News per Miccia corta

01 - 05 - 2008

Storia del saluto nazista. Quel gesto creó l'indifferenza morale che aprí la strada ad Auschwitz

 

(la Repubblica,1 maggio 2008)

 


 

Obbligatorio fin dal '33, invocava il Führer, come un dio, a tutelare l'incontro

 

SUSANNA NIRENSTEIN

 

 


Durante un viaggio in Germania nel 1937, Samuel Beckett, arrivato a Ratisbona, in Baviera, scrisse nel suo diario «Passo davanti alla chiesa dei domenicani.., e noto che sul cartello sopra la porta nord Grüss Gott (Che Dio ti saluti) è stato cancellato e sostituito con Heil Hitler!!!»). Quei tre esclamativi rendono speciale l'annotazione (cogliendo immediatamente lo scandalo della sostituzione del Führer a Dio), ma non era la prima volta che Beckett era arretrato di fronte all'uso onnipresente del saluto hitleriano: è un «HH senza fine» aveva annotato, «perfino i custodi delle latrine salutano con Heil Hitler». Parte di qui Tilman Allert per chiedersi nel suo Heil Hitler, Storia di un saluto infausto (il Mulino, pagg. 98, euro 10, da domani in libreria) cosa significó per la Germania cancellare ogni forma tradizionale di comunicazione tra chi si incontra.

Per Allert, che insegna sociologia all'universitá  di Francoforte, l'adozione di quel saluto proclama, da sola, la disponibilitá  a «sacrificare ogni interesse e valore in favore del regime», e a far sí che il proprio comportamento nella vita quotidiana sia parte di «una missione sacra e transtorica», rovesciando il significato stesso del gesto e delle parole con cui normalmente si accoglie o si avvicina un'altra persona, sovvertendo dunque le basi stesse della comunicazione, distruggendo dall'interno il parlare, preparandosi cosí ad accogliere e incarnare l'energia distruttiva sprigionata dal nazismo. In altri termini, il degrado morale del Terzo Reich, dice Allert, «non arriva di colpo e da non si sa dove, ma è il risultato di una perdita di sovranitá  su se stessi», linea in cui il rigetto di un atto sociale universale come il saluto, un buongiorno o un salve che auguri il bene all'altro, ben rappresenta la notte a cui si abbandonarono i tedeschi.

Dell'importanza della sacralizzazione della politica e dei suoi gesti, dei riti adottati dai totalitarismi e della loro capacitá  di trasformare la mentalitá , il carattere e il costume dei cittadini fino a generare "l'uomo nuovo" che si affida in toto alla religione del regime, hanno giá  scritto molti, basterá  citare George Mosse con La nazionalizzazione delle masse (il Mulino) fin dagli anni "˜70, e piú tardi, per quel che riguarda il fascismo, Emilio Gentile per il suo Culto del littorio (Laterza). Ma certo è la prima volta che qualcuno dedica un intero libretto ai significati della modificazione del saluto nel nazismo, un saggio al quale forse manca un raffronto con quel che avvenne nel comunismo e con Mussolini.

Da pronunciare col braccio destro teso in avanti e alzato fino all'altezza degli occhi, il palmo della mano aperto, quel giuramento di fedeltá  a Führer che vigila come un dio sul buon andamento dell'incontro tra umani, fu reso obbligatorio con uno dei primi atti del governo del Partito Nazionalsocialista. Lo fecero piú circolari del 1933. Chi non aderiva al "saluto tedesco" (lo chiamarono subito cosí) poteva essere multato, portato in tribunali speciali, perfino mandato in campo di concentramento. Era un attestato di lealtá , e fu largamente accettato, anche se certo non mancarono i refrattari, i distratti, gli indifferenti. Victor Kemplerer, nel suo diario (Testimoniare fino all'ultimo, Mondadori, a pagina 76) annota come si ritrovi lui stesso ad alzare il braccio in avanti, e a dire «Heil», ma «Heil Hitler non riesco proprio a pronunciarlo». Eppure all'estero non fece scalpore questo stravolgimento del linguaggio sociale: nei giochi olimpici a Berlino per esempio, nel 1936, la squadra francese e quella inglese entrarono nello stadio salutando a braccio teso in segno di rispetto verso il paese ospitante.

«Heil Hitler» invade dunque il vivere comune, fa sí che il singolo percepisca, anche quando entra dal tabaccaio «di fare comunque parte d'una sfera d'azione pubblica». Come è potuto accadere che quel gesto ridicolo cosí ben interpretato da Charlie Chaplin nel Grande dittatore, si sia subito imposto negli ambiti privati dei tedeschi? Per Allert, lo si puó capire solamente se si vede il "saluto tedesco" «non solo come un prodotto di quei tempi oscuri e sinistri, ma come un tassello che ha contribuito a instaurarlo», proprio perché «segnó la regressione della Germania in uno stato di noncuranza morale in due modi: impresse sull'atto della comunicazione il marchio del fallimento del dialogo, e segnó il trionfo del radicalismo sociale sullo spazio fragile della dignitá  e delle interazioni sociali».

Tappa necessaria dell'analisi è chiedersi se l'«Heil Hitler» fosse veramente un saluto, ovvero quel qualcosa in grado di creare socialitá , di far nascere quella reciprocitá  basilare che è fondamento e strumento dell'incontro. La risposta lungamente articolata, come si intuisce, è no, se si considera appunto che il consueto augurio di un «Buongiorno» è il primo regalo a chi si saluta. Nelle forme piú tradizionali, ricorda il sociologo tedesco, la comunicazione a volte chiamava anche un terzo a presiedere l'avvicinamento e l'augurio iniziale tra due persone, «Che Dio ti conceda un buon giorno» si diceva (Gott wnscht Dir einen guten Tag), «Gruss Gott» («Che Dio ti saluti»), due forme per accogliere chi si è salutato nella sfera morale di un potere ultraterreno che definisce la comunitá  a cui si appartiene.

Evidente che i nuovi valori accolti dall'«Heil Hitler» costringono i tedeschi a definire se stessi e i valori di riferimento in rapporto al Führer, innalzandolo al ruolo di terzo preposto ad ogni interrelazione.

Ma c'è di piú, il saluto nazista promette di semplificare il rapporto sociale, «spiana una strada apparentemente senza fronzoli verso l'interlocutore, neutralizza le pretese di classe (abolendo ogni ruolo). e rimuove le complicate regole delle buone maniere» che comunque prima facevano appello al concetto di sé e alla morale personale: il regime si infiltra in ogni minimo aspetto della vita quotidiana. Il saluto tedesco si appropria perfino della Bella addormentata del bosco, raccontata ai bambini delle scuole: il principe quando bacia la donzella alza il braccio destro, diventando cosí «l'eroe che ha liberato il nostro popolo dal sonno mortale» come recita un testo di pedagogia del "˜36.

Allert ci racconta come l'«Heil Hitler» prese piede tra i ragazzi, per strada, ovviamente nei luoghi pubblici e negli uffici, chiarendo cosí il suo senso, che Joachim Fest inscriverebbe nella psicologia delle religioni (Hitler, Garzanti): creare una pratica comunicativa travestita da saluto, che in realtá  era «una specie di fascia parlante da portare al braccio, un documento di appartenenza», niente a che fare con la nota accogliente che vuol indurre l'altro a parlare. Con l'«Heil Hitler» al contrario si sacralizza la dimensione terrena: il Führer viene invocato a tutelare l'incontro, «e non basta: l'elemento sacrale, prende vita nelle relazioni tra le persone, diviene un mezzo di comunicazione che trascende la realtá » e non prende in considerazione l'altro.

Anche il gesto è trascendente: la direzione del braccio travalica chi viene salutato, che non viene toccato ed anzi è tenuto a una certa distanza, mentre la concentrazione militaresca del corpo evoca il giuramento, la promessa, la disponibilitá  alla morte.

Proprio per preservare il carattere sacro del saluto, nel "˜37 agli ebrei venne vietato di usarlo: per tutti gli altri quel gesto diventa magico, come magica è la forza che evocano e «che li porta a incrociarsi da estranei in un luogo dove regna la grandiositá », lontani da ogni identitá  individuale. E' questo il punto, se ci si spoglia della propria individualitá , dei valori che ognuno di noi porta iscritti nel cuore e nella mente per come, dove e da chi siamo nati e siamo cresciuti, cade il pensiero, cadono i dubbi faticosamente coltivati, si apre spazio all'indifferenza e alla delega.

Naturalmente ci fu chi disse che il «saluto tedesco» era uno scimmiottamento del saluto fascista: Mussolini, ricorda Allert, l'aveva scelto per «esprimere un atteggiamento antiborghese e cercarvi un richiamo gestuale all'impero romano, sottolineando cosí la rivendicazione di un dominio imperiale transtorico» e fu Rudolf Hess stesso a scrivere che se anche il saluto proveniva dai fascisti la cosa non era deleteria: «Il bolscevismo ha diffuso i suoi simboli in tutto il pianeta. Coloro che combattono per il nazionalismo, allineati sul fronte dei rispettivi paesi, dimostrano con l'affinitá  del saluto di avere un punto in comune nella lotta contro i comuni nemici internazionali» dice un suo articolo del 1928. Poi vi fu l'inserimento verbale, e che inserimento, Hitler!

In conclusione, secondo la visione di Allert, il pathos cosmico e fideistico introdotto dall'«Heil Hitler», il suo rituale obbligatorio, se da un lato consolidarono la religione nazista, dall'altro aumentarono la diffidenza, il sospetto, la dissimulazione che permearono la societá  tedesca, in mezzo alla quale prese vita e prosperó quella indifferenza morale, quel «peccato di omissione del bene» che altro non fecero se non aprire la strada alla costruzione dei campi di sterminio.

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