News per Miccia corta

20 - 04 - 2008

Criminali impuniti. Quando la politica cancella la memoria

 

 

 

(la Repubblica, SABATO, 19 APRILE 2008)

 

 

I responsabili delle stragi naziste in Italia beneficiarono di un'amnistia occulta, mai riconosciuta dalla veritá  ufficiale

Svelate le trame filonaziste del vescovo austriaco Alois Hudal

L'esiguitá  dei processi italiani rispetto alla giustizia in Europa

 

SIMONETTA FIORI

 


 

ሠun capitolo oscuro, tuttora irrisolto, che si nutre del controverso rapporto tra politica e storia. Politica e storia di sessant'anni fa, ma anche politica e storia di oggi. Investe un tema delicato, la memoria italiana dei crimini nazifascisti subiti dal nostro paese, ma anche il confronto con i crimini commessi altrove dai nostri soldati, in Grecia e in Jugoslavia, in Francia, in Albania e in Etiopia. Una memoria fragile, incline a reticenza, che lo storico tedesco Lutz Klinkhammer stigmatizza - nel raffronto con gli altri paesi europei - come "forte anomalia italiana": sia per l'esiguitá  dei processi penali celebrati nel dopoguerra, sia per la ripresa tardiva dei dibattimenti dopo la scoperta negli anni Novanta dell'"armadio della vergogna", centinaia di istruttorie insabbiate negli scaffali della procura militare. Di fatto un'amnistia per occultamento, dettata da ragioni diverse, non ultimo garantire l'impunitá  ai criminali di casa nostra.

Ora un nuovo libro di Filippo Focardi, arricchito da una nutrita documentazione, aiuta a ricostruire questa pagina ancora incompiuta, "sbianchettata" appena due anni fa dalla "veritá " di Stato sancita - in conclusione dei lavori della Commissione d'inchiesta parlamentare sulle stragi nazifasciste - dall'allora maggioranza di centro-destra (Criminali di guerra in libertá , Un accordo segreto tra Italia e Germania federale, 1949-1955, pagg. 170, euro 18,20, Carocci). Non fu una tessitura politico-diplomatica - sentenzió nel febbraio del 2006 il Parlamento italiano - a impedire i processi contro gli aguzzini tedeschi o a vanificarne l'esito. Si trattó piú semplicemente di negligenza da parte della giustizia militare. Ed è da escludere - recita ancora la relazione di maggioranza della Commissione - qualsiasi relazione tra il corso rallentato dell'azione giudiziaria verso i criminali tedeschi con la pratica dilatoria attuata dal governo italiano verso l'estradizione dei criminali italiani, richiesta avanzata soprattutto dalla Jugoslavia. Anzi, sostennero i parlamentari di centro-destra, sarebbe piú opportuno concentrarsi sulle violenze commesse dai partigiani di Tito contro gli italiani, da qui la proposta di istituire una commissione di inchiesta sulle foibe. La politica ieri, la politica oggi. Ma le cose stanno esattamente cosí? Non agí piuttosto, al principio degli anni Cinquanta, una ragion di Stato che pose un freno alla giustizia militare?

L'"accordo segreto" cui allude il titolo di Focardi non è in realtá  una novitá  storiografica. Lo riveló lo stesso studioso nel 2003 in un convincente saggio su Italia Contemporanea. Nel novembre del 1950 Heinric Há¶fler, compagno di partito e amico personale del cancelliere Adenauer, s'accordó con il conte Vittorio Zoppi, segretario generale del ministero degli Esteri, per la liberazione dei criminali di guerra tedeschi condannati con sentenza definitiva. Nel giro di pochi mesi, attraverso decreti di grazia firmati dal presidente Luigi Einaudi e controfirmati dal ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, i militari furono rimpatriati in Germania. Tra essi, i quattro ufficiali del cosiddetto Gruppo di Rodi, in testa il generale Otto Wagener, responsabili dell'uccisione sull'isola greca di numerosi prigionieri di guerra italiani.

Nel nuovo lavoro di Focardi acquista centralitá  un curioso personaggio finora rimasto sullo sfondo, il vescovo austriaco Alois Hudal, rettore del Collegio teutonico presso la Chiesa di Santa Maria dell'Anima a Roma. Il prelato si distinse nel dopoguerra per "l'attivitá  caritatevole" al cospetto dei criminali tedeschi in Italia, "poveri connazionali" secondo una sua bizzarra definizione. Fu Hudal nel maggio del 1949 a scrivere una lettera a monsignor Montini, futuro Paolo VI, per sollecitare la Santa Sede verso una sanatoria a beneficio dei prigionieri di guerra tedeschi condannati in Italia, missiva cui fece immediatamente seguito un'iniziativa del Vaticano a favore del "gruppo di Rodi". Il profilo di Hudal si staglia nitidamente dietro le manovre diplomatiche di questi anni, fino al suo "licenziamento" decretato nel giugno del 1951 dal ministro della giustizia tedesco, il quale in una lettera lo ringrazia per "l'opera disinteressata e piena di abnegazione", invitandolo a riconsegnare i soldi fino a quel momento amministrati per le necessitá  dei criminali. «Un emissario di fiducia del governo tedesco», sintetizza Focardi, che utilizza le carte dell'archivo personale di Hudal giá  studiate da Matteo Sanfilippo.

In fondo, il governo tedesco fece con noi esattamente quel che l'Italia aveva fatto con la Grecia. Nel marzo del 1948 anche le autoritá  italiane s'erano adoperate per la liberazione dei nostri criminali di guerra responsabili di sanguinose rappresaglie contro i partigiani e la popolazione civile greca. Accordi naturalmente condotti in gran segreto, in paesi in cui erano ancora molto vive le ferite impresse dal nazifascismo.

La "pista politica" è dunque quella che spiega l'impunitá  dei criminali - italiani e tedeschi - pista incomprensibilmente negata dalla relazione conclusiva approvata a maggioranza dalla commissione parlamentare sulle stragi nazifasciste (che pure poteva tener conto delle preziose acquisizioni storiografiche). La ragion di Stato e il contesto internazionale vengono invece letti come fattori decisivi nella relazione di minoranza presentata dal centro-sinistra, che fa riferimento proprio al caso del generale Wagener e coimputati, raccontato estesamente in questo volume di Focardi.

Le nuove ricerche della storiografia europea consentono inoltre di cogliere l'anomalia italiana in tutta la sua portata nel raffronto con gli altri paesi. Se l'Italia fu capace di dare solo tre ergastoli (Kappler, Reder e Niedermayer), di cui uno in contumacia, due sole condanne a piú di 15 anni di reclusione (Wagener e Mair), ben dodici assoluzioni su un totale di ventisei persone processate, un piccolo paese come la Danimarca - dove l'occupazione tedesca fu certo meno sanguinaria - celebró tra il 1948 e il 1950 almeno settantasette processi, con settantuno condanne. Le cifre prodotte da Focardi sono impressionanti. In Belgio furono condotti trentuno processi contro una novantina di criminali, con pene molto pesanti tra cui ventuno condanne a morte (solo due eseguite). In Olanda i criminali di guerra processati furono duecentotrentuno, con diciotto condanne a morte (cinque eseguite). In Francia i processi furono centinaia, circa cinquanta i giustiziati.

Né provvidero i tedeschi a riscattare le vittime italiane. Tutti i fascicoli aperti in Germania alla metá  degli anni Sessanta si conclusero con "un non luogo a procedere". Con l'eccezione di Caiazzo, nessuna strage di civili italiani ha mai avuto un processo. Per la giustizia non ci sono colpevoli.

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