News per Miccia corta

13 - 03 - 2008

Nella stanza dei bambini sterminati dai nazisti

 

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 13 MARZO 2008, Pagina 44 – Esteri)

 

 

MARCO ANSALDO

 

 

 


BAD AROLSEN 

 

«Cara mammina! Come stai? Lunedí sera sono venute due signore. Una mi ha dato una tavoletta di cioccolato. Mi ha chiesto se volessi andare dai miei veri genitori. (!?) E io non sapevo che cosa avrei dovuto dire, sí oppure no. Allora non ho detto niente (...). Penso sempre a casa, quando potevo andare in bicicletta (...). Caro papino, tra poco arriverá  Babbo Natale, e le vacanze. Se tu potessi venire da me, sarei molto felice. Poi, potrei raccontarti tutto. Tanti saluti. Il tuo Klaus-Peter».

 

La firma è falsa, ma la lettera esprime sentimenti genuini. E' quella di un ragazzino polacco di 11 anni uscito dal Lager, e germanizzato da una famiglia tedesca. Il suo vero nome, lo si scoprirá  con il tempo, è Kazimierz. Kazimierz Kedrolinski, nato a Lodz, il 29 aprile 1937. Ma per tutti è Klaus-Peter Burckhardt. All'etá  di 4 anni, Kazimierz-Klaus Peter era stato diviso a forza dalla madre, e spedito in Germania. Per arrivare alla sua identitá  reale ci sono voluti diversi anni. Solo nel 1949 il ragazzo polacco, ormai dodicenne, riuscirá  a riabbracciare la propria famiglia tornando a casa per sempre.

 

Quella di Kazimierz è solo una delle mille, anzi esattamente delle 237 mila storie, la maggior parte

senza lieto fine, che si possono leggere in una piccola stanza dell'Istituto di ricerca sui crimini nazisti, rimasto chiuso per sessant'anni e ora aperto per la prima volta a ricercatori e storici a Bad Arolsen, tranquilla cittadina dell'Assia. La chiamano «la stanza dei bambini». ሠun ambiente dalle pareti bianche, raggelate dalla luce al neon, poco piú grande di una cella con i suoi cinque metri per tre. In questo spazio minimo sono allineati con cura centinaia di dossier contenenti le carte di molti ragazzi sotto i 18 anni incappati negli orrori del Terzo Reich.

 

Pile di lindi faldoni custodiscono decine di migliaia di certificati, riuniti seguendo un preciso ordine alfabetico. Da ABACASIS Jacques (Marocco) lassú in alto a sinistra, fino a ZWOLSKI Henry (Polonia) qui in basso nell'ultima fila. Alcuni dossier portano intestazioni invece generiche. In uno ci sono i cosiddetti Unbekannte, gli sconosciuti. Dentro, leggendo tra le righe del conciso linguaggio burocratico, si immaginano storie di vita brevi e strazianti. Come quella di una bambina russa di cui si sa solo il nome: Nadja. «Forse 3-4 anni. Cognome: ignoto. Madre: deceduta. Lingue parlate: nessuna. Condizioni di salute: buone». Inutile proseguire: su Nadja c'è solo questo certificato. Il documento accanto è altrettanto laconico, accenna a un trovatello: «Nome: Peter». Poco altro.

 

Sulla destra, tra i montanti che salgono da terra fino al soffitto, si innalza invece «l'archivio dei bambini morti». Gli Sterbeurkunden, i certificati di decesso, giacciono dentro classificatori di cartone colorati di bianco. Tanti quelli sui bambini russi, oppure sui figli dei lavoratori forzati. ሠun lungo elenco doloroso, fatto spesso di una sola, striminzita pagina di carta velina. Stilati con estrema precisione, alcuni documenti portano una croce rossa: un'indicazione di morte, che sembra quasi stagliarsi sul resto del foglio interamente giallo. In cima, nome e cognome, se conosciuto. Poi, data di nascita, nazionalitá , causa del decesso («broncopolmonite», «difterite», «debolezza», «collasso improvviso»). Infine il luogo dove i piccoli sono stati seppelliti. «Genevieve Marchais, nata il 19.12.44, morta il 5.3.1945». «Bambino sconosciuto, luogo di nascita sconosciuto, etá  13-15 anni, morto il 16.12.44». «Bambina russa sconosciuta, etá : ?, morta: ?, seppellita: 20.4.1945, causa di morte: ?». C'è anche una piccola italiana di pochi mesi: «Graziella Marchesi, cattolica, residente a Fassberg nel Lager italiano, è morta alle 7 del 15 dicembre 1944. Era nata a Celle il 16 marzo 1944. Padre: il lavoratore Alberto Marchesi, residente nel Lager italiano. Madre: Emma Marchesi, nata Ghidoni, residente nel Lager italiano. La deceduta non era sposata». Decine di migliaia di fogli quasi ripetitivi nel loro ossessionante scopo di precisare qualsiasi dettaglio. Anche il piú inutile, talvolta.

 

C'è in ultimo il capitolo dei "dispersi". La copertina color ocra, le carte interne ormai consunte, alcuni fascicoli portano i nomi di piccoli italiani. Spuntano i documenti e le foto di due bambini di 5 e 4 anni: i fratelli Moscato, Lazzaro detto Gigio, e Bruno detto Lulli, come si legge sul retro. L'immagine li mostra sorridenti e seri, con i vestiti uguali come usava un tempo: Lazzaro in piedi su uno sgabello, e Bruno seduto sul bordo di un tavolo. Erano stati catturati al Portico d'Ottavia, a Roma, il 16 ottobre 1943, e deportati in un campo in Polonia assieme ai genitori Emilia e Giuseppe. Nel 1949, i familiari li cercano ancora. Ma le ultime lettere delle autoritá  internazionali sembrano terribilmente imbarazzate: siamo spiacenti, le nostre ricerche sono purtroppo infruttuose. Missing italian children, si legge in fondo al loro dossier. E assieme a quelli dei fratellini Moscato compaiono i nomi di tanti bambini catturati al Ghetto e mai piú tornati. Tutti fratelli e sorelle, tutti di pochi anni: «Anticoli Fiorella, Anticoli Luciana, Anticoli Richetta, Di Porto Alberta, Di Porto Graziella, Pavoncello Graziella, Pavoncello Gianfranco, Sermoneta Emma, Sermoneta Franco, Spizzichino Enrica, Spizzichino Giacomo, Spizzichino Virginia, Spizzichino Franca». Nel faldone accanto c'è una lunga lista con i bambini della famiglia Di Segni. David, detto Cucciolo, come si legge dietro la bella foto che lo ritrae per strada, ha capelli biondissimi con i boccoli che gli cadono sugli occhi. Era nato a Roma nel 1940. Missing anche lui. Dieci anni dopo, in fondo al suo fascicolo, qualcuno con la matita rossa ha scritto: «Ricerca ulteriore impossibile». Il timbro finale blu ha due parole definitive: «Caso chiuso».

 

Migliaia di altre sorti sono invece rimaste aperte. E casi di omonimia hanno fatto credere agli investigatori di aver risolto ricerche che sono peró dovute ripartire daccapo. Continuando infatti a guardare sotto la lettera M, ad esempio, compare un corposo fascicolo riguardante una bambina di 10 anni: Rosa Moscato. «La minore generalizzata in oggetto – si legge dal freddo linguaggio burocratico – fu deportata in data 16.10.1943 unitamente ai genitori, 3 sorelle e 3 fratelli, da militari dell'esercito tedesco». I documenti mostrano che la Croce rossa italiana fece partire l'inchiesta nel giugno "˜47. Ma sono tre anni di ricerche infruttuose. «Per favore vogliate notare – è scritto in una lettera proveniente da Francoforte – che si tratta di casi riferiti a famiglie parzialmente di origine ebraica, trasportate in campi di concentramento come Dachau e Latzweiler, dove alcuni membri morirono». All'improvviso pare accendersi una speranza. «Vogliamo avvertirvi - dice il foglio seguente - che secondo le informazioni provenienti dal Congresso ebraico mondiale a Londra, una ragazza di nome Rosa Moscati, nata approssimativamente nel 1935, nome del padre Angelo, vive a Roma, a via Portico d'Ottavia 45. Sembra dunque che la ragazza da noi cercata si sia riunita con la sua famiglia». A settembre la sorella Celeste Moscati in Limentani fa peró sapere che non è cosí, e che Rosa «sino a questo momento non è rientrata». I messaggi si accavallano in tedesco, inglese, polacco, italiano. L'ultimo, dalla Polonia, è del 1951: «Spizzichino Mario, Caló Rosanna, Caló Ada, Zarfati Roberto, Moscati Rosa, non figurano nei registri del campo di concentramento di Oswiecim».

 

La moltitudine di carte scolorite di cui è piena questa stanza, tenute assieme da elastici rossi ormai consumati, cela documenti anche su tante persone nate nei Lager. In un angolo vicino alla finestra, seduto davanti alla scrivania, un cortese impiegato, infagottato in un pullover verde, digita nomi sul computer, sfoglia certificati, fa la punta alla matita, risponde al telefono per completare richieste che provengono dai parenti delle vittime. Le ultime domande giungono da ogni parte del mondo: Argentina, Ucraina, Italia, Marocco, Francia, Germania, Polonia, Stati Uniti. Spesso dai bambini di un tempo.

 

Ancora oggi, tra i faldoni usciti dai Lager con dentro le lettere dei piccoli internati, abbellite da fiorellini colorati a matita o dai disegni delle candele di Natale, alcuni ragazzi di allora, ormai settantenni, arrivano nella minuscola stanza di Bad Arolsen. Chiedono con gentilezza mista ad ansia il loro dossier, si siedono e, prendendosi la testa fra le mani, fra le lacrime girano le pagine in silenzio cercando di ricostruire il proprio passato.

 

 

(2. continua) 

 

 

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