News per Miccia corta

25 - 01 - 2008

E Moravia fu fischiato dai sessantottini

(la Repubblica, VENERDáŒ, 25 GENNAIO 2008, Pagina 44 – Cultura)

 


 


 

 

 

In edicola "MicroMega" con due fascicoli, uno dei quali monografico, dedicato interamente al movimento che cambió l'Occidente

 

MASSIMILIANO FUKSAS

 

 

 

Il numero di "MicroMega" da oggi in edicola è composto di due fascicoli, uno dei quali monografico dedicato al Sessantotto. Anticipiamo parte dell'intervento di uando si parla della giornata di Valle Giulia, ancora oggi, si cita la celebre poesia di Pasolini. Ma quello non fu il primo episodio di polemica tra il movimento ed un grande intellettuale della sinistra.

Il primo avvenne giá  con Moravia. Moravia, insieme a Siciliano, Dacia Maraini, e qualcun altro, venne nell'Aula I di Lettere per manifestare la propria solidarietá  verso gli studenti.

Noi eravamo estremamente diffidenti e con i media non volevamo avere alcun tipo di comunicazione. Moravia scriveva sul Corriere della Sera e cosí quando entró nell'Aula I venne accolto da un coro canzonatorio che ripeteva «Corriere della Sera, Corriere della Sera...». Lui tentó di parlare ma poi se ne andó.

Nello stesso periodo Scalfari organizzó una tavola rotonda a L'Espresso, insieme e allo stesso Moravia. Per rappresentare gli studenti parteciparono Valerio Veltroni, fratello di Walter, che era quello con maggiori rapporti con i giornali (era una cosa di famiglia), Petruccioli, Scalzone e io (forse c'era anche qualcun'altro ma sinceramente non me lo ricordo). Moravia cominció subito aggredendoci: «Ma voi non conoscete nulla della Cina!». Lui era appena tornato dalla Cina e ci accusava di essere ignoranti sulla Rivoluzione culturale e tutto il dibattito che ne era seguito. Noi siamo stati molto duri nei suoi confronti e a un certo punto ci siamo alzati e ce ne siamo andati. Cosí finí l'incontro, dal quale fu peró tratta una doppia pagina sull'Espresso di allora.

Per quanto concerne invece la polemica con Pasolini, occorre dire che lui aveva ragione sui poliziotti. Ma si sbagliava riguardo a noi. Non eravamo figli della borghesia, come diceva lui. Piuttosto potevamo essere accostati al ceto medio: avevamo studiato, avevamo frequentato buone scuole e andavamo bene all'universitá , avevamo viaggiato molto con l'autostop o con altri mezzi. Ma non eravamo certamente di estrazione borghese o alto-borghese. Nel nucleo dei piú attivi, che erano un paio di centinaia, ci si conosceva piú o meno tutti. I fratelli Petruccioli, ad esempio, erano di famiglia operaia, figli di un ferroviere, e vivevano allo Scalo di San Lorenzo, in una casa delle Ferrovie; una casa popolare per quanto dignitosissima. Il padre di Piperno non ricordo se fosse preside di una scuola media o dirigente scolastico. Mio padre era un professore di filosofia. C'era anche qualcuno un po' piú ricco, per esempio Nicoletta Stame, che era figlia un notaio di Bologna. Ma in generale la natura sociologica del movimento era molto diversa nella realtá  da quella descritta da Pasolini.

Credo che sul suo giudizio sia pesata l'estrema fascinazione verso la cultura contadina e delle periferie. E naturalmente sulla sua presa di posizione influiva anche il nodo dei rapporti tra il movimento e il Pci, il «povero, vecchio, togliattiano, ufficiale Partito comunista», che per Pasolini continuava a essere bene o male un punto di riferimento: «Mettete da parte», scrisse nella celebre poesia su Valle Giulia, «l'unico strumento davvero pericoloso per combattere contro i vostri padri: ossia il comunismo».

In realtá  la posizione del movimento rispetto al Pci era assai articolata. C'era una parte, costituita dagli ex del Pci e della Fgci, che era radicalmente avversa. Un'altra che definirei «indifferente». E, infine, una terza, che era ancora nel Pci, o quanto meno simpatizzava. Paolo Franchi, ad esempio, era nella Fgci, ma anche nel movimento, cosí come i Bolaffi; Marco Lippi, che allora era giá  professore, era vicino al Pci ma prendeva parte anche alle nostre iniziative.

Nel movimento sono poi confluiti tutti i piccoli gruppi che giá  esistevano negli anni Sessanta: i marxisti-leninisti, i trotzkisti (fra cui Paolo Flores d'Arcais, che era uno dei piú rappresentativi, e Franco Russo) eccetera. C'erano infine personaggi atipici, tipo Roberto Gabriele, che faceva l'antiquario e non sapevamo bene che ci facesse fra di noi, eppure era una persona attiva.

Come si vede anche solo da questa rapidissima descrizione della situazione romana, non si puó giudicare il movimento come fosse un monolite, perché al suo interno le posizioni erano molto articolate, anche rispetto al rapporto con il Partito comunista italiano.

Credo che il '68 abbia costituito il punto terminale di un segmento di storia italiana molto particolare, quale quella degli anni Sessanta. Gli anni Sessanta sono stati caratterizzati dal protagonismo di una nuova generazione affacciatasi nella societá  dopo la ricostruzione, dopo il boom economico dell'inizio del decennio. La stessa classe dirigente di quegli anni (compresi i comunisti) non capí che occorreva aprirsi e favorire un certo ricambio, per coinvolgere coloro che si erano formati all'interno di esperienze portatrici di una straordinaria carica creativa. Era una situazione, mi pare, non dissimile da quella di oggi, con una classe dirigente arroccata in un fortino inaccessibile. Il '68 fu anche una risposta a quella crisi, all'impossibilitá  di riformare un sistema.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori