News per Miccia corta

27 - 04 - 2008

Ivan Della Mea quarant'anni dopo

 

(la Repubblica, DOMENICA, 27 APRILE 2008)

 

SILVANA MAZZOCCHI

 

 


Cantava giá  nel 1967, nell'Universitá  di Trento occupata dagli studenti, quando manifestava per i condannati a morte spagnoli garrotati dai tribunali fascisti di Franco e partecipava a Firenze alle veglie nella chiesa dell'Isolotto di don Mazzi, dove intonava Hasta siempre. Era la vigilia del '68, una stagione alimentata da sogni impossibili e da passioni assolute, anticamera di delusioni e di degenerazioni. Ma anche irripetibile ventata di rinnovamento culturale. Ivan Della Mea, classe 1940, animatore e memoria dei Dischi del Sole, affollata colonna sonora di quell'anno formidabile, lasció allora il laboratorio del Nuovo Canzoniere Italiano per vivere full time la politica e l'impegno, «in vista della rivoluzione». Canzoni pensate e interpretate con Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, Paolo Ciarchi, Pino Masi, Alfredo Mandelli e tanti altri. Come Due, tre, molti Vietnam, scritta di ritorno da Cuba dove erano andati tutti insieme, invitati da Fidel Castro. «Da noi il Vietnam era la scuola, era la fabbrica, erano le carceri, era l'amore».

Quarant'anni dopo Ivan Della Mea, presidente dell'Istituto della canzone popolare Ernesto De Martino, ha avuto l'idea di restituire l'ennesima vita a trenta fra i brani piú famosi del tempo che fu. E il 23 maggio escono per Ala Bianca, l'azienda indipendente con distribuzione Warner che da trent'anni rappresenta un po' «la cultura della musica», due cd dal titolo provocatoriamente retorico, ሠfinito il 68?, con un libretto ricco di ricordi e con la copertina illustrata per l'occasione da Vauro: un eskimo (il giaccone divisa dell'epoca) avvolto in una sciarpa rossa volante. Una raccolta completa, ragionata e illustrata delle stesse canzoni che, in numero piú ridotto, accompagnano, ancora con la collaborazione di Ala Bianca, altri due tra i tanti libri in uscita per il celebratissimo quarantennale del '68: Avant Pop, per Rizzoli, e un volume, ancora senza titolo, che Feltrinelli manderá  in libreria alla fine del mese prossimo.

Della Mea assicura che «il '68 è tutt'altro che finito». O meglio, secondo lui, sopravvive la sua essenza «poiché le tematiche affrontate allora sono presenti ancora oggi». Canzoni sopravvissute per quattro decenni e mai andate definitivamente in sonno. Longseller dice lui, «che non si sono mai del tutto fermate e che ancora vengono scoperte, da una generazione all'altra». Brani, come scrive nella prefazione Stefano Arrighetti, «dove c'è tutto quello che ci dovrebbe essere»: la cronaca e le date delle manifestazioni, gli studenti e gli operai, Cuba e il Vietnam, la Fiat e l'emigrazione (che all'epoca era nostra, dal Sud al Nord), i manifesti politici e le storie personali. Da Contessa, a La ballata della Fiat, da Valle Giulia a Io so che un giorno, fino a Cara moglie e a tante altre.

«Era giusto promuovere un'iniziativa speciale per celebrare una data che non vuol dire soltanto dodici mesi. Il '68 è il poco che c'è stato prima e il molto che c'è stato dopo. Perché, se è vero che non ci fu la rivoluzione ingenuamente pensata, certamente c'è stato un grande cambiamento del costume che ha prodotto effetti importantissimi. Il '68 ha cambiato la famiglia e il rapporto tra l'uomo la societá  e tra le donne e la societá . Da quel seme, negli anni successivi, sono venute le grandi battaglie democratiche per la legge sull'aborto e sul divorzio e tante altre conquiste. E le nostre canzoni hanno raccontato tutto questo. Alcune sono diventate manifesti, altre dei veri e propri simboli. E poi ancora adesso rappresentano quasi un certificato di esistenza in vita di certi valori che oggi non ci sono piú, ma per motivi simili a quelli che noi, all'epoca, abbiamo messo nei nostri brani».

Tra delusione e rimpianto. Ivan Della Mea tornó nel Nuovo Canzoniere Italiano nel 1971, subito dopo aver abbandonato Lotta continua. E «ci si scontra a muso duro, ma ci si ritrova». Quando muore il suo amico Gianni Buoso, scrive: «...qualcosa abbiamo fatto, / sí per capire, / che questo cantare color terra vuol dire creare. / E anche vivere».

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