News per Miccia corta

25 - 03 - 2008

``Cosí ho fotografato la rivoluzione``

 

(la Repubblica, MARTEDáŒ, 25 MARZO 2008, Pagina I – Milano)

 

 

 

 

 

 

25 marzo 1968: la polizia carica gli studenti davanti all'Universitá  Cattolica ሠil primo grave scontro di piazza a Milano. Il reporter Giancarlo De Bellis, che ha fissato quei momenti, racconta cosa vuol dire ritrarre un movimento 

 

 

 

 

 

GIANCARLO DE BELLIS 

 

 

 


I fotografi? Non c'è categoria piú individualista: ognuno fa per sé e difficilmente si confronta con altri. A me, invece, è sempre piaciuto inserire questi individualismi in una organizzazione, nel mio caso in un'agenzia (che ho aperto nel 1967) perché lavorare insieme fa bene a tutti. Io ho sempre fatto la cronaca ma lavorando per l'Unitá , che allora era un grande giornale, facevo anche fotografie sociali che raccontavano com'era Milano quando i bambini facevano il bagno in mutande nelle rogge e nel Severo o quando gli emigranti riprendevano il treno per tornare al sud per le vacanze estive. Mi ricordo una fotografia che ho intitolato "Esodo", dove una donna veniva letteralmente buttata a braccia dentro il finestrino passando oltre la folla che saliva sui vagoni. Poi, quando è arrivato all'improvviso il Sessantotto, molto è cambiato.

 

Per tanti fotografi le manifestazioni del Sessantotto erano uno dei tanti avvenimenti di cronaca, da fare per routine. Per me era diverso perché alle manifestazioni ero abituato: il giornale mi mandava ai Feste dell'Unitá  dove mi ero specializzato nelle panoramiche della folla, che realizzavo incollando singole immagini cosí da crearne una sola, ma anche nel riprendere gli striscioni delle singole federazioni, che poi le richiedevano. Quando è nato il movimento studentesco mi sono trovato a essere un loro interlocutore: ricordo Luciano Pero, Michelangelo Spada e Mario Capanna, i leader di allora dell'Universitá  Cattolica, che mi telefonavano per annunciarmi le loro iniziative. Anche il tentativo di rioccupare l'Universitá  conclusosi con il primo grande scontro tra polizia e studenti a Largo Gemelli, il 25 marzo 1968. Spesso non mi trovavano, perché ero in giro a lavorare, e Capanna parlava con mia madre: alla fine sono praticamente diventati amici. A un certo punto ho avuto la sensazione di aver trasferito il mio ufficio al baretto della Statale per essere piú vicino agli avvenimenti. Certo, c'era anche il fatto che i ragazzi del movimento studentesco avevano per me un occhio di riguardo, anche se mi chiamavano "revisionista". E quando arrivavo all'Unitá , lí mi dicevano che ero un amico degli estremisti.

 

Un po' amico lo ero, se qualche tempo dopo, durante una manifestazione in mezzo ai fumogeni, ho visto Norma Picciotto, una bella ragazza che fotografava per passione: l'ho invitata a prendere un caffè e con suo stupore abbiamo lasciato la manifestazione. Forse non sará  stato molto professionale. Ma poi l'ho sposata.

 

Il buon fotografo sta sulla notizia (e infatti molti colleghi giornalisti dicevano "tanto c'è de Bellis"), fa la foto migliore e non si fa portare via il rullino né dalla polizia né da nessuno, perché quello è il suo lavoro. Io cercavo di essere originale e ne sono testimonianza alcune fotografie simboliche nella loro sintesi, come quella degli studenti che inalberavano un cartello con la scritta "Voglio pensare". Mi ricordo che in corso Venezia c'era un portinaio compagno che mi metteva sempre a disposizione una lunghissima scala su cui salivo per fotografare le manifestazioni e avere immagini diverse da quelle che si ottengono scattando da terra. In altri casi cercavo scorci interessanti anche se pericolosi. Una volta mi sono messo fra piazza Santo Stefano e via Larga per riprendere da vicino la polizia che caricava e gli studenti che, quasi stupiti, per difendersi avevano abbassato le lunghissime aste degli striscioni. Sono stato colpito da un sasso e soccorso: il giorno dopo ho scoperto che ero stato l'unico fotografo a riprendere quegli scontri. Negli anni seguenti il conflitto si fece piú duro. Se prima uscivo per fotografare gli studenti medi che tutte le mattine sfilavano per le vie del centro, sempre piú spesso mi capitava di ricevere notizie crude di violenze, gambizzazioni o peggio. Ricordo ancora le fotografie di Feltrinelli ai piedi del traliccio su cui è saltato: solo il commissario Calabresi lo aveva riconosciuto due o tre ore dopo. Ma questa è un'altra storia: a me è rimasta la soddisfazione di aver visto il Sessantotto da vicino, dal mirino della mia macchina fotografica.

 

 

* fotoreporter

 

 (testimonianza raccolta  da Roberto Mutti) 

 

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