News per Miccia corta

13 - 05 - 2008

Per noi Giorgiana vuol dire libertá 

 

(Liberazione, martedí, 13 maggio 2008)


 

Emanuela Del Frate

 


 

Pensare agli anni Settanta per chi come me, nata nel '77, non ha avuto la possibilitá  di viverli, non è cosa facile. Nonostante gli articoli e i libri letti, i racconti orali ascoltati con aviditá  ogni qual volta se ne è presentata l'occasione, sembrano sempre lasciare vuoti non colmabili se non da una conoscenza di tipo esperienziale. Per chi è cresciuto a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, è stato impossibile riuscire a capire cosa volesse dire scendere in piazza con la possibilitá  di morire o di piangere la morte di una sorella o di un fratello.

Anche se non ce ne fosse stato bisogno, vivere le giornate di Genova, ha fatto scontrare la mia generazione con la violenza di una morte in piazza. Con la violenza e il dolore di una morte cosí simile a quella, avvenuta precisamente 31 anni fa, di Giorgiana Masi. E non solo perché il suo è l'ultimo nome che compare nel macabro elenco di omicidi perpetuati dalle forze dell'ordine, prima di quello di Carlo Giuliani. Aver vissuto quel tragico luglio del 2001, mi permette, purtroppo, di capire quali fossero state le sensazioni di chi si trovava a Roma, il 12 maggio del 1977. Innanzi tutto, certo, la sospensione di ogni diritto. Tutte le testimonianze riportano cariche indiscriminate, manifestanti o inermi, o armati di soli sassi, giornalisti picchiati, poliziotti travestiti malamente da "autonomi" o "noglobal", pistole impugnate ad altezza uomo. Una chiazza di sangue sull'asfalto, processi archiviati, colpevoli mai puniti.

E' facile immaginare che il dolore delle lacrime e la rabbia dell'impotenze siano state le stesse. Pensare, peró che di Giorgiana ci possa restare soltanto il ricordo di una tra le tante morti, credo sia riduttivo e, in un certo senso, un ulteriore insulto alla sua vita. Credo che nella figura di Giorgiana si possa, invece, ritrovare il riflesso di un'intera generazione, e le radici che ne legano percorso politico e culturale agli anni Settanta. Quel 12 maggio i radicali avevano indetto una mobilitazione; era il terzo anniversario della vittoria del referendum sul divorzio. E Giorgiana era in piazza per ricordare l'istituzione di una legge che sanciva il diritto di poter scegliere. Giorgiana ha deciso di scendere in piazza con i suoi 19 anni, anche per un altro motivo. Cossiga aveva infatti imposto, dopo la morte dell'agente Passamonti, il divieto di manifestazioni pubbliche. Quell'appuntamento divenne ancora piú importante; si festeggiava la conquista di un diritto individuale e se ne rivendicava uno politico. Giorgiana lo sapeva ed era in strada con la forza delle idee. Con la consapevolezza che "il personale è politico" non è solo uno slogan da urlare nelle piazze, ma che rappresenta un preciso modo di affrontare la vita.

Il mio percorso politico, come forse è accaduto a una parte della mia generazione, è partito proprio da qui. «Io tenderei a vedere nel personale giá  la critica immanente del privato nella misura in cui non rinvia a un soggetto psicologico, ma, proprio in quanto prefigura la risoluzione della scissione, presuppone il soggetto politico. Nel personale si iscrive giá  la politicizzazione del privato». Scriveva cosí, in un numero di Rinascita del '77, Carla Pasquinelli e, per me ha sempre significato esattamente questo: riportare quella che viene considerata la politica con la "P" maiuscola, nella dimensione individuale. Mettere costantemente in discussione se stessi, essendo consapevoli che, ogni piccolo gesto del singolo è fondamentale per la realizzazione di un percorso collettivo. E, nello stesso tempo, vuol dire sapere che le conquiste individuali risultano effimere fuori da un contesto corale. In questo ritrovo la scelta di Giorgiana di essere in piazza quel 12 maggio, in questo ritrovo quella delle centinaia di migliaia di persone che hanno vissuto Genova nel 2001. Certo, nulla che fa parte della storia va mitizzato né idealizzato, e dobbiamo ancora riuscire a fare i conti con quel passato, ammettendone gli errori e riconoscendo le strade da non ripercorrere. Ma dobbiamo anche prendere atto dell'ereditá  che i Settanta ci hanno lasciato e, per una volta almeno, potremmo ricordare Giorgiana non solo per la violenza con cui è stata assassinata, ma anche facendoci carico dell'ereditá  che ci lascia.

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