News per Miccia corta

12 - 04 - 2008

Il '68 di Bertolucci

 

 

 

(la Repubblica, SABATO, 12 APRILE 2008)

 

 

Il regista di "Novecento" e "The dreamers" ricorda un'epoca di sogni e ideali forti


 

PAOLO D'AGOSTINI

 


 

ROMA

Cinque anni fa The dreamers ha anticipato il quarantennale. Bernardo Bertolucci ricorda con quale sentimento concepí il suo film. «Sentivo l'ingiustizia soprattutto di chi aveva partecipato su posizioni radicali e buttava via i sogni, gli ideali e le utopie del '68. Volevo ritrovare quell'atmosfera dopo l'annientamento. Riempire il vuoto di memoria dei piú giovani. Con il desiderio di trasmettere loro le emozioni che non hanno mai vissuto. Tutto questo sparare sul '68, Sarkozy che gli ha attribuito l'origine di tutti i mali... Invece è stato un privilegio averlo vissuto, perché è stato un momento di grazia».

Di qua il vento di libertá  che soffiava dall'America, di lá  il bagaglio ideologico del comunismo. Liliana Cavani dice che il vero spirito del '68 è il primo.

«Nel mio Prima della rivoluzione, giá  nel '64, mettevo in scena un comunista borghese in polemica con un partito immobile, chiuso al nuovo. Nel '68 avevo 27 anni e mi sentivo comunista anche se non ancora iscritto al partito. Mi sarei iscritto nel '69. Mi disturbava vedere amici e colleghi arresi alla mitologia maoista. Questo faceva la mia differenza con Bellocchio, Silvano Agosti, Godard e tanti altri. Ma se stiamo ricostruendo il clima di un'epoca attraverso lo sguardo dei registi è giusto parlare di cinema. Quella rivoluzione che oggi tanti ex sessantottini ritengono non ci sia stata, guardando indietro con sufficienza, è avvenuta pienamente nel cinema. Ci fu un equivoco. Quello dei film "politicamente impegnati" nel cui modello io non mi identificavo. Pensavo che la rivoluzione dovesse avvenire nello stile e nel linguaggio. Ciononostante dico che fummo ingiusti, ad esempio, verso un'opera importante come Zeta di Costa Gavras liquidandola come "convenzionale". Ripenso ad alcuni rifiuti di allora con un certo senso di colpa, oggi».

Insomma che cosa resta?

«Molto. A cominciare dai grandi mutamenti nel modo di vivere. Sulla societá . Scomparse d'un colpo le autoritá  che ci rovinavano la vita: dai professori ai guardiani della morale che se trovavano due ragazzi che si baciavano li portavano al commissariato. L'opposizione venne da un mondo che non accettava di essere messo in discussione, ma non solo. All'indomani di Valle Giulia Pasolini espresse la sua maggior simpatia per i poliziotti, figli del sottoproletariato o di contadini del Sud buttati su quella scalinata di Architettura, piuttosto che per gli studenti dall'imperdonabile origine piccolo borghese. Poi scriverá  sul Corriere che quei giovani si erano illusi di aver reso il mondo piú libero, mentre quella (falsa) libertá  era stata loro concessa, era un calcolo di convenienza dei padroni della societá  dei consumi. Una merce come un'altra. Ricordo la contestazione a Venezia. Ricordo Pier Paolo a Ca' Foscari accolto dagli studenti - "Vi odio cari studenti" aveva scritto nella famosa poesia - a fischi e sputi. Riuscí a placarli e in pochi minuti li aveva completamente sedotti».

Si puó dire che il "suo" '68 si compie con Novecento?

«Forse. Novecento viene completato quando muore Pasolini, e la sua morte segna la fine del '68, come la morte di Moro qualche anno dopo. Il film esce nel '76, nel momento magico Moro-Berlinguer, del sogno del compromesso storico. ሠil frutto di quella grande tensione - e il mio omaggio - che porta alle elezioni del quasi-sorpasso. Adesso che siamo vicinissimi a nuove elezioni m'interrogo su che cosa votare, per la prima volta, con imbarazzo: ho sempre saputo come votare. So che nessuno puó prescindere dal "ricatto" che se non voti Partito Democratico dai una possibilitá  in piú a Berlusconi. Io non riesco a credere che piú di metá  degli italiani dopo cinque anni di regime berlusconiano voglia riprovarci. Dopo aver rivisto Novecento di cui si era appena festeggiato il trentennale ho risposto a Veltroni e Bettini che non me la sentivo di essere uno dei "testimonial" della nascita del Partito Democratico. Mi attraeva ma era un po' come rinnegare Novecento, come Walter e Goffredo hanno rinnegato molto dell'ereditá  del Pci. Ma non riuscivo a spiegarmi bene questo sentimento. Che cosa rinnegherei? Mi sono chiesto. E mi sono risposto con un'altra domanda: che io sia ancora comunista? Se Saramago e anche Hobsbawm continuano a dirsi comunisti in fondo potrei anche io. Finché esistono grandi disuguaglianze, finché esistono cosí tante persone che soffrono possiamo continuare a dirci comunisti. So anche che oggi comunista è necessariamente inteso come sinonimo di Stalin e Gulag. Per me invece conserva un'aura. In me quella parola continua a suscitare emozione».

Allora potrebbe votare i partiti che ancora portano quel nome?

«Non è una questione di nome. Sento di non dare un dolore all'amico Veltroni se rivendico la legittimitá  di votarlo dicendomi ancora comunista».

Lei ha prediletto i perdenti, da Ultimo tango all'Ultimo imperatore. Riprendendo il filo dal '68: chi ha vinto e chi ha perso?

«Non sono capace di rispondere. ሠvero che ho raccontato spesso dei loosers. Ma nel caso di queste elezioni la vittoria è molto piú importante dei miei umori personali. Ho l'impressione che qui siamo tutti un po' perdenti. Lo leggo nell'addossare al '68 le colpe di tutto il peggio che è venuto dopo. Nel rifiuto di quel vento di libertá . Un anno fa ho scritto una lettera a Repubblica dove mi chiedevo perché la parola "cultura" sia cosí dribblata dalla politica. E perché è cosí accettata la presenza di Berlusconi, anomala agli occhi di chi ci guarda da fuori: nessuno all'estero capisce come sia ammissibile tanto potere politico nelle mani del piú grande padrone di tv e giornali. Ma la cosa che gli è piú riuscita è stata l'anestetizzazione delle menti di chi giorno per giorno si mette davanti alla tv. La sistematica non-cultura ha addormentato se non accecato una considerevole parte degli italiani».

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