News per Miccia corta

24 - 04 - 2008

Non usate Dostoevskij per capire i terroristi

 

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 24 APRILE 2008)

 


 

  

ADRIANO SOFRI

 


Il piú arrabbiato contro Dostoevskij fu Vladimir Nabokov, che si vantó nipote di quel generale Nabokov che comandava la fortezza di San Pietro e Paolo in cui fu recluso Dostoevskij, o, secondo altri, il plotone d'esecuzione dei petraÅ¡evscy condannati al quale Dostoevskij scampó in extremis: e il nipote scrittore si propose di completare l'opera dell'antenato, giustiziando letterariamente Dostoevskij. Non restó solo. Una ventina d'anni fa lo scrittore polacco Kazimierz Brandys, nel suo diario dall'esilio, proclamó piú o meno che ne aveva abbastanza del mito della Russia, delle sua cultura malata e del suo principale responsabile, Fjodor Dostoevskij. Milan Kundera salutó lo sfogo contro il repellente mondo dostoevskiano di «gesti eccessivi, di cupi abissi e di sentimentalismo aggressivo». Com'era inevitabile, Josif Brodskij reagí vibratamente, qualcun altro intervenne, la buriana passó, e lasció le cose come devono essere, la grandezza dell'anima russa e di Dostoevskij e il mito dell'anima russa e la sua compiaciuta malattia.

Che senso ha voler imporre il silenzio agli ex-terroristi di oggi? Si poteva essere meno prodighi di accoglienza ai proclami dei terroristi di ieri, piuttosto. Quanto all'oggi, l'intimazione del silenzio va contraddittoriamente assieme a un preconcetto: che gli ex-terroristi siano piú in grado di altri di spiegare che cosa sia il terrorismo. In realtá  non lo sono affatto. Sono la prova vivente che terroristi si puó diventare: ma questa è una tautologia. (Oggi poi sappiamo che si puó diventare "kamikaze", che è un altro gran passo). Quanto alle ragioni e al modo in cui lo si diventa, ne sanno poco. Al tempo in cui lo diventarono, erano cosí presi dentro un ingranaggio che non ne ebbero idea. Quando finalmente ne uscirono, piú o meno a pezzi, la cosa apparve a loro non meno assurda e delirante che ad altri, cosí che perfino la memoria ne è offuscata, e le ricostruzioni si tengono alla larga dal punto.

Piú interessante sarebbe forse il racconto di chi non diventó terrorista, pur essendosi affacciato a quell'orlo, e sapendo che avrebbe potuto farlo: o almeno, che altri, coi quali ha condiviso i pasti, il letto, le conversazioni e la vita, l'hanno fatto. Nelle domeniche del 1977 (chi lo vuol ricordare, oggi?) ragazze e ragazzi di quindici o sedici anni si chiedevano angosciosamente non come si potesse diventare terroristi, ma come si potesse non diventarlo. Ma anche questi si sentono testimoni invalidi, perché riluttano a registrare con l'esattezza delle parole il margine strettissimo e insieme enorme che separó una scelta dall'altra: di qua un'esistenza via via piú "normale", di lá  la disposizione ad ammazzare o a essere ammazzati. A volte c'è in costoro un gran pudore e quasi una vergogna, perché sanno che essere restati di qua è la cosa giusta e li ha salvati, ma dubitano che a trattenerli sia stata piuttosto una viltá  o un egoismo, e che tra quelli che passarono di lá  ci fosse piú dedizione e coraggio e coerenza. Quanto alle vittime dei terrorismi, loro sanno senz'altro di che cosa si trattó, come sa che cosa sia una malattia chi ne soffra e muoia o ne veda morire: sull'eziologia, dovrá  arrovellarsi come tutti.

Ci sono poi persone che non hanno avuto a che fare in alcun modo col terrorismo, non ne sono state vittime né complici, non ne sono state tentate né sfiorate: e tuttavia hanno sentito drammaticamente la sua prossimitá , la distorsione che ha impresso al loro comune mondo, e si interrogano. Il tanto tempo che è passato non fa sfebbrare la domanda, e del resto non riduce neanche l'accanimento di odii e rancori: al contrario. Ci fu il tempo della lotta, poi quello della convalescenza e della rimozione: solo dopo, cosí tardi, rimontano gli spiriti opposti della comprensione e della vendetta. Dell'interrogazione sincera e appassionata ho incontrato in questi giorni due esempi che mi sembrano singolarmente imparentati. Uno è un ambizioso romanzo, "Non c'è piú tempo", l'ha scritto per Einaudi Sergio Givone, che è un filosofo autorevole e si era giá  misurato con la scrittura narrativa. L'altro è un bel film, "I demoni di San Pietroburgo", di quel grande regista che è Giuliano Montaldo, da oggi nelle sale. Montaldo ha girato il film in 50 giorni fra Torino e San Pietroburgo, ma l'ha covato per vent'anni, dopo che Paolo Serbandini ebbe ricavato un trattamento «da un'idea proposta da Andrej Konchalovskij a Carlo Ponti». (C'è qui una curiositá : perché Raymond Carver aveva scritto a sua volta, con Tess Gallagher, una colossale sceneggiatura dostoevskiana, nel 1982, per Michael Cimino, che contava anche lui su Ponti per la produzione: e il lavoro di Carver sembra un vero antenato di quello finalmente realizzato).

La piú immediata parentela fra le opere di Montaldo e di Givone sta nel nome di Fjodor Dostoevskij, protagonista del film e autore fondamentale per Givone. Ma il legame piú profondo fra le due opere ha a che fare con il rischio incombente sull'intelligenza di persone che non cederebbero di un millimetro alla giustificazione del terrorismo ma gli riconoscono con paura e trepidazione una malvagia grandiositá . Questo rischio ha ineluttabilmente il nome tutelare di Dostoevskij. Non solo per la sua vicenda biografica: l'adesione ai petraÅ¡evcy, la condanna a morte commutata in extremis, il carcere siberiano. Ma perché Dostoevskij resta per tutta la vita l'uomo capace di aderire alle inclinazioni opposte e di darne una rappresentazione trascinante, anche e anzi soprattutto quando se ne proponga una condanna e una detestazione. Cosí, nel film di Montaldo, Dostoevskij puó diventare il grande e famoso maestro che, lungi dall'inclinare alla distanza intellettuale (o al nicodemismo) «né con lo Stato né con le Brigate Rosse», finisce con lo stare, e con un di piú di zelo umano, «con lo Stato e con i terroristi», benché questo in ultima istanza voglia dire che sta con la vita umana a qualunque costo e di qualunque rango, la bambina di una contadina vittima collaterale o il grottesco Granduca bersaglio degli attentatori. Dostoevskij puó immedesimarsi di volta in volta nei panni dei suoi personaggi: e diventa arduo cimentarsi con terroristi cui una simile vena abbia prestato le sue ragioni. Cosí, un capo della polizia sapiente come il Grande Inquisitore, puó imputargli di essere il vero cattivo maestro dei giovani terroristi. E, con una sensibile giravolta artistica, lo stesso capo della polizia di Montaldo (che è il bravissimo Herlitzka) finisce anche lui nell'ambiguitá  inestricabile del tiro alla fune fra bene e male, e vi appare probabile vincitore, piú che come il giudice Porfirij Petrovic di "Delitto e castigo", come il Grande Inquisitore. Che è il vincitore del dialogo a senso unico dei Karamazov, salvo il bacio finale di Cristo. Sono molte le cose belle del montaldiano sogno di Dostoevskij, e soprattutto l'accostamento fra la frenesia dell'attentato imminente e l'assillo della stesura e della consegna del nuovo romanzo, che assimila la febbrile scrittura di Dostoevskij a una miccia corta.

A sua volta Givone, scrivendo in una bellissima lingua un racconto filosofico che rende omaggio a Bulgakov – qualcosa come "Il cattivo maestro e Margherita"- descrive senza alcuna concessione la feroce e grottesca deriva di un terrorismo precipitato nel cannibalismo intestino, e inserisce nel suo testo bruschi rimandi a date ed episodi di cronaca, e interi brani di intellettuali con nome e cognome, prestigiosi e sospetti, ai quali puó essere rivolta la stessa accusa del capo della polizia. ሠpossibile che Givone veda in quelle interpolazioni testuali il vero centro del suo romanzo, ambientato in una esatta Firenze del sottosuolo nel 1981. Se vi avesse rinunziato, avrebbe assicurato al suo libro un piú bel disinteresse, a scapito dell'intenzione di comprensione e forse anche di denuncia. ሠalla comprensione che muoverei un'obiezione, perché interpreti del tutto integri ma troppo intelligenti concedono al nostro terrorismo una borsa di studio postuma e immeritata. Non bisognerebbe negare, neanche per effetto del tempo che passa e impicciolisce i corpi e allunga e affina le ombre, la stupiditá  e la meschinitá  e l'ottusitá  a fenomeni che furono ottusi meschini e stupidissimi. Meno Dostoevskij, meno Petrarca, se davvero si vuole capire, o non andarne troppo lontano. Di questo ingrandimento postumo hanno bisogno in tanti, e non solo gli ex-terroristi (pochi tra loro, in veritá , perché la gran parte sanno la misera veritá  e non se la nascondono) per rendere meno tetra la propria memoria. Nemmeno le vittime, a volte, vogliono accontentarsi della stupiditá  e della meschinitá , e si capisce. Non se ne accontentano quegli "esperti" ai quali, poveri loro, non sembra verosimile che l'efficienza assassina – per esempio, bloccare e sterminare una scorta di cinque uomini - vada assieme alla stupiditá  e all'ottusitá . Di qui la caccia alle "menti", e a luoghi di residenza piú degni di un covo o di un bar della stazione: una villa fiorentina, il palazzo del Procuratore Generale di San Pietroburgo. C'erano, le "menti": ma non erano granché. Non era grazie a una finezza di filologi classici o di giornalisti specializzati o di teste d'uovo d'ufficio studi sindacale che si poteva abilmente padroneggiare lo smistamento delle lettere di Moro o le rivendicazioni dell'assassinio di giornalisti o le sparatorie di categoria contro i giuslavoristi. Di tutte le deformazioni del tempo che passa, questa presbiopia ingranditrice del "terrorismo" non è la meno rischiosa.

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