News per Miccia corta

16 - 02 - 2008

Lo chiamano Misha. Mike Bongiorno: in quel lager ho vissuto l'orrore

(la Repubblica, SABATO, 16 FEBBRAIO 2008, Pagina 15 – Cronaca)

 

 

 

E' passato tanto tempo, ho perdonato. Ma quando parlo con altri sopravvissuti vedo solo odio, e capisco che possono avere ragione

Era alto e robusto, colpiva tutti con un frustino. Mi aveva preso di mira, mi diceva sempre "americano bastardo"

 

PIERO COLAPRICO

 


 

MILANO - «Me lo ricordo grande, robusto, biondo. Misha, lo chiamavano. Una mattina mi ha chiuso in una specie di gabbia per polli all'interno del campo di concentramento di Bolzano. Sí, mi piacerebbe rivederlo in faccia, anche se è passato tanto tempo». Anche Mike Bongiorno, il presentatore che è stato matricola 2264 del carcere di San Vittore, è passato dal Polizeiliches Durchgangslager e ha incontrato Michael Seifert, «il boia di Bolzano: «Ero stato arrestato dai nazisti il 20 aprile del "˜44, mentre stavo preparandomi ad attraversare il confine svizzero», ricorda il presentatore. «Il passaporto americano, che avevo buttato un po' incoscientemente dalla finestra mentre l'alberghetto veniva circondato, era stato trovato da uno della Gestapo. E cosí mi portarono a San Vittore, dove - continua passando al tempo presente, come se quel ricordo bruciasse ancora - mi faccio sessantaquattro giorni di isolamento completo, poi mi mettono in cella con un altro detenuto e alla fine mi danno anche qualche permesso per svolgere i lavoretti all'interno del carcere. Quando passo dall'infermeria, c'è Montanelli, che mi dá  un bigliettino per sua moglie. Se ci penso, al rischio che ho corso. Me lo sono messo in bocca e l'ho consegnato».

All'improvviso, Mike viene caricato su un pullman ed esce da San Vittore. Ha una paura blu: «Quando ad agosto chiamarono i detenuti che poi uccisero in piazzale Loreto, ci allinearono al sesto raggio e fecero l'appello. Il 26 settembre rifanno l'appello e sento il mio nome... Aiuto... Invece non ci sparano, viaggiamo su un bus, che ogni tanto si ferma, quando ci arrivano sopra la testa gli aerei alleati, ma in una giornata arriviamo a Gries, al campo di smistamento dei tedeschi. Quello che chiamavano Misha viene personalmente a prendermi. Un pazzoide. Uno che girava tutto il giorno urlando in tedesco, prendeva tutti a staffilate con un frustino. Mi porta in una costruzione con alcune celle e mi appioppa un calcione nel sedere: "Americano bastardo», dice, mi butta in una cella, isolato da tutti e tutto, poi arriva una minestraccia e il pane nero. Avevo vent'anni».

L'orrore è tutto intorno. Mike, peró, ha il passaporto americano. E questa circostanza lo aiuta: «Un giorno arriva Misha, mi prende per un braccio e mi porta all'aperto, mi mette in una gabbia, non lo so perché mi mette lí. Ci sono gli altri prigionieri nel campo, alcuni sono stati a San Vittore, mi vedono e si ricordano: "Miki", perché mi chiamavano cosí, "Miki l'americanino". Vengono in due, Hauss, un capitano, americano, presidente della Max Meyer Italia, e Lou Biagioni, italoamericano, paracadutato, figlio di toscani, beccato non mi ricordo piú se a Varese o a Como. "Se vai in America, ricordati di consegnare a mio figlio questo orologio", mi dice il primo. Il secondo invece non mi dá  nulla, ma dice di andare a trovare i parenti nel Bronx e riferire al Comando americano un messaggio che non ho mai capito, di dire che avevo visto Corvo 3».

Nella gabbia Mike ci resta poco, viene uno della Gestapo, lo prende in consegna e lo porta al campo austriaco di Innsbruck e poi a Spital, «il campo di punizione per i civili vicino al famoso Stalag 17, dei prigionieri americani. Mi ricordo che è ottobre, ha nevicato, c'è un metro di neve e io ho addosso solo il camicione con cui sono uscito da San Vittore, con una bandiera blu cucita addosso. Anche se siamo trattati malissimo e ho freddo, abbiamo una brandina singola e una coperta. Ci portano anche a fare la doccia, e mi ricordo di due polacchi che non volevano mai farla. Ero stupito; ma insomma dopo un po' mi dissero che c'erano posti dove mettevano i prigionieri nelle docce e invece dell'acqua arrivava il gas. Io non ci credevo, non lo sapevo, e invece era tutto vero e loro lo sapevano giá , ha capito che storia?», dice Mike Bongiorno.

Il complice che stava con «il boia di Bolzano», Otto Sein, non è mai stato identificato: «Giravano sempre insieme», conferma il presentatore. «Chissá  che fine ha fatto... Io ho perdonato, ma sono vivo, avevo compiuto i miei vent'anni in carcere, le ferite si sono rimarginate. Quando parlo con dei miei amici ebrei, persone che hanno perso familiari e hanno subito atrocitá  inenarrabili, vedo odio, nei loro occhi. E capisco che possono avere ragione».

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