News per Miccia corta

25 - 04 - 2008

Sessantotto il mio anno di follie

 

(la Repubblica, VENERDáŒ, 25 APRILE 2008)

 


Mi diedi da fare per smantellare la recinzione strappando il reticolato e menando colpi insieme a decine di compagni; e devo confessare di aver provato una gran soddisfazione

 

PAUL AUSTER

 

 


Esattamente quarant'anni fa, al campus della Columbia, organizzammo una manifestazione – ma non contro la guerra in Vietnam. Si contestava il progetto di una palestra che l'Universitá  voleva costruire all'interno del Morningside Park, un'area di proprietá  pubblica. Era previsto un ingresso riservato ai residenti locali (per lo piú di colore), e perció si pensava che il progetto fosse improntato a criteri ingiusti e razzisti. Lo credevo anch'io; ma il motivo della mia partecipazione a quella protesta era un altro.

Ci andai perché ero fuori di testa; il veleno del Vietnam aveva invaso i miei polmoni e mi aveva fatto impazzire. E gli studenti che a centinaia si erano riuniti quel pomeriggio intorno alla meridiana, al centro del campus, in realtá  non erano lí per protestare contro il progetto della palestra, ma piuttosto per dare sfogo alla loro follia scagliandosi contro un obiettivo qualunque. E poiché eravamo tutti studenti della Columbia, non trovammo di meglio che lanciare mattoni contro l'universitá  – peraltro impegnata in una serie di lucrosi progetti di ricerca per committenti dell'industria bellica, e quindi coinvolta nello sforzo militare in Vietnam.

I discorsi infuocati si susseguivano, accolti con boati di approvazione dalla folla degli studenti imbufaliti. A un certo punto qualcuno propose un assalto al cantiere, per smantellare la recinzione che impediva l'accesso ai non addetti. Parve a tutti un'idea eccellente, e una marea di studenti urlanti e fuori di testa lasció il campus della Columbia per dirigersi a passo di carica verso il Morningside Park.

Con mia grande sorpresa mi ritrovai in mezzo a loro. Cos'era successo al giovane ammodo, deciso a passare il resto della sua vita solo in una stanza a scrivere libri? Mi diedi da fare nell'opera di smantellamento della recinzione, strappando il reticolato e menando colpi insieme a decine di compagni; e devo confessare di aver ricavato una gran soddisfazione da quell'attivitá  distruttiva e folle.

Dopo l'assalto alla recinzione del parco la nostra furia si rivolse contro gli edifici del campus, che occupammo per una settimana intera. Ero finito nell'aula di matematica, dove rimasi per tutta la durata del sit-in. Frattanto gli studenti della Columbia erano in sciopero. Mentre noi tenevamo tranquillamente le nostre riunioni all'interno, il campus era sconvolto dal chiasso di bellicosi scontri verbali tra i sostenitori dello sciopero e i contrari, che a volte venivano alle mani abbandonando ogni ritegno. La sera del 30 aprile la direzione dell'universitá  decise che era venuto il momento di farla finita e chiamó la polizia. Seguirono tumulti sanguinosi. Fui arrestato con altri settecento studenti e trascinato per i capelli da un poliziotto verso il furgone della polizia, mentre un altro mi pestava la mano con lo stivale. Ma lungi dall'essere pentito, ero orgoglioso di aver dato il mio piccolo contributo alla causa. Pazzo e orgoglioso. Cos'avevamo ottenuto? Non molto, a dire il vero. Di fatto, il progetto della palestra fu scartato. Il vero problema peró era il Vietnam. Ma la guerra continuó per altri sette orribili anni. Non si cambia la politica di un governo attaccando un'istituzione privata. Nel maggio di quell'Anno con la maiuscola gli studenti francesi si ribellarono in un confronto diretto col governo in carica, dato che le loro universitá  erano pubbliche, controllate dal Ministero dell'Educazione. E in Francia quella rivolta diede il via a una serie di cambiamenti. Ma noi della Columbia University non avevamo alcun potere. La nostra piccola rivoluzione era poco piú di un gesto simbolico. Eppure, i gesti simbolici non sono gesti vuoti. E dati i tempi, avevamo fatto quello che potevamo.

Esito a fare un paragone col presente. Perció non concluderó questa breve reminescenza con la parola «Iraq». Oggi ho 61 anni, ma la penso piú o meno come allora, in quell'anno di fuoco e di sangue. E stando qui, seduto in una stanza con una penna in mano, mi rendo conto di essere tuttora pazzo – forse piú pazzo che mai.

 

© New York Times Syndicate, Traduzione di Elisabetta Horvat

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