News per Miccia corta

14 - 04 - 2008

La parola e il silenzio. Un intervento di Antonio Chiocchi

 

 (da "Societá  e conflitto", n. 37-38, 2008, http://www.cooperweb.it/societaeconflitto)


 

di Antonio Chiocchi



1) In questi ultimi anni, temi caldi e delicati come colpa e colpevole, reato e reo, condanna e condannato, vittima e persecutore sono stati etichettati da un dispositivo definitorio incardinato sul giudizio etico negativo. Fino ad ora, tali approcci si sono prevalentemente applicati ed esercitati sugli ex detenuti della lotta armata, la cui presa di parola viene ritenuto un oltraggio all'etica e allo stesso buon senso. La richiesta che sale, in proposito, è esplicita: gli ex detenuti della lotta armata non hanno diritto di parola e, meno che mai, il diritto di essere presenti nella sfera pubblica. Come ha osservato Sergio Segio, in un suo recente e puntuale intervento, questo dispositivo ha, ormai, prodotto un senso comune che taglia trasversalmente l'intero sistema politico e si va estendendo, persino, all'interno del mondo del volontariato (1).

Le ragioni per fare i conti con questo dispositivo sono molteplici, ma sostanzialmente riconducibili a due. La prima: la difesa dei diritti di tutti e, dunque, anche degli ex detenuti della lotta armata. La seconda: cercare di scongiurare che le strategie sperimentate oggi contro gli ex detenuti della lotta armata siano generalizzate a tutte le sottoclassi dell'emarginazione e della marginalitá  specificamente prodotte dalla globalizzazione.

Per quanto concerne la prima ragione, si tratta anche della difesa e dell'esercizio di un diritto personale, avendo chi scrive avuto un passato di militanza nella lotta armata. Nell'occasione, tuttavia, non si insisterá  sul "caso" dei detenuti della lotta armata; piuttosto, del "caso" verrá  fatto uso, per considerazioni piú generali.

Partiamo da un quesito: chi deve rendere giustizia alle vittime e come?

Se facciamo riferimento alla giustizia degli ordinamenti civili prodotti dalla modernitá  occidentale, dobbiamo necessariamente rinviare alla legge. Da questo punto di vista e riferendosi all'eversione di sinistra, giustizia è stata fatta, perché la stragrande maggioranza degli autori di quei delitti ha pagato e sta pagando con il carcere la propria colpa.

Allora, quale giustizia si richiede?

Anche chi sostiene che "veritá  non è stata fatta", non puó dire che "giustizia non è stata fatta". Giustizia e veritá  operano su dimensioni diverse, non sono sinonimi. Agli errori di giustizia si puó qualche volta riparare; a quelli di veritá  no. Gli errori di veritá  producono veleno e la questione riguarda la vita di tutti, ben al di lá  delle aule giudiziarie e fino a lambire la vita delle generazioni future.

Non si esce dal passato, non perché non si è manifestata giustizia nelle aule giudiziarie; ma perché il presente rimane in ostaggio degli ingranaggi che hanno offuscato e imprigionato quel passato. Si tratta di rompere questi ingranaggi. Si potrá , cosí, uscire dal passato, indipendentemente dagli esiti dei procedimenti giudiziari. E questo è vero per tutte le vittime:

  1. per le vittime dell'eversione di sinistra;
  2. per le vittime dello stragismo, inaugurato a P.zza Fontana nel dicembre del 1969;
  3. per le vittime degli scontri di piazza con le forze dell'ordine.

Gli ingranaggi che occorre rompere sono operanti non solo fuori, ma anche dentro di noi. Non è possibile smettere di guardare dentro il proprio e l'altrui dolore, dentro e oltre la propria colpa, se non ci si stacca dal copione e dal ruolo a cui quegli ingranaggi costringono. E questo è vero per tutti: in generale, per me e per l'Altro.

Il dolore non è il luogo dell'innocenza e puó trasformarsi in quello della vendetta. E, nel caso degli ex detenuti della lotta armata, la vendetta non ha come suo orizzonte soltanto il carcere eterno, ma anche quello piú sottile e offuscante della "morte civile" e del silenzio (2). Le vittime hanno, in generale, patito e patiscono questa condizione di ammutolimento. Purtroppo, questo è il destino che le loro associazioni chiedono che sia riservato agli ex detenuti della lotta armata. Col che la vittimizzazione viene sublimata e la sua catena viene riprodotta all'infinito.

Il problema è, invece, rompere il cerchio della vittimizzazione. Si deve comprendere e si deve avere rispetto inestinguibile per il dolore incolmabile di chi si è visto uccidere i propri cari, per ragioni politicamente insensate ed eticamente riprovevoli. Ma non v'è atto esterno che possa porre riparo a tale perdita, da qualunque soggetto provenga. La giustizia non puó essere riparatrice e nemmeno risarcitoria, tanto sul piano materiale che su quello simbolico, per il semplice fatto che non puó dare ció che è stato tolto. Puó attribuire le responsabilitá  e i conseguenti carichi penali. Niente di piú e niente di meno.

Il punto è che il discorso sulla veritá  è molto piú ampio e articolato di quello articolabile sulla giustizia. Se i due piani si sovrappongono, viene espressamente avanzata allo Stato la richiesta di riconoscere alle "vittime del terrorismo" il diritto alla parola ultima sul destino degli ex detenuti della lotta armata. Storicamente, agli sconfitti non viene riconosciuto alcun diritto. Sono sempre i vincitori a scrivere e riscrivere la storia. Chi ha riscritto la storia dei cd. "anni di piombo"? Chi ha vinto. Gli sconfitti (come chi scrive) hanno prodotto, in genere, una memoria della loro esperienza; non altro e non di piú. E anche concedendo, per un istante, che questa "memorialistica" abbia assunto proporzioni eccessive, nell'immaginario collettivo è passata la ricostruzione che di quegli anni è stata fornita dalla storiografia ufficiale e dal sistema dei mezzi di comunicazione. Al punto che le giovani generazioni (e non solo) non distinguono tra eversione di sinistra ed eversione di destra; al punto che riconducono lo stesso stragismo alla responsabilitá  politica delle Br.

Ma v'è un altro lato del problema. Le "vittime del terrorismo" non sono solo vittime; rientrano anche nel novero dei vincitori. E giustamente. La democrazia, con tutti i suoi evidenti limiti, è piú forte e ha una dignitá  che, da tutti i punti di vista, la lotta armata non aveva e non puó avere. Se le "vittime del terrorismo" non hanno avuto e non hanno parola, è perché viene politicamente strumentalizzato il loro dolore, per alimentare politiche e strategie autoritarie. La controparte delle vittime, su questo punto specifico, non sono gli ex detenuti della lotta armata, ma gli antichi e nuovi padroni della politica.

Comprendere il passato, allora, non significa guardarlo esclusivamente con gli occhi della vittima. Altrimenti il discorso realizza una flagrante "contraddizione in termini". Comprendere significa: capire insieme. E, dunque, occorre guardare con gli occhi di tutti, affinché colpa e colpevolezza siano riconducibili ai loro propri attori responsabili, attraverso il dialogo e superando i conflitti, i rancori e le divisioni del passato. Capire insieme significa, allora, creare una situazione nuova: il presente che reinterpreta il passato e lo supera, incorporandone le ferite e non ripetendone gli errori. ሠpossibile che l'occhio della vittima - da solo - sia capace di un salto del genere? O non è da temere, invece, che in questo modo si alimenti il rischio di scaricare dalle vittime ai colpevoli i meccanismi di silenzio coatto ed emarginazione tipici della vittimizzazione? La scena del dialogo non puó avere alcun centro e alcun soggetto onnipotente, senza con questo voler attenuare le colpe di chi ha errato e rimuovere il dolore di chi ha subito violenza.

Ma non sono solamente giustizia e veritá  ad apparire impropriamente correlate nel dispositivo che si sta qui confutando. Un legame non congruo viene stabilito anche tra veritá  e perdono. Se il perdono ha come condizione la veritá  (giudiziaria), di quale perdono si puó mai parlare? Il perdono è atto gratuito e unilaterale: incondizionato. Non dipende dalle condotte altrui, ma dalle nostre pulsioni profonde. Altrimenti non è perdono, ma transazione tra equivalenti simbolici e/o materiali. La mediazione esercitata attraverso il dispositivo della vittimizzazione è esattamente questo: una transazione pubblica impropria. Nei conflitti di natura privatistica ha ancora un senso; estenderla ai conflitti di carattere storico ed esistenziale delinea, prima di tutto, una tipica situazione di circolo chiuso.

L'Io perdona l'altrui offesa, anche quando l'Altro continua ad offenderlo o non riconosce il dolore che gli ha arrecato. Il messaggio di Cristo è, in proposito, inequivocabile per credenti e non credenti. L'Io non è obbligato al perdono. Ma se perdona, è perché si affranca dal dolore e non pone clausole al suo perdonare. Il perdono supera il dolore e se non viene dall'anima, non potrá  mai venire da alcun atto esterno. Il perdono vincolato a delle condizioni esterne non è un perdono vero: non dona, ma scambia.

L'Io deve conoscere il volto di chi si accinge a perdonare? Nel senso che deve sapere con precisione chi lo ha offeso? Il volto del colpevole è necessario al perdono? Oppure è, piú profondamente, la colpa che l'Io deve perdonare, ancor prima del colpevole? Altrimenti l'ossessione sará  la sua persecuzione, incatenandolo ad un tempo che trascorre senza mai trascorrere veramente, replicando all'infinito la posizione del dolore. Il perdono non segue la giustizia degli uomini e non dipende da essa. Segue, invece, la legge del cuore.

Altra cosa è la riconciliazione sociale, civile e politica. Qui il dialogo riguarda la sfera pubblica e richiede espressamente che tutte le parti in causa si facciano carico delle loro responsabilitá . La riconciliazione è cosa diversa dalla giustizia, perché in ballo non sono le responsabilitá  penali, ma quelle civili, storiche ed etiche. ሠcosa diversa anche dalla veritá  e dal perdono. La riconciliazione è l'acquisizione di un comune sentire sui cd. "anni di piombo": si approssima per passaggi successivi ed è scevra da strumentalizzazioni e indulgenze. Voltare pagina è possibile soltanto se si è d'accordo su tutte le pagine che precedono, attraverso un giudizio condiviso. Ed è proprio questo accordo l'obiettivo che la riconciliazione vera ha nel mirino.

In tema di riconciliazione, al dispositivo del giudizio etico negativo si è andata collegando l'ipotesi della costituzione di una "Commissione per la Veritá  sulla storia del terrorismo", a cui affiancare un "organismo inquirente" a tutti gli effetti. Al di lá  delle intenzioni, non si rompe qui con la filosofia e la prassi della legislazione di emergenza del passato; anzi, le si rielabora e trasferisce verso un piú avanzato punto di applicazione. Il clima della democrazia italiana è stato, fin troppo, avvelenato dalla legislazione e dalla cultura dell'emergenza. Ora, sono proprio quella cultura e quella filosofia a fare da ostacolo al dialogo e alla riconciliazione. Affidarsi, di nuovo, ai meccanismi della chiamata di correitá  è esiziale. Come ci hanno insegnato i grandi illuministi italiani del "˜700, la delazione è quanto di piú lontano dalla giustizia e dalla veritá  sia dato immaginare.

2) Cerchiamo, per quanto ci è possibile, di scendere ancora piú al fondo degli ingranaggi del dispositivo del giudizio etico negativo.

Partiamo dal dualismo arcano che lo modella: Io = bene; Altro = male. Tale dualismo non è soltanto plasmato da una logica di esclusione, ma esercita anche un pervasivo potere di inclusione. I passaggi sono, cosí, approssimabili:

  1. Io che soffro per colpa dell'Altro, ho il diritto di esigerne l'esclusione;
  2. nello stesso tempo, devo avere il potere di includerlo alle mie condizioni: cioè, inchiodarlo eternamente alla sua colpa.

L'Io ritiene di essere stato condannato dall'Altro ad una pena inestinguibile. Di conseguenza, si sente in diritto di condannarlo ad una condanna infinita. Il dolore dell'Io è qui lenito attraverso l'attivazione di un processo che lo fa ergere a giudice supremo dell'Altro colpevole. L'Io che soffre dice: per colpa tua, la mia pena è infinita; altrettanto infinita deve essere la tua condanna. L'esecuzione della pena, con tutta evidenza, qui non estingue il reato. Il giudizio di disvalore, dalla colpa, si trasferisce al colpevole. Non si distingue piú tra colpa e colpevole: il colpevole viene interamente risolto nella colpa. E poiché il marchio della colpa viene ritenuto indelebile, altrettanto indelebile deve essere lo stigma che accompagna il colpevole.

Ma ogni giudizio di disvalore è rottura della comunicazione e del dialogo: rinchiude le soggettivitá  in gioco in forme cristallizzate, sottratte al libero gioco della trasformazione e della comprensione. A volte, sono la paura e il dolore la causa primaria di questi processi di cristallizzazione. Altre, sono strategie politiche che organizzano la costruzione del consenso sull'uso della paura, della sofferenza e del risentimento, ben coadiuvate dal sistema dei mass media. Diventando imprenditori della paura, della sofferenza e del risentimento, i decisori politici cercano di compensare la loro crescente crisi di legittimitá .

Tuttavia, al di lá  del gioco di specchi riverberato dal dispositivo del giudizio etico negativo, esistono delle obbligazioni al silenzio, intimamente intrecciate all'obbligo della ricerca.

La testimonianza di chi (come chi scrive) si è, in passato, assunto la responsabilitá  della scelta armata si spende intorno ad un errore politico, culturale, sociale e, ancora prima, etico. Testimoniare l'errore impone forme espressive sobrie e, nel contempo, rigorose.

Questo, in concreto, cosa significa?

Significa che la presa di parola deve nascere da una posizione disinteressata nei confronti della veritá . L'esercizio del diritto di parola, cioè, deve lasciare che la veritá  si sedimenti e stratifichi nel tempo, rinunciando, in partenza, alla volontá  di imporre il proprio punto di vista. Il sentiero della parola va imboccato, ma non occupato del tutto. Al di lá  del giá  giá  detto di ognuno, non si è in grado di andare. Dalla sospensione del giá  detto di tutti, puó ripartire il cammino della parola.

Un obbligo di questo tipo sussiste anche al polo opposto. ሠsin troppo chiaro che questo è un atteggiamento ben piú difficile e ben piú radicale di quello che si esige nei confronti degli ex detenuti della lotta armata. Situarsi al di lá  del dolore, dopo avervi scavato dentro ed esserne stati tormentati, è ben piú difficile e impegnativo che collocarsi al di lá  dell'errore. Ancora meglio: mentre situarsi al di lá  dell'errore è necessario, porsi oltre il dolore è solo una possibilitá  problematica. Una possibilitá  che, forse, è posata alle soglie estreme dell'umano.

Ma, per tutti, la replicazione del giá  detto sarebbe una parola non comunicativa. Al contrario, la parola che si arresta e non varca la soglia del giá  detto, perché non ne è capace, lascia aperte le porte della comunicazione: è un silenzio che apre al possibile; forse, lo cerca. Il silenzio della ricerca è assai piú promettente e stimolante del frastuono del ripetuto.

Ora, la duplicazione infinita delle posizioni giá  date e contrapposte non avvicina alla veritá . Avvicinano alla veritá , invece, la sospensione della parola e la conferma di una cesura, attraverso cui la complessitá  della veritá  possa richiamare, ancora una volta, le sue inderogabili esigenze. Da questa cesura e dai suoi silenzi occorre ripartire. Tutto si gioca, come sempre, tra assenza e presenza. Nessuna presenza puó colmare le assenze. E sino a quando non sará  rotto il diaframma dell'incomunicabilitá , non si potrá  fare accesso al silenzio che dispone all'ascolto dell'Altro, sino a renderlo presente. A parlare, quindi, debbono essere le parole e i silenzi di tutti, nel rispetto supremo del dolore di chi ha patito l'offesa.

Ritenere eternamente in debito il colpevole non avvicina a questi sentieri; al contrario, allontana da essi. Il colpevole qui non solo è, per intero, confinato nella colpa, ma è compreso e aiutato, a patto che scelga il margine come suo spazio di esistenza. L'eternitá  della colpa partorisce qui l'emarginazione eterna del colpevole. La circostanza integra un chiaro esempio di tolleranza repressiva caritatevole. In realtá , nemmeno la colpa è eterna, poiché l'esecuzione penale la estingue. Ció che, invece, è inestinguibile è la responsabilitá  di chi ha operato la scelta armata: di ció è chiamato a rispondere sempre, nella sua vita e con la sua vita. Ora, quanto piú si allarga il circolo dell'emarginazione, tanto piú viene disconosciuta l'espressione di questa responsabilitá : dove essa si esercita, lá  viene avversata. Ed è qui che il giudizio etico negativo diventa espulsione dalla comunitá  etica riconosciuta. Si costituisce qui il luogo dell'esilio, dove è rotto il rapporto comunicativo tra parola e silenzio. Sospinta in questa vertigine, la parola diventa silenzio.

 

Note

(1) S. Segio, Condannati ad una pena eterna, in "L'inkontro - la politica vista da sinistra", 1 aprile 2008.

(2) Ibidem.


 

(aprile 2008)

 

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