News per Miccia corta

29 - 04 - 2008

``Professione: infiltrato tra i rossi`` venti anni con un doppio volto

 

 (la Repubblica, 28 aprile 2008)



PIERO COLAPRICO

 


 

MILANO - La «normalitá  di spiare»: di avere due facce e due vite. ሠquesto che racconta un saggio non comune, perché per la prima volta una spia italiana vuota il sacco. Si chiama Marco Bernardini, ha cinquant'anni, la pancetta, le spalle da lottatore, lo sguardo poco rassicurante. Come detective privato è entrato di recente nelle cronache: costruiva alcuni dei dossier emersi nelle indagini sulla security Telecom. Ma Bernardini era nato – investigativamente parlando – con il Sisde, i servizi segreti non militari.

In primo piano nel libro ci sono dodici anni di carriera. Cominciata a metá  degli anni Ottanta, quando viene infiltrato tra i «rossi», nel collettivo di Medicina di via dei Volsci. All'apparenza si mostra come un compagno duro e puro, invece è un ex picchiatore di destra, ha fatto arti marziali, lavora come buttafuori in un locale jazz. Lascia il look da pariolino, mette la kefiah, diventa la «fonte Brigida». Non hanno fretta dei risultati, i suoi capi. All'inizio lo pagano infilando 300mila lire in una busta gialla. Come base, gli mostrano il vero ufficio operativo: una pensione a una stella, non lontana dal Tevere. Chiusa ai turisti, ma la porta è sempre aperta per agenti e infiltrati.

Come ogni spy story che si rispetti, «Una vita da spia» (Rizzoli, 190 pagine, 9,20 euro) parla di storie e vicende che superano i confini nazionali. Nel rispondere alle domande del giornalista Emilio Randacio, Bernardini racconta non solo di essere riuscito nella sua missione di infiltrato «interno», ma di essere cresciuto nella stima dei compagni al punto tale da finire a Cuba, per due volte, per corsi di addestramento. A leggere alcune pagine c'è da strabuzzare gli occhi: l'agente Sisde, che si fa passare per marxista, si ritrova in compagnia di una dozzina di autonomi italiani. Uno dei loro istruttori si chiama Israel. Parla bene l'italiano, spiega come «adeguarsi al modo di fare delle persone del posto», consiglia di «portare sempre la barba e i capelli piú lunghi. In caso si finisse sulla lista dei ricercati, tagliarli sará  piú facile che farli crescere». Esplosivi, armi, cortei, attentati: mentre gli istruttori insegnano le varie tecniche e tattiche, Bernardini studia anche «i compagni di Bologna, Vicenza, Milano, le loro abitudini».

Una notte a Varadero, per di piú, vince la paura e se ne va in esplorazione da solo. Vuole tracciare la mappa del campo d'istruzione cubano: un'informazione che sará  passata agli americani. Sono tanti gli scenari che questo libro mette in luce, forse con qualche reticenza dello «spione» per evitare i guai piú grossi, ma con un'abbondanza di dettagli e ricordi. Riecco Bernardini in Nicaragua, a Parigi, a Cipro, a Gerusalemme, in Serbia, in mezzo a fuoriusciti italiani e criminali di guerra, a faccendieri e politici. Sempre con questa sua vita all'insegna del doppio: svolge un lavoro che sembra fatto in un certo modo, ma alla fine il suo vero compito è fare rapporto al Sisde, elencare dettagli, fatti, persone.

Alcune di queste, facilmente riconoscibili, ci resteranno male. Come ci restó male una compagna di via dei Volsci. Era passato del tempo, dagli anni dell'universitá  quando, al volante della sua Jaguar, Bernardini andó a fare benzina: la benzinaia romana non credeva ai suoi occhi, vedendo il «compagno Marco cosí cambiato». Ma, in fondo, chi puó dire qual è il vero volto di una spia?

 

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