News per Miccia corta

28 - 02 - 2008

Quel giorno di 40 anni fa nelle aule della Statale

 

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 28 FEBBRAIO 2008, Pagina III – Milano)

 

 

 

   

 

 La prima volta in un ateneo: il potere accademico finisce sotto processo da noi giovani trascinati da grande altruismo, disinteresse personale e tanta modestia

 

 

 

GIUSEPPE LIVERANI * 

 

 


 

Due settimane fa ero a Cuba, alla Fiera del Libro, una delle scritte che campeggiano all'ingresso delle cittá  mi ha colpito profondamente: «modestia, disinteres y altruismo». Concetti semplici, chiari, di grande forza. Ritornato nel "primer mundo", tra Milano e New York, sovente queste parole riaffiorano nella mente, quasi naturalmente nel quarantennale dell'occupazione della Statale. E capisco finalmente perché mi ci stavo affezionando: quarant'anni fa noi giovani ventenni, o ancor piú giovani, eravamo spinti nel nostro agire da grande altruismo, con indiscusso disinteresse personale e certamente con una buona dose di modestia. Tutto ció che abbiamo fatto nelle universitá  e nelle scuole era basato su questi principi, e nel nome di questi con entusiasmo e coraggio abbiamo ritenuto possibile cambiare l'ordine delle cose. All'inizio fu il semplice opporsi all'aumento delle tasse universitarie, il superamento dei cosiddetti parlamentini... alla fine, la contestazione globale del sistema e l'internazionalismo. In poche settimane abbiamo avuto il privilegio di diventare adulti, di emanciparci.

 

Occupate le universitá  e le scuole su rivendicazioni specifiche, ci si è svegliati di soprassalto coi manganelli dei poliziotti e le aggressioni fasciste. Ma piú la polizia sgomberava scuole e universitá , piú i fascisti aggredivano, piú rapidamente il movimento studentesco cresceva nei numeri e nella coscienza. Lo sconcerto di fronte a queste reazioni del "potere" nelle sue varie declinazioni era diffuso tra i giovani e cresceva la paura, bombe, attentati e stragi punteggiavano le nostre giornate universitarie. Quante volte ho dormito fuori casa, quante volte con la mia compagna ho dovuto cambiare strada per tornare a casa. Ma era proprio l'adesione di massa alle rivendicazioni che portavamo avanti in assemblea e nelle occupazioni che ci davano la forza per superare la paura, ciascuno di noi si sentiva caricato di una responsabilitá  collettiva e da questa protetto.

 

Una stagione intensa e lunghissima, iniziata in realtá  negli ultimi mesi del "˜67 e continuata fino al "˜73 senza soluzione di continuitá . Anni in cui la "contestazione" ha fatto in tempo a crescere, maturare, modificarsi, radicarsi attraversando tutti gli strati sociali e le generazioni. Prima di degenerarsi. Ma questa è tutta un'altra storia.

 

Per questo dopo quarant'anni ancora si discute del "˜68, di una stagione nel corso della quale è cambiato tutto dal fare all'amore al fare musica, dalla voglia di decidere in prima persona, al rifiuto della guerra. Il "segreto" del "˜68 è tutto qui: una nuova coscienza era cresciuta in centinaia di migliaia di giovani, lavoratori, donne e con questa la semplice comprensione che bisognava modificare radicalmente il mondo per non esserne schiacciati.

 

Noi del Movimento Studentesco, soprattutto alla Statale di Milano, pesavamo davvero possibile farsi carico dell'universitá  e della scuola, anello di trasmissione del "sapere", ritenendo giusto farne un uso alternativo, anche se parziale, secondo nuovi valori culturali emersi dalle lotte di massa nonostante l'istituzione restasse borghese. Il mezzo erano le Rap (Ricerche Alternative Parziali) e le lezioni popolari, á mbiti autogestiti. E furono migliaia gli studenti coinvolti e decine i professori, molti giá  illustri, in prima fila nella difesa del diritto allo studio, di assemblea o dell'apertura serale dell'Universitá  per il lavoratori studenti. Un fronte composito ma compatto che si opponeva ai tentativi di restaurazione baronale o di aggressione poliziesca o fascista. Erano «i democratici conseguenti» e fra loro anche molti avvocati e giornalisti. Alcuni di loro hanno preso le distanze dal "˜68, ma allora erano militanti che ancor oggi ricordo con piacere e gratitudine. Come Gaetano Pecorella, che oltre ad essere stato mio professore è stato a lungo mio avvocato, difendendomi con indiscussa capacitá  ma soprattutto con grande partecipazione e coinvolgimento. Era il febbraio del 1973 e il sottoscritto era rinchiuso a San Vittore con l'accusa di aver sequestrato il rettore della Statale all'indomani dell'assassinio di Roberto Franceschi da parte della polizia davanti alla Bocconi. Stavo facendo il militare e sono stato prelevato in caserma: i miei compagni, Capanna e Guzzini, fortunatamente erano riusciti a dileguarsi. Cosí finiva il "˜68 che era stato anche anche questo, in quegli anni la stragrande maggioranza si muoveva considerandosi parte di un movimento in difesa della democrazia nel nostro Paese, con totale disinteresse e sconfinato altruismo e anche chi ha preso un'altra strada mai potrá  cancellare il suo passato e le tracce indelebili di quella irripetibile esperienza di vita. Ho avuto la grande fortuna di crescere in quel contesto e ancora oggi nella mia professione e nella mia vita attingo da quella stagione spirito critico, capacitá  di analisi, coscienza consapevole e voglia di pace. I "fantasmi" del "˜68 non agitano i miei sogni, li tengono in vita.

 

 

* Editore (Charta, Milano / New York)

 

 

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