News per Miccia corta

17 - 04 - 2008

A 33 anni dall'assassinio (impunito) di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, i ricordi degli amici

 

(Liberazione, 17 aprile 2008)

 


 

Il 16 aprile 1975, a Milano, un gruppo di squadristi aggredisce in piazza Cavour alcuni militanti del Movimento Lavoratori per il Socialismo, questi reagiscono e uno dei fascisti, Antonio Braggion, spara e colpisce mortalmente alla nuca lo studente diciassettenne Claudio Varalli.

La mattina del 17 inizia con assemblee nelle scuole, nelle universitá  e nei luoghi di lavoro. Le assemblee si trasformano in cortei e confluiscono in piazza Cavour. Da qui un'imponente manifestazione si avvia in direzione di via Mancini, sede della federazione provinciale del Msi. La zona è presidiata da ingenti forze di polizia e all'imbocco di via Mancini cominciano gli scontri con il corteo. Alle sue spalle, in corso XXII marzo, una colonna d'automezzi dei carabinieri si lancia a tutta velocitá  contro i manifestanti. Due camion s'incaricano di "spazzare" i marciapiedi percorrendoli senza rallentare. Pare vogliano una strage. Davanti a loro centinaia di persone cercano scampo. Molti ce la fanno, uno no. Sull'asfalto, travolto e schiacciato da uno dei camion, rimane il corpo senza vita di Giannino Zibecchi, 27 anni, insegnante d'educazione fisica e militante del Comitato Antifascista del Ticinese. Il 18 l'Italia si ferma: cortei di protesta attraversano le sue cittá  e 15 milioni di lavoratori incrociano le braccia. Il 21 per il funerale di Zibecchi a Milano chiudono per lutto cittadino persino le scuole e centinaia di migliaia di persone rendono omaggio a lui e a Claudio. Il 17 dicembre 1978 Antonio Braggion, l'assassino di Varalli latitante fino al giorno della sentenza, è condannato a 10 anni di reclusione. Grazie ad appello, cassazione e condoni ne sconta meno di uno e oggi è avvocato a Milano. L'omicidio di Giannino Zibecchi, invece, non ha nemmeno un colpevole. Il processo si apre il 15 ottobre 1979 con tre carabinieri - Sergio Chiarieri, autista del camion, Alberto Gambardella, tenente capo macchina sullo stesso mezzo, Alberto Gonella, capitano responsabile dell'autocolonna - imputati d'omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento. E' quasi subito sospeso e riprende il 12 novembre 1980 per concludersi due settimane dopo con l'assoluzione di tutti gli imputati. Nessuno presenta appello, la parte civile perché non le è concesso, imputati e pubblico ministero perché soddisfatti dalla sentenza.

 

*******

 

L'eterno ritorno

 

Roberto Tumminelli

 

 

ሠil tramonto, il cielo é azzurro cupo, commovente, le ordinate colonne della corte giá  in ombra finiscono sullo sfondo dell'arena romana, incendiata dal sole agonizzante. Eravamo seduti sul muretto quando arrivava un trafelato Bubu per annunciare: «Hanno ammazzato un compagno di diciassette anni in piazza Cavour! Gli hanno sparato! Sono stati i fascisti!». Lo studente era Claudio Varalli e il fascista era un vero fascista che sparava sui "rossi". C'eravamo tutti quella mattina nel turbolento corteo. Dopo gli scontri in via Mancini eravamo sulla via del ritorno, la salvezza era dopo piazza Cinque Giornate. Cento metri. All'improvviso si materializzava un gruppo di camion che imboccavano la corsia centrale, quella degli autobus. L'ultimo camion della fila saliva sul marciapiede e tentava di investire il gruppone che se ne stava andando. L'autista, arrivato all'orologio, riportava il mostro sulla strada. Nessuno sembrava essere ferito. Tutti scappavano. Una donna gridava. «C'è un ferito!». Un corpo a terra, il volto al suolo. Accanto al marciapiede c'era il cervello del ragazzo. Proprio cosí. Il cervello completo. Integro, non so per quale caso, bianco e lucente, compatto. L'immagine era irreparabile, voleva solo dire, il ragazzo è morto, il ragazzo è morto... Una disperazione cieca e sorda mi faceva sussurrare rivolto a Elio: «Sai chi è?», «áˆ Giannino!», urlava singhiozzando, «ecco chi è!». Riconoscevo, adesso, la giubba di panno, la camicia... Non avevo il coraggio di girarlo. Guardavo il povero corpo devastato e pensavo, e adesso? Tutto finito? Le ragazze, i sogni, il futuro, la vita. Tutto era perduto, La polizia si avvicinava lentamente, a plotoni affiancati, si avvicinavano con cautela, come se ci fosse un'atomica. Una volta arrivati dove ero io, a quel punto tutti mi sembravano scossi dalla scena che si presentava, nuda, vera, crudele. Un corpo privo di vita, piú di duecento guerrieri armati, me compreso, intorno con gli sguardi fissi sul globo opalescente che dominava il palcoscenico, che sembrava levitare, incombere sulle nostre teste, diventare gigantesco. Mi rimbombava in mente la teoria dell'eterno ritorno, l'idea che ogni giorno ogni cosa si ripeterá  come l'abbiamo giá  vissuta e la attraverseremo all'infinito. Il globo opalescente che fu il cervello di Giannino, l'immagine dell'orrore, brillerá  per sempre. Senza rimedio, senza tempo, senza speranza.

 

***********

 

Per un attimo l'ho perso di vista

 

Roberto Giudici

 

"Che facciamo ? ce ne andiamo. Da dove? Da dove siamo venuti", da corso XXII Marzo.

Era da troppo tempo che ci eravamo inchiodati su quell'angolo per resistere alle cariche della polizia provenienti dalla sede del Msi di via Mancini.

Ci avviamo, siamo gli ultimi della fila ma facciamo pochi passi e i compagni davanti a noi schizzano letteralmente sui muri e sulle saracinesche dei negozi del Corso, aggrappati non so a cosa ma riescono miracolosamente ad evitare il camion dei carabinieri che, lanciato sul marciapiedi a velocitá  folle, è giá  di fronte a noi.

Scendo di corsa dal marciapiedi cercando scampo nel mezzo della strada ma la maledetta, enorme sagoma scura quasi per dispetto ci segue e ci punta; istintivamente penso di cambiare traiettoria, di ritornare indietro ma fortunatamente non rallento e proseguo la mia corsa.

Un compagno davanti a me viene travolto ma nella mia immaginazione lo vedo risbucare da sotto il camion e continuare la sua corsa verso piazza Cinque Giornate illeso, come se nulla fosse successo e anche per me, immagino un impatto senza dolore senza conseguenze; non ho pensato un attimo alla morte, tutto mi sembrava accadere nel vuoto piú assoluto, in un ambiente senza materialitá .

Il camion mi colpisce e mi scaraventa di lato nel mezzo della strada, riesco a rialzarmi, ad evitare le camionette in arrivo e a raggiungere gli altri che mi portano in una casa dove un medico mi presta le prime cure ... e poi a casa mia.

I compagni respingono i miei assalti continui nel voler notizie del compagno al mio fianco al momento dell'impatto mentendomi spudoratamente sul fatto che non ci fossero altri coinvolti.

Vengo a sapere di Giannino solo nel tardo pomeriggio dalla radio che fino ad allora mi avevano impedito in ogni modo di ascoltare. E' un colpo pesante.

Giannino era un compagno e un fratello, eravamo insieme, con Pigi e le compagne, la domenica prima al cinema e poi a cena non so dove. Erano anni in cui si viveva insieme sempre, di giorno e di notte; il privato era il politico e viceversa, non c'era separazione.

Eppure, per un attimo, in quella mattina, l'avevo perso di vista.

 

************

 

Un eskimo innocente

 

Andrea L. Giansanti

 

Avevamo 15 o 16 anni quando ci siamo conosciuti e siamo diventati amici probabilmente per sbaglio. Non avevamo praticamente nulla in comune: lui di Bollate, io di Milano; lui a scuola al Turismo, io al Carducci; lui "faceva politica" in zona Romana, io a Lambrate. Ci accomunava solo la militanza nel Movimento Studentesco prima e nel Mls poi. Manifestazioni, presidi, assemblee cittadine erano occasioni in cui sicuramente ci incrociavamo ma non c'era una particolare ragione per cui avremmo dovuto frequentarci al di fuori della "politica". Allora le amicizie nascevano quasi esclusivamente con quelli con cui "facevi politica" dalla mattina alla sera, nonostante ció diventammo amici. Oggi peró non riesco a ricordare perché, ammesso esistesse un perché.

I primi fotogrammi di quella che non credo fosse giá  un'amicizia non hanno nemmeno il sonoro: un'assemblea all'aula Crociera della Statale. E' inverno perché l'abbigliamento è invernale, parliamo ma il film è muto.

Il sonoro arriva uno o due anni dopo. Giugno 1974; una festa popolare al parco Ravizza. Seduti su due traballanti sedie pieghevoli in un angolo del parco chiacchieriamo di vacanze e decidiamo di andare in Inghilterra a studiare l'inglese.

Il paesaggio cambia, non è piú un parco ma una via di Exeter. Claudio gioca a fare il torero con Carlos, uno spagnolo che avevamo conosciuto a scuola. Ma prima di arrivare a frequentarlo c'erano state lunghe discussioni: lo spagnolo era figlio di un medico del dittatore fascista Franco e noi eravamo militanti "in servizio permanente effettivo"; era "politicamente corretto" frequentarlo? Non eravamo per nulla sicuri lo fosse. Peró Carlos era simpatico e soprattutto conosceva delle ragazze spagnole e francesi carine, cosí decidemmo di far finta di niente.

Il richiamo della militanza peró era troppo forte. La coscienza rimordeva per quella frequentazione un po' dubbia. L'occasione per ripulirla capitó, guarda la combinazione, proprio in una lavanderia a gettone. Giscard d'Estaing era appena stato eletto Presidente della Repubblica e a Exeter c'erano dei francesi che giravano con delle magliette con scritto " Giscard á  la barre ". Tirandola molto per i capelli decidemmo che siccome Giscard d'Estaing era di destra quei francesi con le magliette dovevano esserlo sicuramente di piú. E due di loro erano entrati nella lavanderia dove noi stavamo facendo il bucato. Fu una scena surreale con lanci di detersivo, cesti di camicie e mutande che volavano e due giscardiani che scappavano doloranti.

Lo sfondo cambia di nuovo: un negozio di surplus militari. A Claudio piaceva un giaccone usato dell'esercito inglese. Costava una decina di sterline, quindicimila lire, non tanto ma per lui che si era pagato una parte della vacanza lavorando era una somma considerevole. Peró gli piaceva. Finí che lo compró. Era quello che indossava il giorno in cui è stato assassinato. Da allora quando mi capita di guardare la foto in cui con quel giaccone verde giace morto sulle strisce pedonali di piazza Cavour lo rivedo contento mentre se lo infila e si guarda allo specchio soddisfatto.

L'ultimo fotogramma di quell'estate 1974, l'ultima della sua vita, in realtá  non l'ho mai visto, l'ho solo immaginato. Mia mamma che parla al telefono con Claudio. Era settembre; le vacanze erano giá  finite e io ero giá  riuscito a farmi arrestare e finire al Beccaria. Claudio aveva telefonato a mia mamma per rassicurarla. Nessuno gli aveva chiesto di farlo e non era nemmeno compito suo, ci avevano giá  pensato i compagni della mia zona. Ma lui si era sentito comunque in dovere di farlo. Per amicizia. Solo per amicizia.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori