News per Miccia corta

14 - 04 - 2008

Auschwitz, dossier Primo Levi ecco le carte della prigionia

 

 

 

(la Repubblica, 14 aprile 2008)

 

 

Decine di fogli pieni di dati testimoniano la sua detenzione nel lager nazista

 

MARCO ANSALDO

 


 

 

BAD AROLSEN

«Levi, Primo, nato il 31 luglio 1919 a Torino. Nazionalitá : italiana. Religione: ebreo. Padre: Cesare. ሠstato catturato nel dicembre 1943 a Champoluc (Aosta) ed è stato portato il 16 gennaio 1944 al campo di concentramento di Auschwitz. Prigioniero numero 174517».

174517. Il numero del tatuaggio che Primo Levi non volle mai farsi cancellare dall'avambraccio. Lo stesso che risalta, come fosse marchiato, anche qui, in queste vecchie carte scritte in tedesco che emergono ora per la prima volta. ሠil numero al quale lo scrittore, scampato da un'esperienza incancellabile nel proprio animo, poi trasmessa a milioni di lettori in tutto il mondo, avrebbe riservato alcune fra le pagine piú intense dei suoi libri.

«L'operazione era poco dolorosa e non durava piú di un minuto - avrebbe scritto ne "I sommersi e i salvati" - ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete piú; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete piú nome; questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa: non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca ed al mantello invernale? No, non bastavano: occorreva un di piú, un messaggio non verbale, affinché l'innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna».

«Haeftling: ho imparato che io sono uno Haeftling - un prigioniero, ricorderá  ancora con indignazione, quasi con rabbia in "Se questo è un uomo" - Il mio nome è 174 517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro. L'operazione è stata lievemente dolorosa, e straordinariamente rapida: ci hanno messo tutti in fila, e ad uno ad uno, secondo l'ordine alfabetico dei nostri nomi, siamo passati davanti a un abile funzionario munito di una specie di punteruolo dall'ago cortissimo. Pare che questa sia l'iniziazione vera e propria: solo «mostrando il numero» si riceve il pane e la zuppa. Sono occorsi vari giorni, e non pochi schiaffi e pugni, perché ci abituassimo a mostrare il numero prontamente, in modo da non intralciare le quotidiane operazioni annonarie di distribuzione; ci sono voluti settimane e mesi perché ne apprendessimo il suono in lingua tedesca. E per molti giorni, quando l'abitudine dei giorni liberi mi spinge a cercare l'ora sull'orologio a polso, mi appare invece ironicamente il mio nuovo nome, il numero trapunto in segni azzurrognoli sotto l'epidermide».

Il dossier polveroso di «LEVI, Primo» esce da uno degli alti scaffali che, nei lunghi corridoi dell'Istituto internazionale di ricerca a Bad Arolsen, in Germania, compongono il piú grande archivio sui crimini nazisti, da pochi mesi aperto ai ricercatori. Nel 1963 lo scrittore, con una lettera inviata da Corso Re Umberto 75, Torino, la casa dove avrebbe abitato per tutta la vita dopo il rientro dal lager, fa domanda in Germania, presso il Servizio internazionale di ricerca della Croce Rossa, di poter lui stesso accedere alle carte che lo riguardavano al tempo in cui era internato.

«Primo Levi, Dottore in chimica», si legge nell'intestazione della sua lettera. «Signori - batte a macchina il richiedente in francese, nonostante conosca ormai a sufficienza il tedesco, lingua con cui dialogherá  per anni in seguito scrivendosi con diversi interlocutori dalla Germania - al fine di ottenere dal Governo Italiano l'indennizzo a cui stimo di avere diritto, voglio pregarvi di farmi pervenire un certificato di Deportazione». Il Comitato della Croce rossa è sollecito e in pochi mesi invia la sua risposta. La cartella color ocra riguardante «L'estratto dei documenti» attesta in modo ufficiale che «Levi Primo è stato in cura dal 30 marzo 1944 al 20 aprile 1944 nell'edificio dell'ospedale di Monowitz del campo di concentramento di Auschwitz. Il detenuto è stato qui liberato dall'armata rossa. Dalle ricerche fatte il numero di detenuto 174517 del Lager di Auschwitz è stato attribuito verso il 26.2.1944».

«Mi sono reso conto in seguito - dirá  Levi in un capitolo fondamentale de "I sommersi e i salvati", dal titolo "Comunicare", dove spiega come la conoscenza del tedesco, ottenuta a prezzo di costosi tozzi di pane pagati la sera ad altri prigionieri, gli avesse piú volte salvato la vita rispetto ad altri Haeftlinge - che anche la mia pronuncia è rozza, ma deliberatamente non ho cercato di ingentilirla; per lo stesso motivo non mi sono mai fatto asportare il tatuaggio dal braccio sinistro».

I fogli riguardanti lo scrittore torinese nel dossier che lo riguarda, rimasto sepolto, come gli altri, per piú di sessant'anni nell'archivio della Croce rossa internazionale di Bad Arolsen, sono alcune decine. Ci sono le schede personali sulla sua detenzione nel campo di concentramento - scarne, quasi asettiche, riempite molto seccamente dei soli dati anagrafici - in tedesco. Qualcuna appare invece in polacco, proveniente dal lager di Oswiecim (cioè Auschwitz), con le indicazioni della sua partenza («febbraio 1945, blocco 16, numero di matricola 174517, ospedale di Oswiecim. Trasporto verso l'Italia»). Una, poi, è compilata in inglese, indica l'arresto a Champoluc e la deportazione nel Lager polacco. L'ingresso nell'inferno. «Allora per la prima volta - racconterá  - ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa: la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtá  ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Piú giú di cosí non si puó andare: condizione umana piú misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è piú nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sí che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga».

Ma diverse altre schede riguardano anche la sua liberazione, e sono redatte in piú lingue, oltre all'italiano. Come quella con l'intestazione: «Nominativi di ebrei liberati dai campi di concentramento tedeschi». Sono per lo piú nomi, in realtá , di gente che per un motivo o per l'altro non ha mai fatto ritorno a casa. Si tratta di lunghi elenchi di persone che si scopre essere «disperse», oppure «scomparse», o ancora «dirette in destinazione ignota in Germania», o infine di cui non si ha «nessuna notizia». Poi, al centro di una lista, compare in ultimo il nome di uno che invece ce l'ha fatta: «Levi Primo, di Cesare, nato il 1919 a Torino, arrestato a Champoluc (Aosta) nel dicembre 1943. Era a Auschwitz il 16.1.45». Dirá  un giorno ad alcuni studenti che lo interrogheranno sul periodo della sua prigionia: «Il fatto che io sia sopravvissuto, e sia ritornato indenne, secondo me è dovuto principalmente alla fortuna».

Ma il momento della liberazione sará  indimenticabile. Scrive, appunto, il 18 gennaio 1945: «Cominció il bombardamento. Non era cosa nuova, scesi a terra, infilai i piedi nudi nelle scarpe e attesi. Sembrava lontano, forse su Auschwitz. Ma ecco un'esplosione vicina, e, prima di poter formulare un pensiero, una seconda e una terza da sfondare le orecchie. Si sentirono vetri rovinare, la baracca oscilló, cadde a terra il cucchiaio che tenevo infisso in una commessura della parete di legno (.). I tedeschi non c'erano piú. Le torrette erano vuote».

Una tragedia, quella dei Lager, capace infine di travolgere tutti. Carnefici e vittime. Come scriverá  lui stesso: «áˆ uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia». Levi questo non lo dimenticherá  mai, fissando per sempre - come il numero rimastogli impresso sul braccio - quel che aveva visto e vissuto, in modo indelebile sulle pagine. Fino a quel volo improvviso, giú per la tromba delle scale, a Torino, la mattina dell'11 aprile 1987, dall'appartamento di Corso Re Umberto 75. Lo stesso dov'era nato 68 anni prima.

(4. continua.

Le puntate precedenti sono state pubblicate il 4, 13 e 20 marzo)

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