News per Miccia corta

10 - 04 - 2008

Il Sessantotto, amore e dolore

 

(la Repubblica, 10 aprile 2008)

 


Il tema della violenza, i nessi tra ragione e passione, tra responsabilitá  individuale e vicenda collettiva. Un banco di prova per due generazioni

Sbagliato instaurare una continuitá  col terrorismo, ma non fu un'etá  dell'innocenza

Nei capitoli sulle donne la disumana realtá  dell'aborto clandestino e il dolore del feto

 

GUIDO CRAINZ

 


 

A colpi di cuore. Storie del sessantotto (pagg. 322, euro 15) di Anna Bravo, ora in libreria per la casa editrice Laterza, è un libro complesso. Difficile da discutere, perché toglie vie di scampo alle semplificazioni di diverso e opposto segno. Fortemente segnato ma non imprigionato dal vissuto generazionale. Intriso di soggettivitá , e di riflessioni su di essa, ma al tempo stesso attento a indicare le tracce profonde di un "contesto" che nulla giustifica ma aiuta a capire. Incentrato sugli "anni '68", cioè sugli anni sessanta e settanta, con un'attenzione privilegiata ai percorsi di formazione di giovani e donne, movimenti studenteschi e femminismo.

Lo sguardo si allarga dalla generazione del dopoguerra, cresciuta all'ombra della paura atomica, sino agli anni di piombo e si misura al tempo stesso con la dimensione internazionale dei processi. Sceglie di farlo ripercorrendo culture ed esperienze, in modo trasversale e non sistematico: un terreno che puó essere infido, una sfida rischiosa che appare per piú versi peró una sfida vinta. In larga misura, dunque, un libro di storia culturale e al tempo stesso di riflessione etica che si muove fra Italia e Stati Uniti, Europa dell'Ovest e dell'Est, e che mette al centro i banchi di prova piú impegnativi: il tema della violenza, il rapporto fra responsabilitá  individuale e vicenda collettiva e, in varie forme, i nessi fra passione e ragione (non solo nei capitoli che a questo esplicitamente rinviano, dedicati a Dolore e Amore) .

Al tempo stesso, una ricerca sul rapporto fra generazioni, generi e modernitá : con una attenzione specifica alla vicenda italiana che inizia con le trasformazioni degli anni cinquanta e conosce poi una cesura alla fine degli anni settanta. In questo quadro l'analisi si muove fra due poli in qualche modo estremi, interrogati entrambi in modo problematico.

Da un lato si sottolinea la rottura salutare indotta dai movimenti giovanili, sin da quelli dei beat e degli hippie, capaci di avviare o perlomeno accelerare processi piú ampi. Ció vale in modo particolare per un paese come il nostro, segnato da un'arretratezza delle istituzioni e da condizionamenti sociali e familiari oggi inimmaginabili, ma anche da contraddizioni e storture della incipiente modernitá . Da arcaismi ma al tempo stesso, precocemente, da modelli di successo e di ascesa individuale sprezzanti di regole e vincoli collettivi. La presa di parola degli "anni '68" aprí indubbiamente la via a una concezione piú ampia dei diritti e moltiplicó i soggetti in grado di rivendicarli. Hannah Arendt vi vide il riproporsi della "felicitá  pubblica", il coincidere della liberazione individuale e di quella collettiva, e l'immagine ha segnato l'autoraccontarsi (talora consolatorio) di una generazione. «áˆ vero (o quasi) per una scheggia di tempo», osserva la Bravo, e aggiunge: «Per chi e per quanti?». Con altrettanto rigore sono considerati quei terreni su cui, a giudizio quasi unanime, i movimenti avrebbero vinto: la cultura, il costume, le sensibilitá . Certo, si annota, è forte la memoria di una trasformazione ma in quella memoria rimane «una cicatrice: il dubbio di aver vinto male». Non puó esser rimosso, in altri termini, l'interrogarsi sulla qualitá  dei processi che si sono poi affermati. E anche quel "partire da sé" che sembró - e forse poteva essere - la via per rifondare la politica è sottoposto ad un vaglio critico serrato.

La sottolineatura di una straordinaria effervescenza («del '68 tutto si puó dire tranne che non fosse desiderabile esserci») non impedisce insomma di indagare a fondo la natura di essa: feconda ma al tempo stesso inadeguata a misurarsi con contraddizioni profonde. Ed esposta anche a deformazioni che ne avrebbero limitato le potenzialitá  e contribuito a derive negative.

All'altro estremo, all'altro polo della riflessione vi è infatti non solo e non tanto la barbarie del terrorismo quanto il nodo in sé della violenza. Non è un tema che possa essere affrontato come gli altri, sottolinea la Bravo, e riprendendo parole di Andrea Casalegno aggiunge: «si puó cambiare, e molti lo hanno fatto senza sbandierarlo; ma non si puó diventare ex assassini, per l'identico motivo per cui non si diventa mai ex madri». Oggetto privilegiato di indagine è la violenza di chi «è rimasto al di qua dello spartiacque rappresentato dall'aver versato il sangue degli altri», e in generale il nodo della responsabilitá  individuale: pratiche violente e pratiche armate non sono direttamente assimilabili ma al tempo stesso non sono prive di legami, di zone di confine. Anche in questo caso l'ambito della riflessione è indicato con nettezza. Instaurare una continuitá  fra '68 e terrorismo «è un'operazione storiograficamente debole e ideologicamente fortissima, serve poco a capire quegli anni», ma è altrettanto debole l'idea del '68 come "etá  dell'innocenza totale" («i riferimenti teorici prevedevano la violenza, i simboli e i popoli piú amati erano uomini e popoli in guerra»). In Italia come in America e altrove, si osserva, nel loro sorgere i movimenti adottano forme di lotta pacifiche, la violenza è un'eccezione. Di lí a poco peró sará  vero il contrario, e il peso di contesti internazionali e nazionali tesissimi non esime dall'interrogarsi sulle scelte soggettive, sulle motivazioni che portano all'adozione di alcuni modelli e ll'appannamento di altri: con il privilegiamento, appunto, di quelli armati, ed il quasi totale disinteresse per le suggestioni che potevano venire dai grandi esempi del pacifismo internazionale. O dai percorsi stessi del dissenso nell'Europa centro-orientale, che costringe a misurarsi con un altro banco di prova impietoso.

Negli "anni '68", sottolinea la Bravo, è forte la sensibilitá  nei confronti del dolore degli oppressi ma «non tutti gli oppressi hanno diritto al compianto (e neppure ai diritti democratici)».

Dopo il '56 ungherese, Solzenicyn, Praga, la realtá  dell'est europeo non puó essere ignorata eppure «quell'enorme giacimento di sofferenza è il meno sentito dei mali del secolo». Vi è qui un nodo irto, al quale è impossibile sfuggire: il paradosso di un movimento che nasce sinceramente libertario e portatore di vere ansie di democratizzazione, ma al tempo stesso carente di una reale cultura democratica e per questo esposto all'insidia delle ideologie.

ሠuna questione che ritorna in piú forme e sin nelle pagine che si interrogano sul rapporto fra '68 e femminismo, sulle contraddizioni piú che sulla parentela fra essi: anche a voler ammettere che il femminismo degli anni settanta nasca dal '68, annota la Bravo, ne è semmai figlio non previsto, non voluto, in molti casi avversato. Giá  nel 1964 del resto le attiviste nere dello Student Non-violent Coordinating Committee (il piú importante movimento per i diritti civili degli afro-americani) denunciavano le discriminazioni nei confronti delle donne all'interno dell'organizzazione. E «il sé da cui si parte nel '68 è filtrato dal maschile», altra spia di un universalismo solo apparente.

ሠqui impossibile seguire piú da presso il libro nel suo ripercorrere fasi e problemi del femminismo, origini di lungo periodo e tumultuosi sviluppi, rovelli e talora rimozioni. Nel suo considerare la piú generale storia delle donne, disseminata di "ereditá  senza testamento", cioè senza destinatari né canali ufficiali, ma anche di "testamenti senza eredi", di patrimoni culturali che rischiano di andare dispersi. Almeno un aspetto va peró segnalato, il rigore con cui vengono posti i problemi connessi alle discussioni degli anni settanta e ottanta sull'aborto («un'esperienza che oscilla fra la categoria della violenza e quella del dolore»). ሠrichiamato anche qui il contesto, la disumana realtá  dell'aborto clandestino e le ragioni dell'impegno per introdurre tutele e norme di legge, ma sono indagati al tempo stesso gli elementi di insensibilitá  che in quell'impegno talora affiorano. ሠla "cognizione del dolore" (e del "dolore del feto") ad essere interrogata, cosí come la rimozione di quell'angoscia. Dietro il silenzio, osserva Anna Bravo, vi era il peso di vecchie forme mentali: «il primato di quel che è compiuto e completo su quel che è parziale e liminale, la cecitá  verso il dolore non detto, non dicibile, non accertabile completamente». E conclude: non eravamo sole in questa difficoltá  a cogliere la vicinanza fra l'umano e il non ancora o imperfettamente umano.

Sono solo alcuni esempi, alcuni squarci di un denso e complesso libro che si legge d'un fiato e che sará  difficile metter da parte.

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