News per Miccia corta

30 - 04 - 2008

Esce oggi un saggio-testimonianza di luigi manconi. Un'idea del terrorismo della violenza

 

(la Repubblica, 30 aprile 2008)

 


 

"Com'è potuto accadere", si chiede l'autore, "che sia venuto meno il principio dell'intangibilitá  della vita umana?"


Un articolo imbarazzante pubblicato su "Quaderni Piacentini"

 

SIMONETTA FIORI

 


 

ሠun tema rimosso, ricacciato nel fondo delle coscienze, liquidato soprattutto da coloro che ne furono corresponsabili. Forse una parte di sé inconfessabile, un vissuto tortuoso con il quale si fanno i conti privatamente, piú difficile farne diario in pubblico, specie quando si ricoprono ruoli di responsabilitá . ሠquel sentimento di prossimitá  al terrorismo che negli anni Settanta spinse parte del movimento e dell'opinione pubblica - se non ad aderire - a comprendere e giustificare il brigatismo rosso, una zona grigia impastata - se non di atti direttamente violenti - d'un'idea sbagliata di "violenza giusta". Il merito di questo nuovo libro di Luigi Manconi - Terroristi italiani. Le Brigate Rosse e la guerra totale 1970-2008 - è proprio quello di strappare il velo di reticenze che nel tempo è andato ispessendosi sul furore dei Settanta, anche se il taglio interpretativo e la proposta politica non mancheranno di far discutere (Rizzoli, pagg. 186, euro 18,50). Tanto piú significativo appare l'intervento di Manconi, senatore dell'Ulivo per due legislature e sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Prodi, quanto piú colpisce a destra l'afasia di coloro i quali in quegli stessi anni civettarono con la violenza o ne furono rabbiosi artefici, una promiscuitá  mai dibattuta tra i dirigenti postfascisti di Alleanza Nazionale.

Altalenante tra saggio sociologico e testimonianza, la riflessione di Manconi appare segnata dal vissuto dell'autore, professore di Sociologia dei fenomeni politici presso l'Universitá  Iulm di Milano e responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua nella stagione in cui venne ucciso Luigi Calabresi. Sull'approccio scientifico dei primi capitoli prevale ben presto l'autobiografia, con l'adozione della prima persona plurale e un'intonazione che non è certo rivendicativa – come potrebbe esserlo? – ma neppure sconfessione nitida, piuttosto un'accettazione "compassionevole" e "non indulgente" della propria personale dissociazione tra la vita di allora e quella di oggi. Quel che ne scaturisce – forse al di lá  delle stesse intenzioni dell'autore – è un saggio di riscatto generazionale, sintetizzabile nella massima di Joschka Fischer, l'ex ministro tedesco finito sotto accusa per aver ospitato in casa negli anni Settanta terroristi armati della Raf (inchiesta conclusa con un'archiviazione): «Questa è la mia biografia, questo sono io. Senza di essa sarei qualcun altro (e non mi piacerebbe per nulla)». Con quali costi per la collettivitá  è sottinteso.

La tesi del libro è che il terrorismo sia tuttora dentro la societá  italiana, seppure in dimensioni assai ridotte e in condizioni diversificate rispetto alla matrice brigatista di quarant'anni fa. In nessun'altra democrazia occidentale il fenomeno è durato cosí a lungo, con tale intensitá  di potenza militare e con altrettante vittime. Questa offerta terroristica che corre ancora sottotraccia presenta significativi elementi di continuitá  rispetto alle vecchie Br, anche grazie al persistere di subculture di sinistra e di un alto tasso di ideologizzazione del senso comune che induce perfino le tifoserie calcistiche a ricavare simboli e legittimitá  dai codici della politica. Compito delle classi dirigenti è disinnescare "questa indistinta disponibilitá  alla violenza" intervenendo lá  dove prevalgono l'esclusione e la precarietá  de lavoro. Ma accanto a questo c'è un altro lavoro da compiere, forse ancora piú arduo: fare definitivamente i conti con gli anni di piombo, con quello "scialo di morte" che trentacinque anni fa precipitó nella notte la democrazia italiana. Una riflessione mancata, impedita da reticenze o semplificazioni, paure e ipocrisie. Un bilancio difficile e doloroso, al quale ha contribuito di recente l'importante libro di Mario Calabresi, accolto dall'autore come un notevole passo in avanti nella "testimonianza civile" e nel "monito morale". «Alla tragedia del terrorismo», scrive Manconi, «s'è sommata la tragedia culturale dell'incapacitá  di "comprenderlo" e "pensarlo"». Forse anche di assumersene la responsabilitá .

In Terroristi italiani Manconi si fa carico della sua parte, quella della generazione che è approdata alla democrazia attraverso un tirocinio assai poco democratico. Spietate ed efficaci le pagine in cui viene descritta l'euforia collettiva che al principio degli anni Settanta azzeró ogni forma di ritrosia morale e autocontrollo, l'impetuosa scelta della violenza come forma di lotta, l'adozione di modelli marziali e virilisti, l'icona di Che Guevara e dell'epopea guerrigliera declinata con il gappismo resistenziale, quel mito della Resistenza tradita denunziato di recente dal presidente Napolitano. «Com'è potuto accadere che per migliaia di giovani uomini e donne», si domanda Manconi, «sia venuto meno il principio della intangibilitá  della vita umana?».

Eppure quel valore assoluto venne sciaguratamente ridimensionato, la "violenza giusta" teorizzata e spesso praticata, la violazione della legge sempre legittimata. Ma era proprio necessario che andasse cosí? Secondo la storica Anna Bravo, ex militante di Lotta Continua ed autrice di A colpi di cuore, le cose potevano andare anche diversamente. La violenza fu una scelta, non il risultato di un processo ineludibile. Fu una scelta di pochi, accecati da una tradizione combattentista maschile.

Manconi non evita il confronto con la propria storia complicata. «In quegli anni», scrive, «militai nell'organizzazione Lotta Continua: conobbi direttamente, e direttamente ne feci esperienza e ne fui corresponsabile, quell'intreccio tra mezzi legali, extralegali e illegali, e quel crinale tra uso della forza a carattere difensivo e uso della forza con finalitá  offensiva. A distanza di quasi quarant'anni, la cosa mi viene frequentemente ricordata e rimproverata. Nello stesso periodo scrissi e discussi con altri militanti un articolo, torvo fino all'idiozia e sostanzialmente filoterroristico, pubblicato sui Quaderni Piacentini con la firma parzialmente pseudonimica. Anche questo a distanza di decenni mi viene ricordato con solerzia. Non me ne lamento affatto. Lo ritengo inevitabile». Ma fino a quando? Fino a quando, insiste Manconi, saremo costretti a dar conto di queste nostre "parole ignobili"? E in un paragone un po' troppo disinvolto, raffronta la sua generazione ai ventenni che sotto Mussolini scrivevano parole filofasciste: anche loro ripetutamente costretti a giustificarsi. L'accostamento non regge, ma restituisce lo stato d'animo dell'autore, come incalzato da una richiesta estenuante di confessione e pentimento.

Da qui "la chiamata in correitá " nei confronti d'una zona dell'opinione pubblica che in quegli infiammati anni affiancó Lotta Continua nella sciagurata campagna contro il commissario Calabresi. Ecco sfilare i piú bei nomi del diritto e della filosofia, dell'editoria e della letteratura, Manconi pesca a piene mani dagli appelli contro "il torturatore di Pinelli", "non per rivalsa" ma per restituire lo spirito del tempo. Un comune sentire, un "Maelstrom esistenziale-culturale" che finisce per legittimare la violenza e nel quale vengono risucchiati gruppi sociali e ambienti intellettuali, non estesi ma culturalmente egemoni. Tutti - sembra dire Manconi - tutti pur con responsabilitá  diverse dobbiamo fare i conti con quella stagione.

La reticenza – è la tesi di Terroristi italiani – non annida solo nelle zone di complicitá  morale con le azioni terroristiche. ሠanche di chi non ha voluto riflettere «sul tema della violenza in alcune tradizioni politiche culturali, da quella marxista alla cattolica all'azionista». A questa "mancata esplorazione sulla violenza rivoluzionaria" Manconi affianca la "mancata esplorazione sulla violenza reazionaria". La definitiva resa dei conti appare ostacolata soprattutto da quella parte di classe dirigente che non si è assunta la responsabilitá  politico-morale dei comportamenti dello Stato nel torbido decennio dei Settanta. Dalla madre di tutte le stragi Piazza Fontana, tuttora senza colpevoli, alle carneficine successive, le istituzioni sono apparse sideralmente distanti e ostili, minacciate da aspiranti golpisti, colpevoli di depistaggi e mancate veritá . Se prima non si riconoscono queste ombre e incompiutezze - è la chiave piú condivisibile di Manconi - sembra difficile voltar pagina.

Quel che in fondo auspica Terroristi italiani è una sorta di "pacificazione nazionale", "una prescrizione politica del passato", nel "presupposto ineludibile della tutela delle vittime e dell'accertamento giudiziario delle responsabilitá ". Un'operazione-veritá  alla quale possano partecipare tutti, vittime e terroristi, senza esclusioni di sorta. Come in tutte le guerre, commenta Manconi, l'epilogo si suggella con "la restituzione dei prigionieri". Prevale qui verso i detenuti politici la cifra simpatetica, incalzano gli interrogativi se l'esperienza del male sia un passaggio necessario per operare nel bene. Forse sono queste le pagine meno convincenti di tutto il volume, che danno come acquisita la categoria di "guerra civile simulata". Una percezione bellica che stava nella testa di chi sparava, non in chi rimaneva sul selciato, disarmato e senza vita.

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