News per Miccia corta

26 - 04 - 2008

Il '68 dei Taviani

 

 

 

(la Repubblica, SABATO, 26 APRILE 2008)

 


I due fratelli del nostro cinema ricordano quei tempi. A partire dal loro "I sovversivi" del 1967 che a Venezia "fu accolto dalle risate". Poi venne "Sotto il segno dello scorpione"...

La nostra generazione di cineasti aveva una idea comune: avremmo reinventato il cinema

Noi abbiamo vissuto con molto trasporto quella stagione libertaria

 

PAOLO D'AGOSTINI

 


 

ROMA

Paolo e Vittorio Taviani mostrano la laurea honoris causa appena ricevuta dall'Universitá  di Pisa. Dove entrambi "non" si sono laureati con qualche dispiacere del papá  avvocato.

Cominciamo da I sovversivi, dove la giornata dei tanti personaggi ruota intorno ai funerali di Togliatti. Precedette il Sessantotto.

«Uscito nel '67. Al festival di Venezia fu accolto da parecchie risate. E ci piacque che venisse apprezzata l'ironia in un momento cosí ideologico. Presentandolo in giro percepimmo che stava per succedere qualcosa. Le reazioni, di partecipazione anche aggressiva, erano identiche nei giovani dalla Lombardia alla Sicilia. Non erano piú le platee del "dibattito" un po' smorto e supercinefilo. Sentimmo un bisogno di rompere gli schemi, e anche al cinema si chiedevano cose diverse. Corrispondeva alla nostra generazione di cineasti. Fatta di personalitá  diverse - noi, Bellocchio, Cavani, Bertolucci, Ferreri - ma unificata da un sentimento: avremmo reinventato il cinema. E ci credevamo davvero».

Ma rinnovamento della societá  e rinnovamento del cinema riuscirono a integrarsi?

«Probabilmente molti autori non hanno dato i loro migliori frutti con le opere immediatamente ispirate dal momento. Peró è grazie a quel momento che poi le opere migliori sono venute: Bertolucci, Olmi, noi stessi. Ma torniamo al momento della rottura. E, per noi, a Sotto il segno dello scorpione (1969) che è il nostro film piú rappresentativo del '68. A Venezia c'era la contestazione: mandammo il film ma non andammo noi. A casa accendemmo il telegiornale e Lello Bersani disse "hanno fatto bene i fratelli Taviani a non venire, cosí non hanno sentito i fischi". Ma ci credevamo in quel film. Era rappresentativo della tensione che si respirava. Della nostra volontá  di spezzare il sonno del pubblico. Infatti il pubblico spezzó... le sedie».

Insomma erano belli o no, quei film?

«Un momento. Non dimentichiamo la scossa data da Godard, che ha veramente segnato un'epoca. Certo non si puó istituzionalizzare la rottura. Noi abbiamo vissuto con molto trasporto quella stagione libertaria, ricordiamo che qualche volta veniva a prender l'uno o l'altro di noi due il giovanissimo Nanni Moretti che sulla sua vespa ci portava all'universitá  dove si respirava questa bellissima eccitazione antiautoritaria. Dopo, a poco a poco, tutto questo è degenerato anche nella perversione delle Br. Ma il Sessantotto fu una sveglia che portó su tutti i piani l'Italia, tanto in ritardo rispetto alla modernizzazione di altre societá , in pari con gli altri. Noi vedevamo i nostri personaggi de I sovversivi come bloccati in una palude e sotto una lastra di vetro. A un certo punto la spaccano, anche ferendosi, peró non sono rimasti a contemplare le ferite. Scelte personali, piú che politiche. Rischiano senza sapere bene a che cosa vanno incontro abbandonando lo stato di quiete. La scelta di Lucio Dalla come attore fa capire il clima di allora. Serviva un ragazzo, magari bello, per la parte. Facendo la pubblicitá , per sopravvivere, lo incontrammo. Era un clarinettista, del gruppo Flipper. Nel carosello di una marca di camicie. Il suo magnetismo ci travolse subito. Era grasso e peloso, ma perfetto per il personaggio: ribelle, insofferente, si dibatte anche ideologicamente "contro" tutto e tutti. Solo quel clima poteva permettere di fare una scoperta cosí. ሠlui che davanti alla bara di Togliatti mormora "era l'ora". Un vecchio comunista che lavorava sempre con noi rifiutó il film dopo aver letto questa battuta in sceneggiatura».

Ecco: i vostri rapporti con il partito, le sue reazioni.

«Il rapporto piú diretto, e piú difficile, c'era stato prima, con Un uomo da bruciare (1962: Volonté interpretava il sindacalista socialista siciliano Salvatore Carnevale eliminato dalla mafia, ndr) che per bocca di Mario Alicata fu accusato di "infangare la memoria di un eroe". Peró è anche vero che Giorgio Amendola ci disse che gli era piaciuto. La battuta de I sovversivi non piacque ma giá  non era piú il tempo di andare dai dirigenti del partito a farsi approvare... Il direttore della Mostra di Venezia Chiarini ricevette pressioni per non accettare il film. Che del resto venne stroncato anche dalla sinistra estrema, Goffredo Fofi sulla sua rivista Ombre Rosse ci consiglió di "leggere Mao". Per esser chiari: la nostra matrice era quella. Siamo stati comunisti, abbiamo sofferto il '56 ungherese, e il nostro proclamare "era l'ora" significava aspettarsi un cambiamento pur restando figli di quell'utopia. Che possono aver rinunciato al nome ma non al Dna. Educati peró all'antischematismo dal grande studioso di Leopardi e nostro maestro Sebastiano Timpanaro che scrisse in un saggio contro l'ubriacatura maoista su Quaderni Piacentini nel '66: "nessuna rivoluzione riuscirá  a togliere il dolore per la morte di una persona amata". Comunque ricordiamo con affetto la scheda compilata dai carabinieri di San Miniato, il nostro paese, che recitava: "Paolo e Vittorio Taviani, figli dell'avvocato Ermanno emerita persona, sono sovversivi pericolosi ed esistenzialisti"».

Dopo vengono San Michele aveva un gallo (1973) e Allonsanfan (1974).

«Il dolore, soprattutto, di una perdita. Che peró non permette la rinuncia alla lotta per il cambiamento. Ricordiamo la proiezione genovese di Allonsanfan. Alla fine ragazze e ragazzi, tra urli e fischi, salirono sul palco e sputandoci sulle scarpe ci accusarono: voi siete i traditori. Alcuni anni dopo un compagno del Pci di Genova ci disse che la maggior parte di loro era diventata brigatista. Si erano identificati con i rivoluzionari astratti e velleitari del film. Quando piú tardi il film uscí in America, e c'erano giá  le Br che quando avevamo fatto il film non esistevano ancora, i giornali scrissero che era un film "sulle Brigate rosse". Senza saperlo avevamo previsto la perversione del Sessantotto».

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