News per Miccia corta

05 - 04 - 2008

Estradizione Battisti: l`ultima parola spetta al Supremo tribunale

(Liberazione, 5 aprile  2008)



Angela Nocioni


 

Rio de Janeiro

Tira una brutta aria per Cesare Battisti. Si è fatto meno sicuro di una volta il rifugio brasiliano per i condannati per omicidio, anche quando si dichiarano «prigionieri politici». Lo sanno gli amici carioca dell'ex leader di proletari armati per il comunismo, che di condanne per omicidio ne ha due. Lo sanno e si danno da fare per evitargli l'estradizione, ma non sono molto ottimisti anche se tentano di tutto per sembrarlo.

Battisti è in attesa che il Supremo tribunale federale brasiliano decida se rispedirlo o no in Italia. Un primo giudice ha dato parere favorevole all'estradizione con un argomento che potrebbe essere accolto dalla Suprema corte. Il procuratore generale della Repubblica, Antonio Fernando Souza, ha considerato che per Battisti non ci puó essere protezione da parte del Brasile perché i reati per i quali è stato condannato in Italia non possono essere considerati di natura politica. Gli omicidi, ha detto Souza, «non sono avvenuti nel corso di una manifestazione di protesta o di una ribellione e le vittime erano civili indifesi». Quindi «anche se i reati sono stati commessi in nome di una fazione politica» l'estradizione secondo lui va concessa, a patto che l'ergastolo sia commutato in trenta anni di carcere, massima detenzione prevista in Brasile.

Ora resta da vedere se i giudici del Supremo tribunale seguiranno il suo parere.

«La vera decisione non è ancora stata presa» ci dice Fernando Gabeira, la figura di riferimento per molti dei rifugiati in Brasile in fuga dalle condanne italiane. Protagonista nel 1969 durante la dittatura brasiliana del sequestro dell' ambasciatore americano, l'ex guerrigliero passato qualche tempo per il partito del presidente Lula è adesso il deputato piú votato a Rio de Janeiro (per i Verdi). Si è appena candidato come sindaco e punta ai voti di quella parte degli antilulisti a cui piace il suo stile radicaleggiante e libertario. Ha sempre negato di aver avuto a che fare con la latitanza di Battisti. Subito dopo l'arresto è stato il piú attivo nel tentare di creare un gruppo contro l'estradizione. Ora quella dedizione sembra attenuata. Perché? «Aspettiamo» dice.

Lascia intendere che a suo avviso il tribunale negherá  l'estradizione. Che preferirá  non ignorare le circostanze in cui è avvenuta la condanna: in assenza dell'accusato e durante la vigenza di leggi speciali contro il terrorismo. Ma è innegabile che quando Piero Mancini, che vive a Rio, fu arrestato nel giugno del 2005 su richiesta della magistratura milanese per episodi che risalivano al 1977, gli altri rifugiati sembravano darsi da fare molto piú di quanto stiano facendo adesso per Battisti. «Era un'altra situazione - svicola Gabeira - Piero viveva qui, era di Rio. Aveva le sue radici in questa cittá . Battisti era in clandestinitá ». L'estradizione di Mancini fu negata dal Tribunale supremo brasiliano per nove voti contro uno. Ma la composizione della corte da allora è cambiata. «Non credo comunque che il parere dato dal giudice Sousa avrá  ripercussioni sulla decisione finale» dice Gabeira. Se invece le avrá , sará  la prima estradizione dal Brasile di qualcuno che si dichiara prigioniero politico e sará  quindi il tramonto della via carioca all'esilio facile per i reduci della galassia armata italiana degli anni Settanta.

Nessuno dei fuggitivi italiani degli anni di piombo è stato mai estradato finora dal Brasile. Qualcuno di loro non è mai stato nemmeno identificato. Poi è arrivata la prescrizione della pena e il gioco è stato fatto. Ma la situazione di Battisti è complessa. Ci sono di mezzo due ergastoli e la partecipazione in quattro omicidi. E' stato condannato per aver sparato nell'omicidio del maresciallo Antonio Santoro, avvenuto ad Udine il 6 giugno 1978, e in quello dell'agente Andrea Campagna, ucciso a Milano il 19 aprile del 1979. Per aver coperto il killer nell' assassinio di Lino Sabbadin, avvenuta a Mestre nel '79. E per aver organizzato la rapina nella quale rimase ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani a Milano nel febbraio del '79. Piú complicato per lui salvarsi dall'estradizione.

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