News per Miccia corta

15 - 03 - 2008

Nessuna joint venture mondiale, Moro fu ucciso dai ``niet`` del Pci e dai calcoli freddi della Dc

 

 

(Liberazione, 15/03/2008)

 

 

Andrea Colombo

 

 


 

Trent'anni, e ancora il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro restano avvolti in una nebbia fitta che impedisce di fare i conti e tirare le somme su quella sanguinosa vicenda, di chiuderla, assimilarla, consegnarla al passato, superarla con il decennio di cui rappresentó il tramonto e l'epilogo.

 

Trent'anni, e ancora quei cinquantacinque giorni restano ostaggio di fantasie tanto spesso ripetute da sembrare piú vere del vero, di architetture complottarde sconfinanti nella paranoia pura, e dei molti che adoperano la formula magica "Non si sa nulla" come alibi per non misurarsi con quel che di quel delitto si sa, e cioè tutto quel che è necessario sapere ai fini di una seria valutazione storica.

 

Apri le tv, ancora oggi, e senti qualcuno che si domanda inquieto: «Come facevano le Br a sapere che in quella fatidica mattina del 16 marzo '78 Aldo Moro era diretto a casa di Zaccagnini?» e nessuno risponde che dove fosse diretto il presidente della Dc importa ben poco dal momento che percorreva la stessa strada di ogni giorno, il percorso che la sua malcapitata scorta non riteneva necessario modificare se non nei casi, rari, di traffico impazzito.

 

Guardi i soliti, immancabili "speciali", e inevitabilmente ti chiedi chi fosse il misterioso superkiller il cui mitra vomitó oltre metá  dei colpi sparati quel giorno in via Fani, quello di cui favoleggiano da anni i laureati in trame oscure. Te lo chiedi finché non ti capita di spulciare gli atti processuali o quelli delle commissioni parlamentari d'inchiesta e scoprire cosí che trattasi non di oscuro mistero ma di piú misero errore dei periti, che sommarono i colpi sparati da due armi diverse ma dello steso tipo. Due mitra FNA43, per la precisione, costruiti ai tempi della guerra. Armi vecchie, che infatti si incepparono entrambe in via Fani, nel corso di un agguato studiato alla perfezione ma tecnicamente tutt'altro che perfetto, tanto che le cose sarebbero andate ben diversamente se la scorta non fosse stata disarmata. Pistole ben chiuse nei borselli, sotto il sedile o sul cruscotto. Un mitra solo per cinque agenti, e in condizioni di manutenzione pietose, pieno di ruggine.

 

La lista potrebbe continuare. Ogni mistero ha la sua spiegazione, e di solito è quella piú semplice. Lo hanno dimostrato cinque processi, tre commissioni parlamentari d'inchieste, e tutti i libri che hanno affrontato sul serio la vicenda, primi fra tutti quelli, insuperati per meticolositá  e precisione di Vladimiro Satta. I "misteri" sono una cortina fumogena spessa, che nasconde una veritá  inconfessabile: Moro poteva essere salvato. E se non si fece nulla per salvarlo fu in ossequio non alla severa ragion di Stato ma a un meno austero e meno nobile interesse di partito.

 

E' appurato al di lá  di ogni ragionevole dubbio che l'uccisione dell'ostaggio, per quanto ovviamente non esclusa, non era stata affatto stabilita in partenza dai rapitori. Al contrario, data l'importanza del sequestrato le Br erano quasi certe, all'inizio di quella che avevano battezzato "Operazione Fritz", di ottenere una congrua contropartita e di poter cosí liberare il prigioniero. Il fulmineo cementarsi del fronte della fermezza colse le Br del tutto alla sprovvista e rese ancor piú necessario, dal loro punto di vista, raggiungere un qualche risultato politico, anche solo sul piano simbolico.

 

L'ambiziosa offensiva, del resto, non aveva raggiunto nessuno dei suoi obiettivi iniziali: anziché disarticolato il fronte avversario si era compattato come mai in precedenza; l'interrogatorio del prigioniero era stato e non poteva che essere un fallimento, dal momento che in nessun caso Moro avrebbe potuto dare ai brigatisti le risposte che questi si aspettavano, e cioè informazioni sensibili in merito al funzionamento dello Stato imperialista delle multinazionali e dei suoi "corpi antiguerriglia"; la base del Pci, infine, non aveva risposto all'appello brigatista e non c'era traccia di rivolta contro i dirigenti "revisionisti". Per le Br, di conseguenza, ottenere uno scambio simbolico era imperativo, pena la sconfitta politica totale non solo dell'"Operazione Fritz" ma dell'intera strategia armata.

 

I dirigenti piú lucidi dell'organizzazione terrorista, inoltre, si rendevano perfettamente conto che l'uccisione dell'ostaggio sarebbe stata sostanzialmente una sconfitta secca. Soprattutto nell'ultima fase del sequestro si sarebbero accontentati di ben poco: una frase, pronunciata dal segretario della Dc che riconoscesse ai brigatisti in carcere il carattere di "prigionieri politici" e un passo concreto sia pure di portata limitata, come ad esempio la chiusura del supercarcere dell'Asinara.

 

Non si trattava di concessioni improponibili. Che i brigatisti fossero assassini politici e non criminali comuni in Italia lo sapevano tutti, e ripeterlo non sarebbe stato un catastrofe per lo stato democratico. Le carceri speciali erano giá  allora nel mirino degli osservatori internazionali, e chiuderle sarebbe stato un gesto di civiltá  accolto positivamente non solo dalle Br ma anche da Amnesty International. L'Asinara, peraltro, fu chiusa davvero due anni e mezzo piú tardi, in cambio del rilascio del magistrato D'Urso. La stessa liberazione di un terrorista per motivi di salute non avrebbe comportato violazione delle leggi. Tanto che uno dei detenuti politici la cui liberazione fu presa in considerazione nel corso dei cinquantacinque giorni, Alberto Buonoconto, fu effettivamente scarcerato l'anno seguente, appunto per motivi di salute.

 

Neppure si puó sostenere la tesi, assai strombazzata all'epoca, per cui lo Stato non puó trattare con i suoi nemici. Lo Stato italiano, in effetti, era prontissimo a trattare. L'offerta di cinque miliardi di lire, cifra ai tempi enorme, proveniva sí dal Vaticano ma con l'assai fattiva collaborazione del governo e col tacito assenso del Pci. E' appena il caso di notare che, ai fini della sicurezza delle forze dell'ordine, la chiusura dell'Asinara o la liberazione di Buonoconto sarebbero state assai meno esiziali che non il pagamento di una cifra ai tempi enorme, che i brigatisti non avrebbero tardato a tramutare in armi moderne e adeguati supporti logistici.

 

A sbarrare la strada non fu l'etica dello Stato: furono il "niet" del Pci, che temeva (come i verbali delle direzioni comuniste di quei giorni confermano) la "concorrenza" delle Br, e i calcoli freddi della Dc, che riteneva di non poter affrontare in quel momento la sfida della crisi di governo e delle elezioni anticipate.

 

Le bugie di allora, dall'impossibilitá  di trattare senza provocare il crollo della democrazia alla falsitá  (anzi, alla "non ascrivibilitá  morale") delle lettere di Moro, servivano allora a mascherare questa nuda realtá . E allo stesso scopo mirano, da trent'anni in qua, le teorie bislacche che vogliono Moro vittima non di un'organizzazione (sia pur delinquenziale) di operai rivoluzionari e comunisti quali erano le Br ma di una joint venture planetaria tra servizi segreti di mezzo mondo.

 

 

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