo punto: a che vale oggi ricordare i crimini di Togliatti, da alcuni esaltato come grande dirigente? A me certe esaltazioni fanno venire in mente quei bei versi di Brecht: «Il giovane Alessandro conquistó l'India. / Lui, da solo? / Cesare sconfisse i Galli. / Non aveva con sé neanche un cuoco?». Togliatti fece tutto da solo? E le masse? Fu solo grazie alla sua direzione politica che il movimento comunista crebbe nel paese? In Spagna la risposta togliattiana allo slogan di Durruti "fare la rivoluzione per vincere la guerra" fu "vincere la guerra per fare la rivoluzione": una linea politica che equivale all'idea odierna che prima si vincono le elezioni (a qualunque costo, pur di compiacere la borghesia moderata), e poi si pensa a cambiare la societá . Gli eredi di Togliatti sono riusciti, allo stesso prezzo, a fare senza spargimento di sangue quello che Togliatti e il Comintern fece negli anni Trenta: liquidare la sinistra per dimostrare di essere credibili agli occhi della borghesia e dei governi europei. Il punto è questo, credo: per fare societá , per fare moltitudine, bisogna partire dal basso e dai movimenti reali, non dall'alto delle segreterie, delle tattiche, dei vertici. Marx il comunismo lo pensava non come un'astuzia tattica, ma come un movimento reale che modifica lo stato di cose esistente. Per contro, l'astuzia politica di Togliatti e dei suoi eredi (da Ferrara a D'Alema e Veltroni) mi ricorda il Napoleon della "Fattoria degli animali" di Orwell che ripete saltellando «tattica, compagni, tattica». Ma anche Orwell, come Berneri e come me, fu tacciato di anticomunismo.

 

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