News per Miccia corta

17 - 04 - 2008

Il Sessantotto è di tutti

 

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 17 APRILE 2008)

 


 

 


 

 

 

"Come rivoluzionari, voi siete dei pazzi che chiedono un nuovo padrone e lo avrete" disse Lacan agli studenti, cogliendo l'ambiguitá  del Maggio

"Le strutture non camminano per strada" è una delle frasi piú famose di allora

Il nuovo spirito del capitalismo ha saputo recuperare la retorica antigerarchica

Nicolas Sarkozy ha detto che vuol far superare alla Francia l'ereditá  di quegli anni

 

Pubblichiamo un intervento di Slavoj Zizek che sará  ospite, con una lectio magistralis, del Festival della Filosofia: quattro giornate, da oggi al 20 aprile all'Auditorium - Parco della Musica per rileggere con gli occhi di oggi il Sessantotto a quarant'anni di distanza. Con il titolo «Sessantotto-Tra pensiero e azione» infatti si apre la terza edizione della manifestazione. Quattro lectio magistralis, dodici tavole rotonde, tre incontri speciali, quattro "contrappunti", tre caffè letterari che vedranno, intellettuali e artisti di oggi a confronto con alcuni dei protagonisti dell'epoca.

 

 

SLAVOJ ZIZEK

 


 

Nel Sessantotto una delle frasi piú famose apparse sui muri di Parigi fu: «Le strutture non camminano per strada!», espressione che non giustifica le grandi dimostrazioni di studenti e di lavoratori del Sessantotto in termini di strutturalismo (il che chiarisce perché alcuni storici arrivino addirittura a considerare il 1968 come lo spartiacque tra lo strutturalismo e il post-strutturalismo, che fu - cosí si dice - molto piú dinamico e incline a interventi di politica attiva). La risposta di Jacques Lacan fu che nel 1968 in veritá  era accaduto proprio questo: «Le strutture scesero in strada davvero». I palesi eventi esplosivi furono in definitiva l'esito di uno squilibrio strutturale; per dirla con le parole di Lacan furono l'esito del passaggio dal discorso del Padrone al discorso dell'Universitá .

In che cosa consiste di preciso questo passaggio? The New Spirit of Capitalism di Boltanski e Chiapello lo esamina in dettaglio, con particolare attenzione alla Francia. Abbracciando il metodo weberiano, il libro distingue tre «spiriti» consecutivi del capitalismo: il primo spirito del capitalismo, imprenditoriale, duró fino alla Grande Depressione degli anni Trenta; il secondo spirito del capitalismo prese a proprio ideale non l'imprenditore bensí il dirigente stipendiato di una grande azienda. Dagli anni Settanta in poi, invece, andó emergendo una nuova figura di «spirito del capitalismo»: il capitalismo abbandonó la struttura gerarchica di stampo fordista del processo di produzione e sviluppó una forma di organizzazione basata su una struttura a rete che si reggeva sull'iniziativa e l'autonomia del lavoratore dipendente sul posto di lavoro. Invece di una catena di comando centralizzata e gerarchica, si diffusero strutture a rete formate da una moltitudine di partecipanti, che organizzavano il lavoro sotto forma di team o di progetti, mirando a soddisfare la clientela, e vi fu una generale mobilitazione dei lavoratori grazie alla visione dei loro leader. In questo modo il capitalismo si è trasformato e legittimato come un progetto egalitario: per mezzo di un'accresciuta interazione autopoietica e di un'auto-organizzazione spontanea, arrivó perfino a usurpare il linguaggio dell'estrema Sinistra dell'auto-gestione dei lavoratori e da slogan anticapitalista che era ne fece uno slogan capitalista.

Un'intera sequenza di eventi storico-ideologici andó cosí creandosi, nella quale il Socialismo appare conservatore, gerarchico, amministrativo, tanto che la lezione del Sessantotto è «Good-bye, Mr Socialism», «Addio, Socialismo!» e la vera rivoluzione è quella del capitalismo digitale. Questo capitalismo è la logica conseguenza, la «veritá » della rivoluzione del 1968. Le proteste anticapitaliste degli anni Sessanta integrarono la critica consueta dello sfruttamento socioeconomico con argomenti di critica culturale: l'alienazione della vita di tutti i giorni, la mercificazione dei beni di consumo, la mancanza di autenticitá  di una societá  di massa nella quale «si indossano maschere» e si subiscono oppressioni sessuali e di altra natura.

Il nuovo spirito del capitalismo in modo trionfante recuperó la retorica egalitaria e antigerarchica del 1968, presentandosi come una rivolta libertaria di successo contro le organizzazioni sociali oppressive del capitalismo delle corporation e anche contro il socialismo «reale, esistente»: questo nuovo spirito libertario è incarnato dai capitalisti «disinvolti», vestiti alla buona, come Bill Gates e i fondatori del gelato «Ben and Jerry».

La scommessa di Michael Hardt e Toni Negri è che questo nuovo spirito è giá  di per sé Comunista: come Marx celebrano il potenziale rivoluzionario «de-territorializzante» del capitalismo; come Marx individuano la contraddizione all'interno del capitalismo, nel divario esistente tra questo potenziale e la forma del capitale (l'appropriazione da parte della proprietá  privata del surplus). In breve, riabilitano il vecchio concetto marxista di tensione tra forze produttive e relazioni della produzione: il capitalismo genera giá  «i germi della futura forma di vita nuova», produce incessantemente il nuovo «terreno comune», cosí che in una esplosione rivoluzionaria, questo Nuovo dovrebbe essere svincolato dalla vecchia forma sociale. Non stupisce che Negri di recente stia sempre piú apprezzando il capitalismo digitale «postmoderno», affermando che esso è giá  Comunista, e che occorrerá  soltanto poco, una spintarella, un gesto puramente formale, perché divenga apertamente tale. La strategia di base dell'odierno capitalismo consiste nel coprire la propria superfluitá , trovando un nuovo modo per sussumere nuovamente la libera moltitudine produttiva.

L'ironia è che Negri si riferisce qui al processo che gli stessi ideologi dell'odierno capitalismo «postmoderno» celebrano in qualitá  di passaggio dalla produzione materiale alla simbolica, dalla logica centralista-gerarchica alla logica dell'auto-organizzazione autopoietica, della collaborazione multi-centrica, e cosí via. Negri qui è in effetti fedele a Marx: ció che si sforza di dimostrare è che Marx aveva ragione, che l'ascesa dell'«intelletto generale» è incompatibile a lungo termine con il capitalismo. Gli ideologi del capitalismo postmoderno stanno facendo un'affermazione diametralmente opposta: è la teoria marxista (e la pratica marxista) stessa a restare nell'ambito delle costrizioni della logica gerarchica centralizzata a controllo statale, e pertanto non puó affrontare gli effetti sociali della nuova rivoluzione informazionale.

Ci sono buone ragione empiriche a conferma di questa affermazione: ancora una volta, il paradosso storico è che la disintegrazione del Comunismo è l'esempio piú convincente della validitá  della tradizionale dialettica marxista tra forza di produzione e rapporto di produzione, sulla quale il marxismo fece affidamento nel suo tentativo di rovesciare il capitalismo. A nuocere definitivamente ai regimi comunisti è stata la loro stessa incapacitá  ad adattarsi alla nuova logica sostenuta dalla «rivoluzione informazionale»: hanno cercato di pilotare questa rivoluzione come un qualsiasi progetto su larga scala di pianificazione statale centralizzata. L'assurdo, pertanto, è che ció che Negri esalta come una chance irripetibile per rovesciare il capitalismo, gli ideologi della «rivoluzione informazionale» lo esaltano come l'ascesa del nuovo capitalismo «privo di attriti».

Ma il passaggio a un altro spirito del capitalismo fu davvero tutto ció che accadde negli eventi del "˜68, cosí che tutto l'euforico entusiasmo per la libertá  in realtá  non fu altro che un mezzo per sostituire una forma di dominio con un'altra? Ricordiamo le parole di sfida lanciate da Lacan agli studenti: «Come rivoluzionari, voi siete dei pazzi che chiedono un nuovo padrone. E lo avrete». Pur avendo ragione, il Sessantotto fu un evento unico oppure fu uno strappo, e anche ambiguo, nel corso del quale varie tendenze politiche lottarono tra loro per l'egemonia? Ció spiegherebbe il fatto che mentre l'ideologia egemonica si approprió magnificamente del Sessantotto come di un'esplosione della libertá  sessuale e della creativitá  anti-gerarchica, Nicholas Sarkozy ha detto nella sua campagna elettorale del 2007 che suo compito è quello di far finalmente superare alla Francia il Sessantotto. Pertanto c'è un «loro maggio "˜68» e un «nostro maggio "˜68» nel nostro odierno ricordo ideologico, la «nostra» idea di base delle dimostrazioni di quel maggio, mentre il collegamento tra le proteste studentesche e gli scioperi dei lavoratori è dimenticato.

Della liberazione sessuale degli anni Sessanta è sopravvissuto il tollerante edonismo facilmente incorporato nella nostra ideologia egemonica. L'imperativo del superego di divertirsi pertanto funge da esatto contrario del «Du kannst, denn du sollst!» (Puoi, quindi devi!) di Kant, diventa un «Devi perché puoi!». Ció significa che l'aspetto del superego dell'edonismo odierno «non-repressivo» (le incessanti provocazioni alle quali siamo esposti, che ci impongono di andare fino in fondo e di esplorare tutti i modi possibili di godimento, di jouissance) risiede nel modo in cui la jouissance necessariamente si trasforma in una joiussance obbligatoria. Questo impulso al puro godimento autistico (per mezzo di sostanze stupefacenti o di altri metodi che inducono uno stato di trance) si affermó in un momento politico preciso: allorché la spinta emancipatrice del 1968 esaurí il suo potenziale. In quel periodo critico (la metá  degli anni Settanta) l'unica opzione rimasta era il passaggio all'azione diretta, brutale, una spinta verso la Realtá  che assunse tre forme principali: la ricerca di forme estreme di jouissance sessuale; il terrorismo politico di sinistra (con la Raf in Germania e le Brigate Rosse in Italia, e cosí via, la cui scommessa era che in un'epoca in cui le masse erano totalmente immerse nel sonno ideologico capitalista, la critica consueta dell'ideologia non era piú operativa, cosí che soltanto il ricorso alla cruda Realtá  della violenza diretta - l'azione diretta - poteva risvegliare le masse); e infine la svolta verso la Realtá  di un'esperienza interiore (il misticismo orientale). In comune, tutte e tre erano caratterizzate da una medesima estraniazione da un impegno concreto socio-politico in un contatto diretto con la Realtá .

Questo cambiamento dall'impegno politico alla Realtá  post-politica è forse esemplificato al meglio dai film di Bernardo Bertolucci, un rivoltoso accanito, e in particolare dall'evoluzione delle sue opere, dai suoi primi capolavori quali Prima della rivoluzione ai suoi piú recenti cedimenti estetico-spiritualisti, come il tremendo Piccolo Budda. Questo percorso ha compiuto un giro completo con I sognatori, l'ultimo film di Bertolucci sul Sessantotto parigino, nel quale una coppia di studenti, fratello e sorella, e un giovane studente americano di passaggio stringono una profonda amicizia nel turbinio degli eventi per poi separarsi, alla fine del film, perché i due francesi restano invischiati nella violenza politica mentre l'americano rimane fedele al messaggio di amore e di libertá  passionale.

Infine, il grande interrogativo: se, come afferma Alain Badiou, il Maggio 1968 è stato la fine di un'epoca, che ha segnato (insieme alla rivoluzione culturale cinese) il consumarsi definitivo di una grande successione di rivoluzioni politiche iniziate con la Rivoluzione d'Ottobre, oggi dove ci collochiamo? Siamo tra coloro che ancora contano su - e con un'alternativa radicale - un capitalismo egemonico democratico parlamentare, costretti ad estraniarci e ad agire da diversi «siti di resistenza» oppure possiamo ancora concepire un intervento politico piú radicale?

Questo è il vero lascito del Sessantotto: al cuore del Sessantotto ci fu il rifiuto del sistema liberal - capitalista, un grande NO alla sua totalitá , meglio esplicitato nel famoso slogan: «Cerchiamo di essere realisti, chiediamo l'impossibile!». La vera utopia è credere che il sistema globale esistente possa riprodursi all'infinito; l'unico modo di essere veramente «realisti» è pensare a cosa, nell'ambito delle coordinate di questo sistema, non possa sempre apparirci impossibile.

 

(Traduzione di Anna Bissanti)

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