News per Miccia corta

09 - 05 - 2008

La fine della Prima Repubblica e la profezia di Aldo Moro

 

(Liberazione, VENERDáŒ, 09 MAGGIO 2008)

 

 

 

Andrea Colombo

 

 


Trent'anni fa, in via Montalcini, non fu ucciso solo Aldo Moro. Con lui perí anche un modo di intendere e praticare la politica che aveva rappresentato l'essenza piú intima della storia repubblicana sino a quel momento. Per questo non è esagerato affermare che il 9 maggio 1987 rappresentó anche la fine della prima repubblica.

Aldo Moro era stato il piú sottile inteprete della democristianitá . Nessuno aveva identificato piú strettamente di lui il bene dello scudocrociato e quello dello Stato. Nessuno aveva difeso altrettanto strenuamente la centralitá  della Dc. Ma, allo stesso tempo, nessuno aveva come immaginato quella centralitá  in maniera dinamica e propulsiva, non statica e arroccata in difesa di se stessa.

L'uomo che fu rapito dalle Br il 16 marzo 1978 era impegnato in un'operazione delicatissima e rischiosa: avvicinare il principale partito d'opposizione all'area di governo non per superare il primato democristiano ma per confermarlo e rafforzarlo. L'idea che Moro volesse consegnare il potere al Pci, facendosi mallevadore dell'alternanza in tempi brevi, è solo una leggenda politica, e tra le piú sceme.

Nel 1978 l'Italia e la Dc vivevano il momento piú difficile dalla nascita della Repubblica. Le elezioni del giugno 1976 aveva reso il paese apparentemente ingovernabile. I consensi del Pci si erano impennati, ma la Dc aveva mantenuto intatto il suo primato e il suo forziere di voti. La polarizzazione aveva penalizzato i partiti minori e consegnato la vittoria a entrambi quelli maggiori. Nessuno dei quali, tuttavia, aveva raggiunto la maggioranza assoluta, né poteva contare su un sistema di alleanze tale da garantirgliela.

Lo stallo aveva trovato il paese immerso in una situazione complessiva giá  gravissima, nel pieno di una crisi economica senza precedenti, alle prese con la sanguinosa e inaudita offensiva scatenata dal terrorismo politico, flagellato dagli scandali che avevano ridotto al minimo storico la credibilitá  della Dc.

Fu Moro a trovare la via d'uscita, con l'apertura al Pci. Fu lui il regista prima del governo delle "astensioni", che si basava appunto sulla benevola astensione del Pci, e subito dopo, in seguito alle insistenze dei comunisti, di quello di solidarietá  nazionale che vedeva i comunisti per la prima volta organicamente presenti nella maggioranza parlamentare anche se ancora esclusi dalla partecipazione al governo.

Che la politica di Moro apparisse come speculare al "compromesso storico" proposto cinque anni prima da Berlinguer era inevitabile. Ma si trattava di un abbaglio. Quella strategia Moro non la accettó mai, neppure per un attimo. Il compromesso di Berlinguer mirava a una stabile e strategica alleanza di governo tra i due partiti maggiori. La strategia di Aldo Moro era tutt'altra, e ancora oggi è impossibile dire con certezza quali fossero i suoi reali obiettivi.

Stando al progetto da lui stesso illustrato all'ambasciatore degli Usa Gardner, il leader democristiano aveva semplicemente preparato una trappola micidiale. Inglobare il Pci nell'area di governo coinvolgendolo cosí nelle dolorose e sommamente impopolari scelte di politica economica avrebbe da un lato garantito la possibilitá  di procedere con quelle politiche senza doversi scontrare con una durissima opposizione sociale, dall'altro avrebbe logorato la credibilitá  dei comunisti presso la loro stessa base condannandoli a una sconfitta elettorale che avrebbe chiuso la partita a tutto vantaggio della Dc.

Secondo i collaboratori del presidente della Dc, e secondo l'allora ministro degli Interni Cossiga, il piano di Moro era meno cinico. L'obiettivo strategico era a modo suo pedagogico: conquistare i comunisti alla piena democrazia, modificarne il dna per renderli davvero degni di governare un paese libero, quindi sfidarli ad armi pari. Entrambi i partitoni pienamente legittimi e legittimati, e vinca il migliore.

Impossibile dire in quale dei due disegni si riconoscesse maggiormente il vero Aldo Moro. Probabilmente in entrambi. Il presidente della Dc voleva davvero battere il Pci in campo aperto, superando con successo la fase di massima insidia, ma voleva davvero anche trasformarlo e, nella sua visione, renderlo pienamente democratico, come aveva giá  fatto quindici anni prima con il Psi e come avrebbe sognato di fare, dal carcere del popolo, persino con le Brigate rosse.

Proprio per quelle parole, per la proposta di rendere alla Br quel che era delle Br, la loro natura strettamente politica, e partire di lí per riconquistarle alla democrazia, il prigioniero di via Montalcini fu fatto passare per pazzo. "Non è e non puó essere lui", si disse. Quelle parole, aggiunse Andreotti per tutti, non erano "moralmente ascrivibili" ad Aldo Moro. Gli amici piú cari del rapito, quelli sul cui aiuto il prigioniero sperava, firmarono una lettera collettiva degna dell'Urss staliniana. Giurarono che in quelle lettere, in quelle posizioni, non riconoscevano l'Aldo Moro di sempre, il maestro e amico. Roba che neanche Beria.

Invece l'autore di quelle lettere era proprio l'Aldo Moro di sempre. Il leader che non vedeva scarti e contraddizioni tra l"˜interesse di Stato e quello di partito e che quindi poteva tranquillamente coniugare le strategie ciniche del capofazione con quelle lungimiranti dell'uomo di Stato. Il politico cattolico avvolgente e avviluppante portato per natura e fede a convertire, non a demolire, gli avversari, i socialisti come i comunisti e infine i rivoluzionari delle Br.

A far pendere la bilancia a favore dell'una o dell'altra versione della strategia morotea dell'apertura al Pci, quella esposta a Gardner o quella illustrata a Cossiga, sarebbe stato in ultima analisi lo svilupparsi degli eventi. Le colonne d'Ercole oltre le quali Moro non si sarebbe in alcun caso spinto erano peró giá  state nettamente fissate: netto rifiuto del compromesso storico e strenua difesa, ad ogni costo, della centralitá  democristiana.

In una delle sue ultime lettere del carcere, il sequestrato profetizzó al suo stesso partito funeste sciagure: "il mio sangue ricadrá  su di voi". Appena un anno dopo la sua morte, i fatti parvero smentire clamorosamente quella profezia. Le elezioni del '79 portarono esattamente al risultato previsto da Moro nel colloquio con l'ambasciatore Gardner. Il Pci, logorato dall'appoggio offerto senza ottenere quasi nulla in cambio alle durissime politiche economiche che avevano colpito proprio la sua base sociale, perse due milioni di voti e si avvió lungo un declino che non si sarebbe mai piú interrotto. La Dc riconquistó il primato di sempre. I leader che non avevano mosso un dito per salvare Moro e che da questi erano stati maledetti si ritrovarono al potere senza piú dover temere l'insidia comunista.

Eppure, dietro la tranquillante apparenza, tutto era cambiato. Nei tre anni trascorsi tra il voto del '76 e quello del '79 la Dc aveva perso definitivamente l'antica centralitá , slittata nelle mani del nuovo Psi di Bettino Craxi, il vero padrone della politica italiana negli anni '80. La dialettica sottile tra Dc e Pci che era stata il motore della repubblica nel suo primo tentennio era destinata a essere sostituita presto da quella, infinitamente piú rozza e declinata in termini di pura spartizione di potere, tra la Dc di Andreotti-Forlani e il Psi di Craxi. E la profezia di Moro, in un certo senso almeno, si era realmente avverata.

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