News per Miccia corta

05 - 03 - 2008

Gli schiavi di Hitler

 

(la Repubblica, MARTEDáŒ, 04 MARZO 2008, Pagina 37 - R2)

 

 

 

 

MARCO ANSALDO

 

 


 

BAD AROLSEN 

 

«Abate Antonino (Trapani, 1903), Abbondanzo Francisco (Trieste, 1903), Abbonizio Nikola (Chieti, 1911), Acerbi Luigi (Suzzara, 1915)...». E poi «Alleva Enriko, Argentieri Giuseppe, Azzerio Vinzenz», giú fino all'ultima riga: Zuppa Andrea. Non si riescono nemmeno a contare, tanti sono i nomi e le pagine che li contengono, gli italiani che come Zwangsarbeiter, cioè lavoratori forzati, prestarono in modo coercitivo la loro opera nella fabbrica Thyssen, a Duisburg, nella Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale.

 

Sicuramente decine di migliaia. Come anche quelli della Krupp, a Essen. Eccoli, presi a caso nelle pagine ingiallite che oggi sanno di polvere e di muffa: «Guerrisi Pasquale (Cittanowa), Guggiari Giovita (Cernobbia), Gugliehminotti Maurizio (Chirasso, Torino)». A quel tempo la nota azienda siderurgica tedesca, giá  molto potente, non era unita come adesso nel binomio ThyssenKrupp. Ma i nomi dei Zwangsarbeiter italiani, francesi, polacchi, sovietici, turchi persino, addirittura fra i 7 e gli 8 milioni di persone, si ritrovano ora tutti insieme nelle liste impilate sugli scaffali di una linda palazzina situata nel cuore della Germania. I dorsi portano le intestazioni dei maggiori gruppi locali di allora, tutt'oggi operanti: non solo la Thyssen e la Krupp, ma la Bmw, la Siemens, la Hentschel, per citarne appena alcune.

 

Questi elenchi, stipati in enormi classificatori mobili contenenti centinaia di dossier con oggetto i lavoratori forzati, sono una piccola stilla di quel che sta uscendo da Bad Arolsen, tranquilla cittadina dell'Assia, sede del piú grande archivio nazista che, dopo sessant'anni, apre finalmente le porte a storici e ricercatori.

 

Sul placido viale prussiano ancora aggredito dal gelo invernale, il numero 5 della Grosse Allee ospita l'International Tracing Service, organismo della Croce rossa internazionale, e colossale centro di raccolta dei crimini del Terzo Reich. Qui, e negli edifici intorno alla lunga via alberata, si snodano 26 chilometri di schedari e 50 milioni di documenti. Riguardano 17,5 milioni di persone perseguitate sotto il nazismo.

 

Un materiale vastissimo, e in qualche caso ancora informe, recuperato dagli Alleati setacciando 7 mila sedi fra Lager, posti di polizia, industrie di guerra, e per decenni oggetto di una forte polemica internazionale a causa della "sensibilitá " delle informazioni contenute. Alcuni paesi si sono a lungo opposti all'apertura in nome del diritto alla privacy delle persone coinvolte. L'"archivio dell'orrore" permette infatti per lo piú una ricerca nominativa sugli uomini, le donne, i bambini inghiottiti dalla tragedia nazista, e non quindi per tema o per argomento, benché dalla copiosa documentazione ricostruibile nelle carte personali di ognuno risultino evidenti i piani di sterminio, le strategie dei gerarchi, le persecuzioni sui deportati, gli esperimenti medici condotti.

 

Gli uomini di Hitler tenevano infatti nota in modo scrupoloso e quasi maniacale dei loro atti. E il recente accordo raggiunto a Berlino fra le 11 nazioni tecnicamente proprietarie dell'archivio (Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Israele, Italia, Germania, Francia, Olanda, Polonia, Grecia e Lussemburgo) ha permesso infine l'avvio delle ricerche, dopo decenni in cui questi fascicoli erano rimasti chiusi a chiave, consultabili solo dai congiunti piú stretti dei perseguitati.

 

Le silenziose stanze dell'istituto, dove impiegate gentilissime scorrono trasportando faldoni voluminosi, è un tesoro di informazioni in cui ogni studioso vorrebbe tuffarsi, e pescare perle altrove difficilmente reperibili. Cartelle nominative, effetti personali, mappe, disegni, grafici, fotografie, microfilm, schede, libri, quaderni, bozze, annotazioni, oggetti vari. Un mare di documenti in grado di poter aggiungere nuovi elementi a pagine di Storia note ma ancora fresche, con protagonisti e vittime in alcuni casi tuttora in vita.

 

Gli interminabili elenchi di Zwangsarbeiter conservati nei dossier - adesso di diretta provenienza tedesca - potrebbero ad esempio riaprire l'annosa questione dei risarcimenti per coloro che in Germania furono costretti alla condizione di lavoro schiavile. Alfred Krupp, erede della dinastia di famiglia durante l'epoca del Reich, fu condannato dal tribunale di Norimberga nell'apposito "Processo Krupp", a causa degli abusi operati nelle sue fabbriche. La pena fu in seguito annullata. Ma oggi sono appunto i grandi gruppi tedeschi a temere di piú quel che emerge dai sotterranei dell'immenso archivio nazista, nonostante la Germania consideri la questione come chiusa.

 

Un argomento, quello dei lavoratori forzati, discusso per decenni e ancora irrisolto. Dopo la caduta di Mussolini e la rottura da parte dell'Italia del patto stretto con Berlino, nel luglio 1943, le SS disarmarono, in poche settimane, le 18 divisioni che si trovavano nell'Italia del nord e le 38 ripartite fra quella zona e i Balcani. I soldati che si dichiararono non disposti a continuare a combattere con i tedeschi, la maggior parte, piú di 600.000 secondo alcune stime, furono deportati in Germania dove vennero classificati prima come prigionieri di guerra (Kriegsgefangener), poi come internati militari italiani (Imi), categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra sui prigionieri, per poterli cosí dislocare senza controlli «a sostegno delle prestazioni».

 

Il 28 febbraio 1944 il Comando supremo della Wehrmacht ordinava: «Solo una prestazione soddisfacente dá  diritto a razioni giornaliere di cibo. La razione deve essere quindi differenziata secondo la prestazione. Nel caso di una prestazione insoddisfacente, deve essere ridotta a tutta l'unitá  di lavoro, senza tenere in considerazione il singolo volenteroso. Il capo del Comando supremo della Wehrmacht chiederá  ragione a ogni superiore che non agirá  con conseguente severitá  di fronte a una scarsa prestazione lavorativa e disciplina degli Inter. Mil. Ital. ».

 

Giá  dopo poche settimane molti dei lavoratori forzati si trovarono in condizioni di vita pessime. In tre mesi, la perdita di peso media era di 9 chilogrammi. Proprio alla Krupp, nella primavera del 1944, circa un quarto degli italiani era morto per inedia, tubercolosi, o violenza. Con gli accordi Hitler-Mussolini del 20 luglio gli internati vennero smilitarizzati d'autoritá  dalla Repubblica di Saló, dismessi dagli Stalag e gestiti come lavoratori liberi civili. Si trattava in realtá  di forzati veri e propri, benché con l'etichetta del lavoro civile volontario/obbligato. Alla fine della guerra gli ex-Imi registrati come "operatori liberi" furono ben 495 mila.

 

Ma se le liste di Zwangsarbeiter ora riunite a Bad Arolsen narrano una vicenda che riguarda ancora dei sopravvissuti, altri documenti presenti nell'archivio rappresentano invece delle vere e proprie pietre tombali. Come dimostra il logoro, tozzo, sfilacciato Totenbuch, il Libro dei morti di Buchenwald. Un oggetto che fa quasi tremare al solo tenerlo fra le mani. Davanti, la dura copertina di cartone nero. Dentro, un triste, interminabile elenco: nomi compilati in modo preciso, giorno per giorno, con le date, la provenienza, la causa della morte. In fondo, gli orari dei decessi, annotati persino nei minuti, h. 0.55, 1.45, 4.10, 5.20. Nelle baracche si moriva soprattutto la notte, nelle ore piú rigide e buie.

 

La meticolositá  dei nazisti toccava punte di efficienza altissima. I detenuti erano tutti, letteralmente, sottoposti ai raggi X, per scoprire le loro reali condizioni di salute, e decidere cosí se costituissero una forza lavoro ancora valida oppure se fossero da spedire alle camere a gas. «Anche il peso di ognuno - afferma estraendo dagli schedari una cartella Maria Raabe, capo dell'ufficio delle comunicazioni al centro di Bad Arolsen - era seguito costantemente, mese per mese. Nulla era lasciato al caso. Persino le cicatrici venivano segnate. Ecco, ad esempio, questo internato a Buchenwald, Heinrich Diehl: qui ci sono tutti i suoi dati e i nomi dei familiari, c'è scritto se è stato medicato, se ha avuto la bronchite, e anche le 25 frustate ricevute, pensavano che fosse una spia».

 

Dalle cartelle personali saltano fuori schede verdi con le arcate dentarie di ciascun detenuto. In rosso risaltano le carie, i denti mancanti, gli interventi fatti. Altre carte portano l'intestazione Laeusekontrolle, «controllo dei pidocchi»: per ogni detenuto veniva segnato il proprio numero e la quantitá  di insetti trovati dopo l'ispezione. «In tutto 11 pidocchi su 6 internati», è scritto in fondo. Il professor Udo Jost, storico e capo dipartimento degli archivi, profondo conoscitore della storia del nazismo attraverso i documenti diretti che per anni ha studiato qui, inforcando gli occhiali indica una parete della sala. Dentro ci sono gli effetti personali degli internati: anelli, orologi, portafogli, crocifissi, braccialetti, portaciprie. Molte le foto personali rimaste: il giorno delle nozze, i figli, i genitori, la villeggiatura. Immagini in bianco e nero in ottime condizioni. Sembrano le fotografie di un qualsiasi album di famiglia. Ma nessun parente le ha quasi mai ritirate.

 

Nella grande sala, armadi colossali che fluttuano su binari mobili come quelli di un treno, portano impressi nomi incancellabili: Auschwitz, Bergen-Belsen, Breedonk, Buchenwald. Camminando per la stanza la lista continua, Colditz, Dachau, Esterwegen, Flossenburg...

 

Dentro l'armadio di Mauthausen, l'altro Totenbuch originale, stessa fattura spettrale, contiene la lista dei 48 ebrei «uccisi - come si legge sulla riga del primo giustiziato (per gli altri basteranno delle semplici virgolette) - su ordine dell'Ufficio di sicurezza del Reich». Era la mattina del 20 aprile 1942, data di nascita di Adolf Hitler. Un regalo di compleanno per il Fuehrer. I minuti esatti della morte, h. 11.00, 11.02, 11.04, 11.06, 11.08, 11.10 e cosí di seguito, scandiscono perfettamente i tempi di condanna dei giustiziati. Poi uno stacco di qualche ora, e altre esecuzioni fino alle 19.

 

(1. continua)

 

 

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