News per Miccia corta

29 - 02 - 2008

L'ultima mediazione di Aldo Moro

 

(la Repubblica, VENERDáŒ, 29 FEBBRAIO 2008, Pagina 56 – Cultura)

 

 

 

 

A fine febbraio di trent'anni fa lo statista convinse i deputati dc ad accogliere i comunisti nella maggioranza. Alcuni giorni dopo sarebbe stato rapito dalle Br 

 

 

 

AGOSTINO GIOVAGNOLI 

 

 


 

Trent'anni fa, il 28 febbraio 1978, Moro tenne il suo ultimo discorso pubblico, pochi giorni prima di essere rapito. Quello che è poi diventato il suo testamento politico fu pronunciato in un'occasione straordinaria: l'assemblea di deputati e senatori della Dc convocata per decidere se inserire i comunisti nel governo o escluderli, pretendere nuove elezioni anticipate - le terze in pochi anni - ed, eventualmente, passare all'opposizione.

 

Moro pronunció un lungo e complesso discorso di mediazione, tipico di uno stile da molti considerato bizantino e oscuro e perció oggetto, proprio in quei giorni, delle critiche della stampa. Ma dietro quel discorso si nascondeva una posizione netta: sarebbe stato sbagliato andare alle elezioni e si dovevano accogliere, almeno in parte, le richieste comuniste, facendo entrare il Pci nella maggioranza.

 

Lo mostrano gli appunti vergati durante quella drammatica assemblea ed ora conservati, insieme ad altri importanti documenti, nelle carte Moro presso l'Archivio Centrale dello Stato. Con una scrittura non facilmente decifrabile, egli annotó in fretta le sue risposte alle obiezioni di quanti volevano svincolarsi dalla coabitazione con i comunisti. L'analisi era lucida, stringente. Dopo il referendum sul divorzio del 1974 e le disastrose elezioni regionali del 1975, nelle politiche del 20 giugno 1976 quello ottenuto dalla Dc era stato un «successo insperato» (che, nel discorso pubblico, si trasformó in una piú nobile «vittoria» prodotta da un «soprassalto di consapevolezza» degli elettori), cui aveva fatto da pesante contrappeso «un progresso allarmante» del Pci (mentre Moro parló poi, in modo piú neutro, di «due vincitori»). La conseguenza era stata che i due partiti maggiori potevano ora «paralizzarsi» a vicenda: si trattava di una situazione da cui non si sarebbe usciti con nuove elezioni che, anzi, avrebbero prodotto un ulteriore «logoramento».

 

Secondo Moro, non si trattava solo di una scelta politica obbligata: era anche quella moralmente piú valida. In quell'assemblea, emerse anche il problema del rapporto tra valori ideali e azione politica, una questione che torna a riproporsi in campo cattolico. Rivolgendosi ai parlamentari democristiani, Moro manifestó attenzione per motivazioni ideali e preoccupazioni etiche, ma per lui il giudizio morale non poteva prescindere dalla realtá  delle «cose», anzi dalla «lenta» e «travagliata» ricerca della «veritá » (seppure intesa limitatamente come «veritá  politica»). Egli era, infatti, contrario al compromesso storico, ma invocare «coerenza» rispetto ai propri valori, «fedeltá » agli elettori, difesa della propria «identitá » per interrompere la collaborazione in atto, significava per lui «ridursi alla testimonianza», «arrendersi», «ritirarsi», mancare di «coraggio», tradire cioè le proprie responsabilitá  verso il paese. Proprio l'ispirazione cristiana, infatti, imponeva di anteporre il bene comune all'affermazione di un'identitá  di parte.

 

Rompere con i comunisti, tra l'altro, avrebbe peggiorato la condizione dei cattolici. Il rapporto con il Pci, infatti, aveva attenuato il pesante isolamento cui la Dc era stata costretta dalla decisione dei socialisti di interrompere definitivamente l'esperienza di centro-sinistra. A piú di due anni da quella decisione, Moro tratteneva ancora a fatica la sua irritazione: «si puó rispettarli, si deve rispettarli», concedeva, ma senza dimenticare l'«impatto durissimo del loro agire». Per la prima volta dal 1947, infatti, la Dc non era piú in condizione di formare una maggioranza politica organica (almeno «al momento» corresse nell'ultima stesura): il tramonto della centralitá  democristiana - su cui avrebbe insistito anche negli scritti della prigionia - piú che dai successi comunisti dipendeva dunque dai socialisti. Moro intuí che questi speravano di intercettare i movimenti della societá  italiana formando, insieme a nuove forze emergenti, un forte polo laico e comprese che si stava preparando una trasformazione del panorama politico italiano. (Non riuscí invece ad immaginare che sarebbe stato anche largamente superato «il primato di una ventina di partiti» allora detenuto dall'Olanda, su cui egli ironizzó proprio durante quell'assemblea). 

 

 

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