News per Miccia corta

04 - 05 - 2008

Il diario di Bruno Trentin

 

(la Repubblica, DOMENICA, 04 MAGGIO 2008)

 

 

 

 

 

 

 

 

BRUNO TRENTIN 

 

 

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22 settembre 1934

 

Sono esattamente 14 giorni che il popolo italiano ha preso coscienza con una gioia trepidante dell'armistizio con le potenze Anglo-sassoni. Gioia ben presto delusa dall'annuncio dell'occupazione integrale dell'Italia settentrionale da parte delle truppe tedesche. Dall'8 settembre 1943, il nord della penisola vive la piú terribile e la piú penosa delle tragedie.

 

L'8, mio padre era a casa dei suoceri, mio fratello a casa di amici. Io passeggiavo per caso sulla piazza principale di Treviso (Veneto). Si è radunata una folla confusa e incerta. Corrono delle voci: la Pace... la Pace!... Voci, ma nessuno ne sa niente. Tutto a un tratto, un uomo compare a un balcone e urla: «Italiani! Una grande notizia... Armistizio!... la guerra del fascismo è finita!... Vendetta contro quelli che vi ci hanno trascinato!...». La gente grida di gioia, i soldati si abbracciano, si corre per le strade, si canta. Io, tremante, tesissimo, mi precipito attraverso il dedalo delle viuzze sporche della cittá  bassa. In cinque minuti sono da mio nonno; irrompo nella stanza in cui mio padre sta discutendo con alcuni amici; grido: «Badoglio ha firmato l'armistizio!». Mio padre si alza in piedi, grave, senza inutili esplosioni di gioia; si guardano tutti tra loro... «áˆ la guerra che comincia!».... La guerra vera per l'Italia vera.

 

Da quel giorno, le nostre volontá : quella di mio padre, di mio fratello e la mia, si sono sforzate di farla, questa guerra, con ogni mezzo.

 

Il 9 settembre, mio padre va a trovare il comandante della piazza, il generale Coturri. Questi si rifiuta di organizzare la resistenza alle truppe tedesche che avanzano verso Treviso per occuparla. Il 10, un altro generale, tremante di paura, si sottrae. L'11 un terzo generale del «fu esercito italiano» e il prefetto della cittá  non si vogliono compromettere. Paura! Paura! Corriamo di prefettura in prefettura, dall'ufficio dello Stato maggiore al Municipio. La nostra delusione, la nostra amarezza sono grandi; tutti tremano di paura. Lo sgomento, il panico poco a poco si impossessano della popolazione. Qualche giorno prima, urlavano di gioia. L'11 settembre giá  tremavano per la loro salvezza. I tedeschi si avvicinano a Treviso. I soldati scappano in disordine, buttando le armi, le uniformi, gli ufficiali, in borghese, scappano in macchina attraversando a tutta velocitá  le vie della cittá . Di fronte all'impossibilitá  di organizzare in cittá  una resistenza armata, partiamo a nostra volta per nasconderci in campagna. Comincia in Italia una nuova vita: la vita clandestina.

 

 

25 settembre 1943

 

Si è costituito il governo fantoccio di Mussolini. Tra questi ministri, tra questi uomini abietti che non hanno vergogna di incitare il popolo italiano a collaborare con le orde naziste, si ritrovano alcune vecchie conoscenze, giá  famose per la loro integritá  e la loro grandezza d'animo. In particolare, quel caro maresciallo Graziani che si è tanto graziosamente distinto in Abissinia nell'impiegare i gas contro dei negri inermi, ha portato a termine la sua carriera di macellaio sanguinario, mettendosi a servire tra le file nemiche, come ministro della guerra di un governo fascista venduto alla Germania al prezzo piú basso, fianco a fianco coi suoi colleghi tedeschi, macellai come lui.

 

Ma ci sono anche degli ufficiali che hanno saputo lavare nel sangue l'onore cosí compromesso di questa Italia martirizzata. ሠil caso del generale della divisione «Acqui» a cui era stata affidata la difesa dell'isola greca di Cefalonia, e che con una fermezza e uno stoicismo ammirevoli ha ordinato ai suoi uomini di resistere ad ogni costo all'invasore nazista. Soverchiato dalla schiacciante superioritá  del nemico, insieme col suo stato maggiore rifiutó di arrendersi, cosicché i tre quarti della divisione, con tutti gli ufficiali, furono annientati. I Tedeschi fecero solo quattromila prigionieri. Una pagina gloriosa come questa mostra che c'è ancora della buona genia di Italiani: Italiani che hanno a cuore l'onore del loro paese e la loro libertá .

 

 

8 ottobre 1943

 

L'automobile s'inerpica per uno stretto sentiero di montagna, il tempo è cattivo, piove. Sono in macchina, con mio padre e uno dei nostri. Il nostro obiettivo è di andare a P..., paesino della montagna veneta, per discutere e prendere accordi con i capi di un movimento di patrioti italiani, armati fino ai denti, che tengono le alture. Intorno alle 5, arriviamo in paese. Parcheggiamo l'automobile nel cortile di una locanda che è una delle ultime case di P. «Loro» sono lí, ad attenderci: due giovani ufficiali degli «Alpini» dell'esercito Italiano. La barba lunga, indosso un completo di velluto, l'aria risoluta... Poche parole per presentarci, e ci sediamo attorno a un tavolo, davanti a un bicchiere di vino: siamo soli. Le discussioni che sono seguite sono state di carattere troppo confidenziale perché possa trascriverle su questo diario.

 

Tuttavia, mentre parlavamo, tra noi, sentivamo qualcos'altro.. un bisogno di essere affettuosi, nonostante parlassimo di questioni terribilmente serie e importanti.

 

Negli occhi di quei montanari si percepiva una grande aspettativa, un po' di riconoscenza, per quella gente di laggiú, per quei rappresentanti dei partiti di resistenza, che erano saliti fin lí per provare a creare qualcosa di veramente organizzato... forse anche un po' di diffidenza per quegli uomini ben vestiti, un po' pieni di illusioni.

 

Arriva un capitano degli Alpini, è il capo del gruppo. Pelle abbronzata, baffi corti... doveva avere attorno ai trentacinque anni: il tipico montanaro veneto. I suoi occhi chiari ti frugano dentro e ti spogliano. «... allora è vero, ci sono degli amici che vogliono aiutarci... ci sono altri Italiani che vogliono battersi con noi; allora, non ci sono solo bastardi e traditori?... no, c'è anche un'Italia vera»; e anche noi pensiamo che ci sia un'Italia vera, un vero simbolo di libertá  piena di vita e di splendore dentro gli occhi di quell'uomo dagli abiti logori e dalla barba lunga.

 

Ci sono uomini che hanno pensato come me, che hanno giudicato come me e che vogliono lottare come me contro lo stesso nemico. Non siamo soli! Sotto la maschera consunta e rappezzata, dietro a questa maschera del fascismo, spunta un'altra cosa, una cosa vera, un popolo vero... il vero popolo italiano; non la folla fasulla che urlava «a noi» senza sapere perché... no, un popolo vero... grave, risoluto, splendente di forza e di luce... il popolo libero, il popolo che spezza le sue catene, e che grida altolá !

 

Quel popolo che era sul Piave contro l'Austriaco, che era a Vittorio Veneto dopo Caporetto, che era anche a Guadalajara contro le Camicie Nere, è nato di nuovo, puro, vergine, inattaccabile...

 

Abbiamo finito di parlare. Gli accordi sono presi... al minimo segnale devo raggiungerli anch'io per lottare al loro fianco... Stringiamo le mani callose, le stringiamo forte... Addio... L'automobile scende nella notte: un'ora dopo i grandi e sublimi contorni delle Alpi sfumano nel buio... Riscendiamo in cittá ... per occuparci di loro, per riprendere la penna, la carta, l'elettricitá , la radio... gli strumenti moderni della guerra... quegli strumenti offerti dalla civiltá ...

 

© Marcelle Padovani  e Donzelli Editore 2008 

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