News per Miccia corta

08 - 05 - 2008

Desaparecidos, scarcerato l`unico in galera

 

(il manifesto, 8 maggio 2008)

 

 

Claudio Tognonato

 

 


L'ex capitano di vascello Néstor Troccoli, uruguayano, giá  membro dell'intelligence della dittatura del suo paese, accusato della scomparsa di sei cittadini italiani e arrestato a Salerno il 23 dicembre 2007 è stato rimesso in libertá . Il tribunale del riesame di Roma prima, la Cassazione uruguayana poi, ed infine Carlos Abin, ambasciatore del Uruguay in Italia, hanno ognuno fatto del loro peggio. Di 140 mandati di cattura nei confronti dei responsabili delle giunte militari e dei servizi di sicurezza che negli anni '70 hanno orchestrato il Plan Cóndor, la multinazionale del crimine organizzata da militari cileni, argentini, uruguaiani, paraguaiani boliviani e brasiliani, solo uno era finito in carcere. Ora anche lui è libero.

Néstor Troccoli è stato scarcerato il 23 aprile. In realtá  sarebbe uscito di prigione prima se non ci fosse stata una richiesta di estradizione della magistratura uruguayana che lo accusa della scomparsa di trenta cittadini del suo paese che erano fuggiti in Argentina nel 1978 e lí sono diventati desaparecidos. Troccoli, che da due anni risulta residente a Marina di Camerota e ha passaporto italiano, è fuggito verso l'Italia quando ha capito che sarebbe stato arrestato in Uruguay. Il militare è stato tra i primi a riconoscere l'uso della tortura negli interrogatori, ha ammesso di averla praticata sui prigionieri, ma precisa di non aver mai ucciso un detenuto. Il compito del Plan Cóndor era quello di coordinare internazionalmente il sequestro, la tortura, l'uccisione e la scomparsa dei corpi. Un lavoro pulito, messo a punto da Augusto Pinochet e Jorge Videla, che non prevedeva problemi di giurisdizione, né lunghe procedure di estradizione.

Dopo anni di indagini e su istanza dei familiari delle vittime il pubblico ministero Giancarlo Capaldo ha chiesto al gip Luisanna Figliolia di emettere un mandato di cattura nei confronti di Troccoli. Dal 1999 Capaldo raccoglie informazioni su questa sorta di internazionale del terrorismo di stato, dieci anni per ricavarne, dopo solo qualche giorno, una istanza di scarcerazione del tribunale del riesame.

Troccoli, che era stato rinchiuso a Regina Coeli il 24 dicembre, il 17 gennaio 2008 aveva ottenuto l'annullamento dell'ordinanza di custodia cautelare. Troccoli, peró, non è stato scarcerato perché era stata avviata una richiesta di estradizione da parte di Luis Charles, giudice della magistratura dell'Uruguay. Solo che trascorsi i 90 giorni che prevede il trattato stipulato tra i due paesi, le carte non erano arrivate alla Corte d'Appello di Salerno che ha concesso la scarcerazione per scadenza dei termini.

Come mai la documentazione non è arrivata a destinazione? A questo punto nasce un giallo con accuse reciproche tra le diverse parti che sono intervenute in questo lungo pellegrinaggio. Anche se il risultato non cambia è importante chiarire che, ancora una volta, tutto gioca a favore dell'impunitá  dei militari. Come all'epoca dei desaparecidos «nessuno si è accorto di nulla». Ma per fortuna i familiari delle vittime non accettano, dopo 30 anni, che un torturatore torni in libertá  per negligenza o peggio. «Ci sono ancora alcune situazioni da chiarire», dice Cristina Mihura, moglie del desaparecido Bernardo Ardore, rappresentate dei familiari. Cerchiamo di ricostruire la vicenda. Innanzitutto non si capisce come mai la Corte di Cassazione dell'Uruguay abbia ricevuto i documenti italiani solo il 13 febbraio. Come mai, considerando che in quel momento mancavano solo 38 giorni alla scadenza dei termini, l'Uruguay ha impiegato un mese per tradurre in italiano il dossier? E poi come mai la Cassazione, a 9 giorni alla scadenza, ce ne mette altri 6 per spedire le carte in Italia.

Martedí 18 marzo gli incartamenti sono arrivati a Roma e qui entra in gioco l'ambasciatore Carlos Abin. Aveva tre giorni a disposizione per consegnare alla Farnesina i documenti che motivavano l'estradizione, ma ha deciso che era meglio controllare per bene il voluminoso dossier - ha dichiarato - per assicurarsi che tutto fosse a posto. Aveva tre giorni, ma non si è accorto che gli atti processuali hanno una scadenza e ha depositato i documenti alla Farnesina il 31 marzo, otto giorni dopo la data di scadenza. «Evidentemente l'ambasciatore Abin non è l'unico responsabile - precisa Cristina Mihura - se al posto di temporeggiare avesse consegnato gli incartamenti, Troccoli sarebbe rimasto in carcere».

In Uruguay la vicenda è arrivata ai vertici dello stato. Il presidente Tavaré Vá¡zquez difende l'operato del suo ambasciatore, ma la Corte di Cassazione non vuole essere incolpata e l'avvocato dei familiari ha chiesto al governo le dimissioni dell'ambasciatore. Forse è il caso di ricordare che dopo la dittatura militare (1973-1985) l'Uruguay ha sancito la legge della caducitá  che impedisce il processo ai militari responsabili di violazioni dei diritti umani. Ora il governo di sinistra vuole riaprire il capitolo, si raccolgono firme per un referendum abrogativo, ma ci sono molti contrasti interni.

L'Italia ha condannato alcuni responsabili della scomparsa di cittadini italiani in Argentina. Queste condanne sono meritevoli, cosí come il lavoro di chi ha gestito e reso possibile questi traguardi, ma c'è poco da festeggiare. Quando la condanna arriva a 30 anni di distanza è una condanna storica, i familiari delle vittime ringraziano, ma non si dica che questo è giustizia. I condannati non erano né in aula né in Italia, nessuno li ha disturbati. Non si erano nemmeno preoccupati di procurarsi avvocati difensori, sapevano che sarebbero stati condannati, ma sapevano anche che la condanna non sarebbe stata mai eseguita. In Spagna Adolfo Scilingo sta scontando una condanna a 640 anni per i voli della morte, noi in Italia abbiamo fatto scappare nel 2000 Jorge Olivera e ora il torturatore Nestor Troccoli è tornato in libertá .

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