News per Miccia corta

01 - 03 - 2008

Come lupi feroci. Un romanzo sulla guerra civile

 

(la Repubblica, SABATO, 01 MARZO 2008, Pagina 58 – Cultura)

 

 

 

 

 

 

Si nascosero sulle montagne o nelle miniere, morendo di freddo, di fame e di malattie 

 

Furono dimenticati persino dai parenti che preferirono non subire rappresaglie 

 

 

 

PAOLO COLLO 

 

 


 

Con la recente uscita in libreria di Luna da lupi (a cura di Paola Tomasinelli, Passigli Editori, pagg.160, euro 14,50) dello scrittore leonese Julio Llamazares (Vegamiá¡n, 1955) il lettore italiano puó finalmente completare in buona parte la propria conoscenza - letteraria, s'intende - del prima, del durante, e del dopo la Guerra Civile spagnola.

 

In questi ultimi anni, infatti, abbiamo assistito a un deciso rifiorire di libri sull'argomento. Segnale, forse, di una sorta di sdoganamento, di chiusura con i conti del passato, di riesumazione e poi di definitiva sepoltura di una terrificante guerra civile e internazionale al contempo.

 

E' il caso del piú famoso di tutti, quel Soldati di Salamina, di Javier Cercas, che - affrontando il problema del ricordo e della rimozione o meno della memoria - tanto ha fatto discutere sia a destra e sia a sinistra; o delle «microstorie» superbamente raccontate da Antonio Soler in Il nome che ora dico, da Manuel Rivas con La lingua delle farfalle (ed è da questo libro che è stato tratto il film sicuramente piú bello), da Alberto Méndez nei suoi racconti I girasoli ciechi, da Manuel Vá¡zquez Montalbá¡n de Il pianista, da Ignacio Martá­nez de Pisón in Morte di un traduttore, e, ultimamente, dal recente vincitore del Grinzane-Cavour: Bernardo Atxaga nel suo splendido Il libro di mio fratello e poi ancora tanti altri, tra cui Javier Mará­as o Antonio Munoz Molina.

 

Ma anche da parte italiana la lettura - o la rilettura - di quegli anni è passata per i piú diversi percorsi letterari: dal Ricordo della Basca di Antonio Delfini a Michele a Guadalajara di Francesco Jovine, cosí come dal bellissimo L'antimonio di Leonardo Sciascia fino al piú recente e altrettanto notevole Tempo perso di Bruno Arpaia, e poi ancora i testi di Fabrizia Ramondino, di Massimo Carlotto, di Carlo Lucarelli, o di Roberto Baravalle. Per un pubblico particolarmente interessato al tema va ricordata l'uscita - a quasi cinquant'anni dalla pubblicazione einaudiana del saggio di Aldo Garosci sugli intellettuali e la Guerra di Spagna - del lavoro di Luciano Curreri, un giovane studioso italiano che insegna all'Universitá  di Liegi: quel Le farfalle di Madrid (Bulzoni, 2007) che presto verrá  pubblicato anche in Spagna (cosa non certo da poco).

 

Questa la doverosa premessa per poter inquadrare un libro straordinario, e cioè il breve romanzo «storico» che Julio Llamazares scrisse nell'ormai lontano 1985, e dal quale venne poi tratta una fedele versione cinematografica per la regia di Julio Sá¡nchez Valdez.

 

E una volta tanto l'abusato aggettivo «straordinario» è sensatamente scritto a proposito. Perché questo è un libro decisamente fuori del comune. Per come è scritto: senza una parola di troppo; senza autocompiacimento; ricco di una tensione emotiva che non tende mai a mollare, come in un noir ben riuscito, e che lascia il lettore col fiato sospeso dalla prima all'ultima riga.

 

Straordinario per la storia che racconta: nessuno ci aveva mai narrato le vicende di quei soldati repubblicani che, nell'autunno del 1937, all'indomani del crollo del fronte delle Asturie, si ritrovarono tanto nell'impossibilitá  di fuggire via mare quanto di raggiungere la frontiera francese: e vissero per mesi, alcuni per anni (addirittura fino agli anni Cinquanta) tra quelle montagne, nascondendosi nelle miniere abbandonate, morendo di freddo, di fame, di malattie, torturati e poi fucilati dalla Guardia Civil. Come lupi, appunto. Feroci e affamati. In piccoli «branchi» di disperati, rifiutati anche dai propri parenti - anche loro vittime della guerra, della povertá  e della dittatura - che preferivano dimenticarli e piangerli da morti piuttosto di subire le rappresaglie della spietata repressione di Franco.

 

Repressione che, ora s'è definitivamente accertato, fu un vero e proprio massacro, una macelleria con decine di migliaia di vittime fatte sparire e poi gettate in quelle fosse comuni - le «fosas de Franco» - che stanno venendo alla luce in questi ultimi anni (e a tale proposito è un peccato che non sia stato tradotto il brillante saggio-inchiesta di Emilio Silva e Santiago Macá­as pubblicato in Spagna nel 2003 dalle edizioni Temas de Hoy): altro che dittatore timorato di Dio e sorta di buon papá  di tutti gli spagnoli!

 

Un libro, quello di Llamazares, straordinario per l'intelligenza di un autore - che è anche poeta, sceneggiatore e giornalista - il quale riesce a fondere all'interno di questo suo primo romanzo - scritto a soli trent'anni - una sorta di iperrealisno antropologico che non lascia nulla al caso o a una visione romantica e celebrativa di questa specie di guerra partigiana combattuta all'insaputa dei piú.

 

Intelligenza che poi ritroveremo in quel suo altro «tremendissimo» romanzo dal titolo La pioggia gialla (La lluvia amarilla) - pluripremiato in Italia e in tutto il mondo - pubblicato in Italia da Einaudi nel 1993 che raccontava la biografia dell'ultimo abitante (ma forse anche lui è un fantasma, come i protagonisti di Pedro Pá¡ramo, il romanzo capolavoro del messicano Juan Rulfo) di un paese nei Pirenei aragonesi che finisce sommerso dalle acque di una diga.

 

Un viaggio nel tempo e nella memoria, nel fango e nella neve, nella degradazione umana, nell'oscuritá  delle miniere, dei nascondigli nei fienili e delle notti senza luna, in una natura che graffia e che infetta, che ghiaccia d'inverno e che scotta d'estate, umida e malsana, dove non c'è piú spazio per l'amore - che si puó solo rubare - e per l'amicizia - sempre pericolosa.

 

Presenze estranee e sconosciute, come un lupo in mezzo a un gregge. Ma anche una storia vera raccontata attraverso la ricostruzione di quelle fonti orali che l'Autore udiva affascinato da bambino. Come quella di Gregorio Garcá­a Dá­az, «Gorete», il leggendario soldato delle esercito repubblicano che visse nascosto in montagna, e completamente solo, per undici anni, tre mesi e cinque giorni. E della Guerra Civile, infatti, di quella scoppiata nel "˜36, si parla poco, solo qualche cenno, qualche nebuloso flash-back, come se Llamazares avesse preferito concentrarsi unicamente sulle vite dei suoi quattro personaggi, sul loro progressivo imbarbarimento, sulla loro inevitabile ferinitá .

 

Da quelle parti, a quei tempi, cacciavano ancora i lupi come gli uomini primitivi: «Quando li vedono suonano il corno e tutti, uomini donne e bambini, accorrono a partecipare alla battuta. Io l'ho visto una volta. Nessuno puó portare armi, solo bastoni e barattoli. La strategia sta nell'accerchiare il lupo e spingerlo piano piano fino a un precipizio alla fine del quale c'è quello che chiamano chorco: una fossa profonda, nascosta dai rami. Quando il lupo si avvicina al precipizio, gli uomini cominciano a corrergli dietro gridando e agitando i bastoni e le donne e i bambini escono da dietro gli alberi facendo un gran frastuono con le latte. Il lupo, spaventato, scappa in avanti e cade nella trappola. Lo prendono vivo e, nei giorni seguenti, lo portano in giro per i villaggi perché la gente lo insulti e gli sputi addosso prima di ammazzarlo».

 

Di Julio Llamazares è stata anche tradotta un'antologia di poesie «epiche», Memoria della neve (Amos Edizioni), un libro dal titolo Tras-os-Montes, che narra di un suo viaggio nella regione piú povera e dimenticata del Portogallo (Feltrinelli), e una raccolta di racconti, A metá  di nessuna parte, di prossima pubblicazione sempre con Passigli.

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