News per Miccia corta

09 - 05 - 2008

Moro, il saggio civile di Alberto Arbasino

 

(la Repubblica, VENERDáŒ, 09 MAGGIO 2008)

 

 

 

 

L'autore ha aggiunto una postfazione dal titolo "Delitti & canzoni" che allude ad una Italia tragica e irrilevante, segnata da omicidi in serie

 

 

 

EDMONDO BERSELLI

 

 


Se fosse vero che la catastrofe è giá  avvenuta, ed è una catastrofe tutta italiana, che si registra nelle profonditá  sociali e politiche degli anni Settanta, cosí come nelle piú epidermiche superficialitá  psicologiche dell'epoca? A rileggere adesso In questo Stato, uno dei saggi «civili» di Alberto Arbasino (che riappare in questi giorni da Garzanti, pagg. 214, euro 11), nel trentennale dell'assassinio di Aldo Moro, viene voglia di cedere le armi, anche quelle della critica, e di riconoscere che la sconfitta si è registrata allora, nelle pieghe di avanzamenti delle masse e di colossali conquiste da sinistra. Come allora, si corre all'ultima pagina, dove si riferisce di un seminario riservato e piuttosto mondano («L'Europa oggi: ostacoli e speranze»), in corso alla Mondadori di Roma, con un parterre di superlusso da Aron a Sylos-Labini, da Scalfari e Caracciolo a Napolitano, Fabiani e Rodotá : tutto sta per precipitare verso la conclusione piú sanguinosa e tremenda, e mentre «le forchette stanno per affondare nelle crespelle agli spinaci, entrano due ceffi stravolti, si avvicinano ai piú autorevoli tra gli onorevoli, sussurrano agli orecchi che è stata trovata la macchina col corpo in via Caetani».

 

Con questo choc narrativo che si rinnova tuttora con violenza, non attutito nemmeno da tre decenni di distanza, si conclude «questo instant book o scrapbook del tutto «epocale»», che «venne compilato veramente di ora in ora, durante le settimane del «caso Moro», per registrare la straordinaria agitazione ed eccitazione che prese tanta gente e tutti i media, lungo quelle settimane cosí drammatiche ed equivoche». Al quale oggi Arbasino ha aggiunto una postfazione dal titolo di per sé indiziario, «Delitti & canzoni»: che evidentemente allude a un'Italia ad un tempo tragica e irrilevante, fulminata da ammazzamenti in serie, «per cui occorrerebbe una sconfinata banlieue, volendo intitolare una via a ogni «caduto»» («E magari, una piazza o largo a ciascuna strage: treni, banche, stazioni, abitazioni, magistrati a piedi e in macchina, manifestazioni, cortei»). Naturalmente tutto questo mentre la colonna sonora d'epoca inanella greatest hits, «Mina, Morandi, Battisti, De André, Celentano», senza escludere i Beatles e i fasti estetici ed erotici del Parco Lambro, tanto per tenere fede alle virtú canore della cara patria.

 

Quanto alle banlieue sconfinate, Arbasino è stato accontentato, e si potrebbe chiedere a Rutelli l'effetto che fa. Ma per il resto, ripercorrere l'antropologia nazionale descritta nel libro costituisce un'esperienza faticosa, perché sembra di ritrovarsi in un lunghissimo presente, che prende forma allora e si protende fino a oggi. In cui si riconoscono le regolaritá  nevrotiche del Belpaese, la dissoluzione del significato in un fluire isterico di astrazioni, problemi effettuali che diventano nessi e varianti di «Sistemi» e «Logiche» e «Modelli», senza che mai un pensiero empirico venga in soccorso alla classe di governo e agli sterminati e sempre piú ciarlieri ceti di opposizione, di protesta, di denuncia, di lotta, di classe nonché di massa.

 

Cosí, sulla via della modernizzazione mancata gli inciampi sono formidabili, e tutti in genere rivolti dalla sfera dell'interioritá  affettiva ed emozionale verso la societá  esterna, come in una seduta generale di autocoscienza, provocando risposte che potrebbero essere tenute presenti di fronte a qualsiasi Gay Pride, a ogni ostentazione di diversitá , perché «l'omosessualitá  cessa di essere un incubo se smetti di viverlo come trionfale supplizio e di infliggerlo come tormentone agli altri, anche i filatelici vengono sfuggiti quando parlano solo di francobolli per ore e ore, e non parliamo degli alpini quando ripetono a lungo che ghe piase el vín».

 

Eppure, anche l'illuminista, anche il razionalista Arbasino deve abbassare le sue, di armi critiche, allorché il «caso» sfocia in tragedia. Per tutto il libro, la figura di Moro, il paterfamilias condannato a un sacrificio tendenzialmente inane, traspare sullo sfondo della riflessione, e della descrizione sociologica e culturale, avvolta da eterni «problems» nazionali, cioè dal familismo in tutte le sue accezioni, che si dipana in clientelismi, codardie, interessi privati, rivalse e vendette di clan, ritorsioni correntizie e rappresaglie tribali: perché ad affrontare la matassa italiana con le categorie della scienza politica, del diritto, della storiografia non si trova mai il bandolo, o se ne trovano troppi. Se l'intelletto dice che la Ragion di Stato dovrebbe modellare i comportamenti pubblici, a dispetto di lettere e appelli, la consapevolezza della realtá  induce a dubitare, e a esitare, per il timore che la linearitá  del giudizio venga presa per snobismo.

 

Alla fine, proprio nelle ultime righe della postfazione, lo scrittore civile si rivolge agli italiani di ieri, quelli venuti dal Sessantotto, compresi i «neo-vegliardi» che avranno festeggiato le opportune ricorrenze ogni dieci anni, e che forse ancora in «un prossimo - inevitabile ma forse e/o inimmaginabile - 2048» staranno ancora lí a canticchiare che «the times they are a - changin'»: e la sua voce sembra risuonare nella scena di un paese indefinibile, affollato e deserto, comunque troppo contemporaneo.

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