News per Miccia corta

06 - 03 - 2008

Via Rasella, eroi o banditi? Un volume di lettere e documenti

 

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 06 MARZO 2008, Pagina 47 – Cultura)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da una parte il padre Piero, grande giurista amico dei Rosselli e futuro costituente, dall'altra il figlio Franco, prima fascista, poi partigiano e comunista 

 

La Resistenza non avvicinó le due generazioni come pensava Galante Garrone 

 

Il romanzo delle incomprensioni è destinato a ricomporsi negli anni Cinquanta 

 

 

 

SIMONETTA FIORI 

 

 


 

Un padre che ammonisce il figlio aspirante scrittore «in te non vedo il colpo d'ala del grande romanziere» è un genitore brusco, forse spietato. Se poi quel padre è un insigne giurista, nonché modello pubblico di probitá , è un padre fin troppo ingombrante, difficile liberarsene. Piero e Franco Calamandrei: piú che un conflitto generazionale, una pagina tormentata della storia italiana, ora documentata da un importante corpus di lettere, memorie, scritti inediti raccolti nel volume Una famiglia in guerra, 1939-1956 (Laterza, pagg. 224, euro 24).

 

Ben oltre il confronto padri-figli si colloca la storia dei Calamandrei, epopea di lacerazioni e risentimenti inasprita dal ferro e dal fuoco di quella stagione. Da una parte un maestro degli studi giuridici, amico dei Rosselli e futuro costituente; dall'altra un giovane irrequieto e angosciato, il "Calamandrei sbagliato", destinato a trovare nel Pci «la tavola di salvataggio nel mare nero della disperazione borghese» (cosí Romano Bilenchi). Piero gentiluomo dell'altro secolo, classe 1889, che guarda con iniziale diffidenza alla guerra partigiana condotta da combattenti senza divisa; Franco figlio del Novecento, nato nel "˜17, prima sedotto dalle sirene del fascismo, poi pronto a gettarsi nel fuoco di via Rasella. Il giurista e il gappista. Due modi diversi di rapportarsi alla storia, di vivere l'antifascismo e la lotta armata. Due codici distanti anche nelle liturgie sociali e nelle vicende di cuore, Piero provvisto d'una sicurezza di classe che s'esplicita nel gesto morbido e nel vestire elegante, Franco eternamente irrisolto, perfino negli occhi buoni con cui ti scruta dalle fotografie d'epoca. Un'estraneitá  dolorosa, tra il padre liberalsocialista e il figlio comunista, destinata peró poi a ricomporsi, anche in un gioco di doppi e rispecchiamenti.

 

Questo nuovo volume laterziano, curato da Alessandro Casellato, ha il merito di rimettere a fuoco una relazione complicata, oggetto in anni recenti anche di interpretazioni caricaturali. Quel «Sor Piero» che rischiava d'essere ridotto a pavida macchietta e vile disertore - nella disinvolta introduzione di SergioLuzzatto a Uomini e cittá  della Resistenza - qui riacquista la sua piú naturale dimensione di paladino di una legalitá  che all'indomani dell'8 settembre gli impedisce di far proprie le ragioni d'un conflitto senza leggi, quella Resistenza che per il figlio rappresenta invece il rito di passaggio all'etá  adulta. La sua guerra l'aveva fatta trent'anni prima - annota opportunamente Casellato - sotto il crisma dell'ufficialitá , con eserciti regolari e la benedizione di tutti, padre incluso. A cinquantaquattro anni, fa fatica a comprendere le dinamiche di questa nuova guerra irregolare, condotta con azioni a sorpresa. Dei "ribelli" diffida profondamente, cosí come dei rivolgimenti sociali che intravede nel buen retiro di Colcello. Partigianato e criminalitá , ai suoi occhi, rischiano di confondersi.

 

Nella sua bella introduzione, Casellato sottolinea - ma senza scandalismi - il giudizio terribile pronunciato da Piero sull'attentato di via Rasella, proprio l'evento piú discusso della resistenza romana guidato dal figlio Franco. A metá  del 1944, quando è stato giá  informato della faccenda, il giurista attribuisce all'amico Pietro Pancrazi un dubbio che gli tarla la coscienza, il sospetto che il coraggio per compiere gli attentati contro tedeschi e fascisti sia "molto simile a quello dei criminali, non dei soldati in campo". Un coraggio da deboli, in sostanza, che rivela «il disprezzo per l'individuo, proprio dei partiti di massa». Il coraggio vile del figlio comunista.

 

L'antifascismo di Piero appare quanto mai distante da quello di Franco. La tesi di Alessandro Galante Garrone, secondo cui la Resistenza avrebbe compiuto il miracolo di avvicinare le due generazioni, è destinata a infrangersi contro questa incolmabile distanza. Nell'agosto del 1944 Franco tenta di spiegare al padre la sua scelta di vita, ma Piero ne è deluso: «Ieri sera a cena Franco ci ha detto il suo credo: bisogna assolutamente credere che la felicitá  è di questa terra e operare di conseguenza. Lo dice in tono assertivo, autoritario, come cinque anni fa parlava dell'ermetismo. Non fede, ma volontá  di fede, volontá  di credere. La felicitá  è su questa terra: raccontatelo a Leopardi, Manzoni o a Dante».

 

Eppure, quando nel dopoguerra proprio dal processo contro via Rasella partirá  l'offensiva per demolire la Resistenza, Piero Calamandrei non esiterá  a impugnare la bandiera dei partigiani. «I figli devono educare i genitori», annota Franco nel diario. E la "rieducazione" di Piero passa attraverso quel figlio cosí complicato, ma anche attraverso una generazione di allievi - Enzo Enriques Agnoletti, Tristano Codignola, Carlo Furno, tutti protagonisti della lotta clandestina - che all'indomani della Liberazione lo aiutano a recuperare il credito appannato dalla sua imbarazzante lontananza di Colcello. Figli spirituali, con i quali il rapporto fatalmente è piú semplice. «Caro Enriques, vorrei abbracciarLa come un babbo», gli scrive Piero nell'estate del 1944, mentre a Firenze ancora si combatte. Quell'abbraccio che il figlio Franco ancora gli nega.

 

Il romanzo delle incomprensioni è destinato a ricomporsi negli anni Cinquanta, con la scoperta d'un terreno condiviso che s'estende dal laburismo inglese alla rivoluzione cinese. Il lavoro di Franco corrispondente dell'Unitá  - da Londra prima, poi da Pechino - avrá  riflessi nelle scelte operate da Piero sul Ponte. Ma in questa ricucitura ideale oltre che affettiva una parte importante spetta a una donna speciale, Teresa Regard, la moglie gappista di Franco. Se è vero che le guerre sono tragedie non sprovviste di un lato erotico, l'incontro tra Franco e Teresa s'iscrive nel genere classico degli amori al tempo della rivoluzione. Coraggiosa, passionale, trascinante lei; introverso, anche incline a tentazioni omosessuali lui. La guerra partigiana è per entrambi un rito di rinascita individuale e collettiva. Franco rimane incantato dalla sua forza vitale. "Contegno virile ed esemplare", scrissero di lei nella motivazione alla medaglia d'argento al valor partigiano. «Virile levatelo, perché proprio non lo reggo», protestó Teresa.

 

ሠlei, ancor piú che il partito, la vera rivoluzione di Franco, finalmente liberato dalla dannazione del "Calamandrei sbagliato". Al principio, l'accoglienza della giovane comunista in famiglia non è tra le piú calorose. Piero la considera un po' invasata, umorale, una "beghina marxista". Nelle sue lettere Teresa lamenta una sorta di esclusione dalle liturgie borghesi dei suoceri: «I Calamandrei partono domani in littorina, ma capirai per me è troppo cara, dice tua madre. Non credevo fosse cosí, chissá  forse anch'io sono un po' sgarbata. Loro sono d'un altro mondo». Negli anni il rapporto si rinsalda, Piero l'accoglie anche nell'augusto consesso del Ponte. Fino a quella inattesa confidenza, riportata da Teresa a Franco in una lettera del luglio 1956: «Tuo padre è meraviglioso. Vorrebbe iscriversi al P., ma dice che non lo fa perché ormai è troppo vecchio. ሠassolutamente con noi, ma quando gli scrivi naturalmente non parlar di questo. Ci sará  tempo a voce».

 

Piero Calamandrei pronto al "salto mortale" coi comunisti, come Salvemini paventa? Il tempo per parlarne a voce non ci sará . Il 27 settembre, la morte inattesa di Piero, a 67 anni. Franco è in Cina, non riesce a rivederlo, né a partecipare ai funerali. L'ombra paterna lo accompagnerá  fino alla fine, quando nell'82 gli rende pubblico omaggio introducendo il Diario paterno. «Finito Piero Calamandrei mio padre, con un senso di conto saldato con me stesso. Mi sono messo in regola con mio padre, mi sento liberato dalla sua ombra, proprio perché le ho reso l'onore dovuto». Franco morirá  due settimane piú tardi, finalmente libero dal peso di una vita. 

 

 

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