News per Miccia corta

27 - 03 - 2008

Capanna: chiedete scusa a noi sessantottini

 

(Liberazione, 27/03/2008)

 

Vittorio Bonanni

 


 

Scuse formale e pubbliche. Le chiede Mario Capanna alle «attuali autoritá  dell'Universitá  Cattolica» per l'espulsione che l'ex leader del movimento studentesco del 68 a Milano subí quarant'anni fa insieme ad altri studenti, come Luciano Pero e Michelangelo Spada, provvedimento preso in seguito alle lotte studentesche che scossero anche un luogo apparentemente ovattato come la Cattolica. Un fatto che, a distanza di tanto tempo, Capanna non accetta: «Caro Rettore - scrive in una lettera indirizzata al rettore Lorenzo Ornaghi - da quarant'anni mi brucia come una ferita aperta il fatto di non essermi potuto laureare all'Universitá  Cattolica. Avevo giá  concordato - ricorda - con uno dei miei migliori maestri, il professore Emanuele Severino, l'argomento della tesi di laurea». Ma proprio quel provvedimento gli impedí di concludere gli studi in quella sede e in base all'articolo 47 dello statuto di quell'universitá , che Capanna si chiede se sia ancora in vigore, venne trasferito alla Statale dove si laureó in filosofia e divenne il capo della contestazione studentesca milanese. «Si è trattato, innegabilmente, di un atto autoritario, di rappresaglia politica» perché «alle nostre idee non furono opposte altre idee, ma la forza e la repressione». Lo scrittore, che evidentemente non vuole le scuse solo per sé ma per molti studenti e docenti, chiede che per arrivare a questo gesto di conciliazione non si attenda trecento anni come per Galileo Galilei: «Forse sarebbe bello non indugiare cosí a lungo - ha scritto Capanna - un atto di giustizia è sempre il contrario di un atto di umiliazione. Confido nella dignitá  di chi è capace di compierlo».

Ma se la solidarietá  a chi subí un atto di autoritá  e di discriminazione non viene meno tra chi fu allora, come Capanna, un protagonista di quell'epoca, sulla richiesta di scuse non mancano le perplessitá . Marco Boato, cattolico, anch'egli leader del 68 e poi del 77, in particolare a Trento, ed ex dirigente di Lotta Continua la pensa proprio cosí: «E' evidente - dice Boato - che l'espulsione dall'Universitá  Cattolica di Capanna, Pero e Spada nel gennaio 68 fu un atto ingiusto e sbagliato e fin da allora i tre studenti ebbero la mia solidarietá . Ma mi sembra privo di senso il parallelo storico con Galileo Galilei e altrettanto francamente mi sembra un po' patetico chiedere le scuse al rettore attuale quarant'anni dopo». Per l'ex senatore verde inoltre «quando si sceglie di iscriversi ad una universitá  dichiaratamente confessionale, se ne portano le conseguenze disciplinari, anche se ingiuste». «Da cattolico - sottolinea Boato - ho sempre preferito la scuola pubblica. A Trento mi iscrissi a sociologia e nel 68 un esponente politico liberale chiese la mia espulsione. Ma il presidente dc di allora, Bruno Kessler, non lo ascoltó, essendo anche lui un cattolico ma laico e liberale in politica». Solidarietá  e perplessitá  arrivano anche da Alfonso Gianni, dirigente di Rifondazione comunista e sottosegretario allo Sviluppo Economico del governo Prodi ma ancora prima giovanissimo leader del movimento studentesco milanese: «Quegli avvenimenti, allora ero ancora uno studente delle scuole medie, hanno segnato la mia vita - dice l'ex leader del Mls (Movimento lavoratori per il socialismo) - ricordo ancora gli scontri di Largo Gemelli, che rimasero impressi nella mia memoria. Da questo punto di vista ho giá  solidarizzato con Mario Capanna per la sorte che gli è toccata. Quanto alle scuse che lui ha richiesto si tratta di una questione che valuteranno le autoritá . Devo dire che le scuse a posteriori mi ricordano molto il papato quando si scusa per i danni che ha combinato in tanti anni di storia. Resta il fatto che quelle espulsioni hanno segnato un episodio importante da cui il movimento studentesco trasse origine. Si potrebbe dire usando il principio della dialettica - conclude Gianni - che non tutto il male viene per nuocere, perché fu anche grazie a quell'espulsione che il movimento studentesco si sviluppó, almeno in quel di Milano».

Diverse le considerazioni di Franco Piperno, ex leader di Potere operaio e di Autonomia nonché autorevole fisico: «Penso che Capanna abbia assolutamente ragione. Credo che dovremmo fare tutti una class action pretendendo che non solo ci chieda scusa l'universitá , sia essa di Milano, Roma o Pisa, ma anche che ci chieda scusa tutto un mondo che in quegli anni è stato ostile al 68, e ostile in maniera sleale, deformando le posizioni e rifiutandosi di prendere atto di quella che era stata una gigantesca onda anomala. Sono contento dunque che Capanna chieda le scuse al rettore, credo che dovrebbero farlo anche tante altre universitá ». Piperno ci tiene tuttavia a riconoscere che non tutti i torti erano da una parte sola: «Per evitare l'arroganza anche noi dobbiamo scusarci per i gesti che abbiamo compiuto e che hanno potuto offendere le persone magari attraverso un comportamento violento. Questo perché uno deve sempre scusarsi per il male che ha recato agli altri, rivendicando nello stesso tempo quello che abbiamo fatto come una scelta consapevole. Non ne potevamo fare a meno».

L'autore di Formidabili quegli anni e Il Sessantotto al futuro ha ricordato nella sua lettera i suoi studi con il professor Emanuele Severino, anch'esso coinvolto dalla vicenda delle espulsioni: «Capanna, che allora era uno dei miei migliori studenti, ha i suoi motivi per aver indirizzato questa lettera all'attuale rettore dell'Universitá  Cattolica di Milano. Ma per quanto mi riguarda - precisa Severino - non ci fu un'espulsione nei miei riguardi. E non ci fu perché non ci poteva essere, perché per legge i professori ordinari allora come adesso dell'Universitá  Cattolica sono vincitori di pubblico concorso. In realtá  quello tra me e la Cattolica, e la Chiesa perché poi il dialogo si è allargato, puó essere definito un divorzio consensuale. Certamente loro avrebbero potuto imperdirmi l'insegnamento dandomi comunque lo stipendio. Non ho accettato perché avevo attorno a me un gruppo di giovani che portai con me tutti a Venezia e che ora sono tutti in cattedra, come professori ordinari o rettori. In questo senso non voglio certo considerarmi una vittima, anche perché la mia critica alla tradizione occidentale e quindi al cristianesimo non poteva lasciare indifferente l'Universitá  Cattolica. Insomma - conclude il professor Severino - chi ha fatto la prima mossa sono stato io». Un atto di rottura del quale lui si assume dunque tutte le responsabilitá .

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