News per Miccia corta

15 - 03 - 2008

«Niente grazia al prigioniero Sofri»

 

 

(il manifesto, 15 marzo 2008)

 

 

 

 

In una lettera che risponde a un editoriale sul manifesto, la presidenza della Repubblica fa sapere che non ha intenzione di intervenire: «Non ci sono esigenze umanitarie, è agli arresti domiciliari»

 

Sara Menafra

 

 


Roma

 

Sta male ma non abbastanza, il detenuto Sofri. Visto che il tribunale del riesame l'ha messo agli arresti domiciliari, non c'è ragione per cui il Quirinale debba intervenire a «far fronte ad eccezionali esigenze di natura umanitaria».

 

E' duro il contenuto della lettera con cui il direttore dell'ufficio quirinalizio «per la concessione delle grazie e la commutazione delle pene», Loris D'Ambrosio, ha risposto all'appello che Franco Corleone aveva indirizzato a Napolitano lo scorso 3 marzo, pubblicandola sul manifesto.

 

Il garante dei detenuti di Firenze aveva scritto al presidente Napolitano spiegando di attendere da tempo una sua iniziativa in favore di Adriano Sofri, l'ex leader di Lotta continua in carcere dal 2000 con l'accusa di aver sparato al commissario di polizia Luigi Calabresi nel 1972. Un anno e mezzo prima, il 3 novembre 2006, lo stesso D'Ambrosio aveva scritto che «l'esistenza di situazioni nuove, connesse allo stato di salute e all'applicazione della legge sull'indulto, imponeva aggiornamenti istruttori per l'ulteriore corso della relativa procedura». Allora, Sofri era fuori dal carcere dopo una grave malattia e rischiava di tornarci proprio nei giorni di Natale, quando il tribunale del riesame di Pisa decise di concedergli gli arresti domiciliari.

 

La nuova missiva di D'Ambrosio, che dice di parlare «su incarico del capo dello stato» chiude ogni spiraglio. Il Quirinale non puó intervenire, si spiega, perché il tribunale del riesame ha messo Sofri ai domiciliari «ritenendo, per un verso, che le condizioni di salute - pur serie - non erano tali da imporre un nuovo differimento dell'esecuzione e, per altro verso, che la detenzione domiciliare era funzionale alla fruizione delle cure necessarie e al reinserimento sociale». Quindi, niente da fare: «Nessun elemento fa oggi ritenere che le esigenze umanitarie debbano essere garantite ricorrendo a istituti diversi da quello penitenziario in atto».

 

Fino ad oggi, nello scegliere le persone cui concedere la grazia il presidente Napolitano ha badato poco alle condizioni di salute dei detenuti, sebbene la sentenza costituzionale in cui si parla di «esigenze di natura umanitaria» sia stata emessa giusto dopo la sua nomina. Ivan Liggi aveva trentaquattro anni quando il presidente della repubblica decise di graziarlo, nel dicembre 2006. L'uomo, ex poliziotto, era accusato di omicidio volontario per aver sparato contro un guidatore che non aveva rispettato un posto di blocco. Nessun problema di salute neppure per i cinque altoatesini graziati il 3 agosto 2007, quattro dei quali dovevano scontare solo le pene accessorie. Persino per Bompressi, condannato assieme al leader di Lotta continua, questa valutazione non è stata applicata, visto che al momento della grazia era giá  ai domiciliari (a causa di gravi condizioni di salute) esattamente come accade oggi a Sofri.

 

Dal Quirinale spiegano che il criterio «di salute» è speciale perché speciale è la condizione di Sofri, che non ha mai chiesto la grazia. Eppure di questa regola non hanno mai parlato né la Corte costituzionale né nessun altro presidente della Repubblica.

 

 

Sofri ha lasciato il carcere, per la prima volta, il 25 novembre del 2005, quando fu sottoposto ad un intervento chirurgico d'urgenza perché una rara malattia gli aveva causato una lesione all'esofago di 6 centimetri. Fu salvato in extremis e da allora «motu proprio» il tribunale di sorveglianza di Pisa l'ha messo ai domiciliari, perché le sue condizioni di salute non sono compatibili col carcere. La decisione, temporanea, sará  riesaminata il prossimo giugno.

 

A pesare sulla scelta di Napolitano potrebbe essere stato l'«incidente» con la famiglia Calabresi. Nel 2006, appena eletto il presidente concesse la grazia ad Ovidio Bompressi, ponendo fine al lungo braccio di ferro tra l'ex ministro Castelli e il suo predecessore Ciampi. La famiglia Calabresi apprese la notizia dalla stampa e, sia il ministro Mastella sia Napolitano dovettero scusarsi per lo sgarbo. Da allora, il tema della grazia ad Adriano Sofri è finito in un angolo.

 

 

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