News per Miccia corta

20 - 01 - 2008

Aushwitz mai vista

(la Repubblica, DOMENICA, 20 GENNAIO 2008, Pagina 25 – Copertina)

 

 

 


 

ሠla primavera del 1944. Due ufficiali nazisti scattano centinaia di foto agli ebrei sottoposti alla "Selektion" per documentare l'efficienza della loro macchina di morte Ora l'"Album Auschwitz", dopo una storia rocambolesca, viene pubblicato in Italia da Einaudi. E svela i volti e i gesti di uomini, donne e bambini sull'orlo dell'abisso Lili Jacob cercava una coperta e trovó le immagini di gente che conosceva bene Solo nel 1980 Lili si decise a separarsi dall'album per darlo allo Yad Vashem

 

 

SIMONETTA FIORI

 

 

Cercava una coperta per riscaldarsi, ma nel vecchio armadio dell'infermeria Lili Jacob trovó un album spiegazzato. Non era il momento per guardare le fotografie - nel campo di concentramento di Dora erano appena arrivati gli alleati - ma alla giovane deportata bastó un attimo per capire che quelle immagini le appartenevano. C'erano i suoi fratellini lá  dentro, Sril e Zelig, nei loro cappottini impreziositi dagli alamari, e il nonno Abraham con la nonna Sheindele leggermente ricurvi sui bastoni, guarda c'è anche il cugino Mendel con quella sua aria da signorino, e la zia dall'espressione un po' corrucciata. Erano foto di famiglia, anzi di famiglie, con il rabbino e suo fratello, l'avvocato Hegedush in doppiopetto e borsalino, la signora Falkovics nel suo tailleur impeccabile nonostante il viaggio sul carro bestiame, e tutti quei bambini accalcati lungo i binari, le manine intrecciate a quelle dei grandi, lo sguardo perso tra incredulitá  e timore. E le gigantesche stelle gialle, ingombranti e fuori misura, surreali come tutto il resto.

Lili ricordava bene quella giornata di maggio ad Auschwitz, il loro arrivo nel campo di Birkenau nella primavera del 1944. Erano le ultime ore trascorse con i suoi. Avevano viaggiato per giorni stipati in soffocanti vagoni dalla Rutenia carpatica, una regione dell'Ungheria. Sulla banchina centrale, affollata di gente e bagagli, tutto sembrava incomprensibile e folle. Ma era ancora vita, pur nei suoi ultimi residui di dignitá .

gesti premurosi delle madri, la complicitá  tra le donne, i sorrisi incerti dei piú vecchi, anche la curiositá  verso quell'obiettivo che li riprendeva. Vite sospese, non ancora sfigurate dallo sterminio. Una marcia inconsapevole verso le camere a gas. Lei no, Lili s'era salvata, unica sopravvissuta della sua famiglia. «Abile al lavoro», aveva decretato il Caronte in divisa, con la pacata sicurezza di chi svolge il suo ufficio di ogni giorno. Il braccio elevato verso sinistra significava la Lagerstrasse e la Zentralsauna, ossia i campi di lavoro. Il gesto contrario indicava i forni crematori. Prima peró c'era la sosta nel bosco di betulle, l'ultimo inganno. Ecco tra le fotografie scattate nel verde del Birkenwald la piccola Gertel Mermelstein, la bambina infiocchettata, che fa le polpettine con la terra. Un momento di sollievo all'aria aperta, pensó Lili mentre sfogliava le pagine, una "scampagnata" proprio davanti alle "docce". La giovane donna strinse a sé quell'album e il segreto che custodiva. Gli ultimi istanti prima del buio.

Mostra la vita, non la morte, questa testimonianza visiva senza precedenti sullo sterminio, quasi duecento fotografie pubblicate ora per la prima volta in Italia. Ed è forse questo slittamento a toccare le corde piú profonde. «Un senso di disagio interiore molto forte», confessa Marcello Pezzetti, curatore dell'Album Auschwitz e direttore del nuovo Museo della Shoah in allestimento a Roma. Non piú volti scarnificati, cumuli di scarpe ed occhiali, uomini senza capelli e senza nome da cui ci si ritrae perché altro da sé. Non piú il disumano di Primo Levi o l'Urlo di Munch. Sotto l'obiettivo professionale di due ufficiali nazisti, incaricati del reportage dalla fabbrica della Shoah, scorrono scene di vita quotidiana. Cittadini europei che marciano ignari verso i forni crematori. «Ci appartengono, sono parte di noi», dice Pezzetti. In loro riconosciamo i nostri gesti piú ordinari, espressioni d'amore o d'angoscia, anche inattese solidarietá , i figli piú grandi che badano ai piú piccoli, i bambini con le mani in bocca, le nonne che vegliano. E soprattutto gli sguardi: occhi pieni di stupore e innocenza, occhi che interrogano, occhi che non sanno - commenta con sottigliezza Simone Veil - e dunque non possono comprendere le lacrime di noi che li guardiamo, testimoni muti e consapevoli. Nato per documentare la straordinaria efficienza della macchina della morte, l'Album Auschwitz finisce per ritrarre la vita. Quei momenti preziosi a un passo dall'inferno.

Della "Selektion" è documentata ogni fase, dall'arrivo sulla rampa alla confisca dei beni e alla condanna finale, ma la macchina fotografica degli ufficiali Bernhard Walter ed Ernst Hofmann si ferma davanti al cancello del crematorio. No, lí non si entra, è meglio non mostrare. Si fa finta che sia una doccia di disinfestazione, e anche gli ebrei si illudono. «Ricordatevi il numero dell'appendiabito», suggerisce gentile il medico nazista, lo stesso che li ha selezionati, «cosí dopo ritroverete la vostra roba». In dieci minuti è finito tutto. Le macchine della Top & Sá¶hne di Erfurt fanno il resto. Ma quello nell'album non si vede, non è buona propaganda.

Non traspare violenza né aggressivitá  in queste foto. Le Ss hanno messo via fruste ed armi, non urlano piú, anche i loro corpi appaiono distesi. «Siamo nella fase piú alta e perfetta della soluzione finale», dice Pezzetti. «I nazisti avevano capito che, per uccidere il maggior numero di ebrei nel minor tempo possibile, c'era bisogno d'ordine. E l'ordine si otteneva non con la forza ma con la finzione, con le parole ingannevoli». ሠla filosofia espressa da Maximilien Aue, il ripugnante ufficiale delle Einsatzgruppen ritratto da Jonathan Littell in Le Benevole. «Una donna vedendomi mi domandó indicandomi suo figlio "Herr Offizier! Potremo restare insieme?". "Non si preoccupi signora, non sarete separati". L'importante era rasserenarli, non suscitare reazioni agitate». E infatti non c'è disperazione nei volti di questi deportati, solo occhi che chiedono una risposta.

Non sará  facile, nel dopoguerra, persuadere Lili a cedere l'album avventurosamente ritrovato. Era la sua storia, e quella della sua famiglia. Era la storia della sua comunitá , un gruppo di ebrei ungheresi cresciuti nelle campagne, piccoli artigiani e commercianti, ma anche avvocati, medici, farmacisti, cantanti riconoscibili dagli spolverini eleganti, una comunitá  catapultata un giorno di primavera nell'anticamera dell'inferno. Solo col tempo Lili comprenderá  il valore pubblico di quelle immagini, grazie alle quali nel 1964 una ventina di carnefici fu condannata all'ergastolo. Ma anche lí, sul banco dei testimoni al processo di Francoforte, Lili si oppose alla richiesta del presidente di separarsi dall'album: era un pezzo della sua vita. Fu Serge Klarsfeld, celebre cacciatore di nazisti, a convincerla a regalare le foto allo Yad Vashem di Gerusalemme. Nell'agosto del 1980 Lili si decise a fare il gran passo. «Mi sono tolta un peso dal cuore», disse la donna mentre con le mani tremanti consegnava l'album al museo della Shoah. Il "documento sacro" di Auschwitz non era piú solo una storia sua, era storia di tutti.

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