News per Miccia corta

14 - 01 - 2008

Il golpe inglese /2

(la Repubblica, domenica 13 gennaio 2008)

 

vedi la prima puntata

 

Per i laici l'ambasciatore Millard consulta Giovanni Spadolini. Lo trova piuttosto agitato: «áˆ un sintomo grave che il presidente Moro abbia convocato Berlinguer a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri. Cosí ora i comunisti fanno virtualmente parte della maggioranza, ma non sono piú in grado di dare ordini alla classe operaia. Per farlo - scherza, ma non troppo Spadolini - avrebbero bisogno dell'Armata rossa». E comunque: «Il Pci è ormai parte integrante del sistema politico, che sta andando a pezzi. L'unica speranza è che sia contaminato dal potere come gli altri partiti». Parla da intellettuale, ma anche come ex ministro (dei Beni culturali, nel dicastero Moro-La Malfa): «La polizia è insoddisfatta e il quaranta per cento degli agenti sarebbe pronto a partecipare a un colpo di Stato di sinistra. I carabinieri invece sono molto piú affidabili». Commento di Millard: «Si percepisce un clima di profonda depressione, quasi di disperazione, per non dire di panico».

Il tempo stringe, è la formula che risuona nei documenti britannici. A Londra Henry Kissinger incontra il nuovo ministro degli Esteri di Sua Maestá , Anthony Crosland. Da parte americana si avverte un indubbio nervosismo: «La questione dell'obbedienza del Pci a Mosca è secondaria. Per la coesione dell'occidente - è ora la tesi di Kissinger - i comunisti come Berlinguer sono piú pericolosi del portoghese Cunhal». Ribatte Crosland: «Il Pci non avrebbe il prestigio di cui gode se gli altri partiti italiani non fossero messi cosí male. Ma vi sono segni di decadenza anche tra i comunisti, corruzione, come nel caso di Parma». E francamente colpisce che leader cosí potenti si abbassino a parlare di un piccolo scandalo edilizio che nell'autunno del 1975 coinvolse l'amministrazione rossa della cittá  emiliana. La risposta di Kissinger, comunque, sembra stizzita: «Sembrano tutti ipnotizzati dai successi del Pci, senza avere idea di cosa fare per bloccarne l'ascesa».

Il 13 aprile un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office elabora un dossier che ha proprio il compito di stabilire la strategia operativa anticomunista, graduandone le mosse a seconda dei vari scenari. La prima parte è dedicata appunto a come impedire che il Pci vada al governo e sono indicati i vari passi da compiere: finanziamento degli altri partiti, orchestrazione di campagne stampa sul pericolo, attacco alla credibilitá  delle Botteghe Oscure, moniti ai sovietici.

 

 

 

Option Number Four

 

Nella seconda parte il documento offre delle soluzioni per cosí dire pratiche nel caso il Pci sia giá  riuscito a conquistare una quota di potere, cioè sia giá  andato al governo. A questo punto gli scenari sono cinque, e cinque di conseguenza le options, ciascuna esaminata a seconda dei vantaggi e degli svantaggi. La linea piú morbida è definita «Business as usual» e prevede di «continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato». Seguono, in ordine di gravitá , «misure di ordine pratico-amministrativo» per «salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell'Alleanza atlantica». Come ulteriore scelta, sempre rispetto all'Italia, gli inglesi si riservano di mettere in atto una «persuasione di tipo economico» che si traduce in una serie di pressioni anche sul piano della Comunitá  europea e del Fondo monetario internazionale. Entrerebbero in gioco, in quel caso, posti di potere in tali organismi, benefici, prestiti. «Occorre comunque precisare - si legge - che tali misure cesserebbero se il Pci abbandonasse il governo».

La Option Number Four ha un titolo che, anche in lingua inglese, non è che suoni proprio tranquillizzante: «Subversive or military intervention against the Pci». Ecco come comincia: «Questa opzione copre una serie di possibilitá : dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l'obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall'esterno». Vantaggi: «Tali misure possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo». Svantaggi: «Vi sono immense difficoltá  pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un'operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione puó danneggiare gli interessi dell'occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera piú decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all'interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell'iniziativa». E conclude: «Anche se l'intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando cosí l'influenza comunista e quella dell'Urss sul lungo periodo».

L'ultima opzione prevede, seccamente, «l'espulsione dell'Italia dalla Nato». Vantaggi: «Si tutelano i segreti e si elimina la possibilitá  che l'Italia comprometta l'alleanza dall'interno». Ma in questo caso, secondo gli analisti del Fco, si arriverebbe alla «chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l'occidente. Ma l'Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all'Urss in cambio di denaro». In ogni caso, conclude il dossier, «si renderebbe necessaria una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell'alleanza. Potrebbe anche essere compromessa la capacitá  americana di intervenire in Medio Oriente e di influenzare quei paesi a livello politico. Di conseguenza, il ritiro dell'Italia dalla Nato si trasformerebbe di fatto in una sconfitta dell'occidente di fronte al mondo intero».

Dopo tanto tempo viene da chiedersi, e pure con un certo sgomento, se e in che misura nel 1976 gli italiani fossero consapevoli dei rischi che correvano. Si ha qualche scrupolo a montare un caso di golpismo postumo, per giunta irrealizzato. Eppure, c'è da dire che mai come allora l'idea stessa del golpe, la minaccia di golpe, le voci di golpe, la vigilanza e l'autodifesa in caso di golpe, erano entrate da tempo nell'immaginario politico.

C'era stata la Grecia (1967) e poi il Cile (1973); e qui il "Piano Solo" del generale col monocolo, Giovanni De Lorenzo (1964), il tentativo del "Principe nero" Junio Valerio Borghese (1970) e la Rosa dei Venti (1974). Circolavano anche film (Colpo di Stato di Salce e l'indimenticabile Vogliamo i colonnelli di Monicelli) e perfino barzellette: «Dicono a De Martino: "Sono arrivati i carri armati", e quello: "Bene, e a noi socialisti quanti ce ne toccano?"»). Umorismo in veritá  raffreddato dalle tante, troppe stragi di quegli anni: Piazza Fontana, Reggio Calabria, Peteano, Piazza della Loggia, Italicus.

Alla metá  degli anni Settanta i capi comunisti sono prudenti e qualche volta dormono fuori casa: «Non ci prenderanno a letto», garantisce Pajetta. Ogni tanto qualche capo democristiano, ad esempio Moro, se ne esce con criptiche denunce tipo: «Sta prendendo corpo un torbido disegno eversivo». Ogni tanto finisce in prigione qualche generale dei servizi segreti, accusato di cospirazione politica e insurrezione armata: proprio nel febbraio del 1976 tocca al generale Gianadelio Maletti, mentre a maggio la magistratura di Torino chiede l'arresto di Edgardo Sogno, figura di spicco della Resistenza non comunista, poi divenuto cosí acceso anticomunista da farsi ispiratore di un golpe detto «bianco», para-legalitario. Scrive Pier Paolo Pasolini nell'articolo sulle lucciole, la cui scomparsa nelle campagne definiva poeticamente la grande mutazione antropologica degli italiani: «áˆ probabile che il vuoto di potere stia giá  riempiendosi attraverso una crisi e un riassestamento che non puó non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato».

Perché si potrá  anche sorridere di questa strisciante mitomania golpistica, dietrologica e pistarola; cosí come del comandante della Guardia Forestale Berti, con il suo spadone, che nella notte dell'Immacolata Concezione, da Cittaducale, provincia di Rieti, si lancia alla conquista del Viminale. Ma assai meno viene da sorridere leggendo il rapporto top-secret inviato a Londra dall'addetto militare dell'ambasciata britannica a Roma, colonnello Madsen, un mese esatto prima delle elezioni del 20 giugno. Titolo: «La reazione delle forze armate italiane alla partecipazione comunista al governo e l'effetto che essa puó avere sul contributo dell'Italia alla Nato». Sono undici pagine fitte e dettagliatissime, dai piani di ristrutturazione appoggiati dal Pci al movimento dei «proletari in divisa» organizzato da Lotta continua. E di nuovo le conclusioni dell'indagine vanno a parare sul colpo di Stato: «Gli ufficiali delle Forze armate sono per la maggior parte di destra o di estrema destra. Tuttavia i soldati di leva riflettono le inclinazioni politiche tipiche dell'Italia attuale. In teoria, se non in pratica, il Pci potrebbe contare sul sostegno di un terzo delle Forze armate. Una eccezione importante è costituita dai Carabinieri, ottantaseimila uomini tra i quali il Pci non ha appoggi. Ma i Carabinieri sono tradizionalmente leali al governo, qualunque sia il suo colore politico». Rispetto all'ipotesi di un governo con i comunisti, sostiene il colonnello che «il sentimento degli ufficiali è generalmente di preoccupazione. ሠdifficile individuare nelle Forze armate un nucleo abbastanza forte o influente da promuovere un golpe. L'unica possibile eccezione è quella dei Carabinieri. Nell'attuale situazione è improbabile che i militari lo appoggino. Tuttavia potrebbe in breve crearsi una situazione tale da favorire un putsch militare "per l'ordine pubblico", soprattutto se i risultati delle elezioni del 20 giugno generassero una situazione di incertezza politica». La premessa è che si tratta di uno «scenario ipotetico». Ma al tempo stesso il colonnello Madsen segnala al suo ministro della Difesa che «nei piani di ristrutturazione, le forze armate italiane hanno di recente rafforzato le formazioni territoriali e quelle dei pará  con l'obiettivo di condurre operazioni di salvaguardia della sicurezza nazionale, nel caso venga meno l'ordine pubblico».

 

 

 

Parco Lambro e "Porci con le ali"

 

Beato il paese che non ha paura del proprio passato. E che in nome della democrazia e della trasparenza apre regolarmente i suoi archivi a studiosi, appassionati e gente comune. Detto questo, a rileggere queste carte, si resta colpiti da un dubbio: meritava, l'Italia, la societá  italiana, di essere sorvegliata in quel modo? Come una repubblica delle banane in mezzo al Mediterraneo? Torna alla memoria quel 1976: «E l'Italia giocava alle carte/ e parlava di calcio nei bar» come ne La presa del potere di Gaber. Si resta un po' interdetti fronte a certe canzoni di allora: «E la Cia ci spia - questo è un Finardi d'annata - e non vuole piú andare via». L'Italia degli scioperi, della guerriglia urbana, dell'austeritá , della disoccupazione, dell'inflazione, dei mini-assegni al posto degli spiccioli. Parco Lambro e Porci con le ali. Ma anche l'Italia del boom di Benetton, del femminismo, della nascita di Repubblica e delle radio libere, degli ultimi Caroselli e dell'arrivo in tv della banda di Renzo Arbore, con Roberto Benigni improbabile critico cinematografico la domenica pomeriggio. E Gimondi, Panatta, la Ferrari di Niki Lauda. E il terremoto del Friuli, i matrimoni che diminuivano, Gheddafi nella Fiat, le Br che cominciano ad uccidere, il giudice Coco, a Genova, l'8 giugno 1976. Mai che le carte inglesi facciano riferimento al terrorismo rosso e nero di quella stagione di piombo.

Insomma, non c'era solo Berlinguer. Ma in quella primavera fra Londra, Washington e Bruxelles sembra davvero che non pensino ad altro. Il 6 maggio il Fco produce un secondo documento che integra e sviluppa il manuale di metodologia anticomunista del 13 aprile. E tuttavia proseguendo nella lettura si capisce che sull'uso di questi record nei contatti internazionali con gli alleati sorgono dei problemi. Il segretario di Stato si preoccupa delle «implicazioni politiche» di una linea cosí rigida. Nell'ambito dell'amministrazione britannica, che è pur sempre costituita da laburisti, ci sono delle diverse valutazioni. Quelle che pone all'attenzione del Segretario di Stato il suo consigliere politico David Lipsey suonano ad esempio piú moderate e molto meno interventiste: «Se diamo troppa corda ai comunisti potrebbero dichiararsi innocenti oppure impiccarsi da soli. Se invece ci imbarchiamo in un'operazione di linciaggio - è la conclusione - sará  la nostra credibilitá  democratica ad essere danneggiata, non la loro».

Anche per questo il governo inglese è preoccupato che studi, indagini e relazioni restino al sicuro. «La loro esistenza non deve essere rivelata - è la raccomandazione - La Gran Bretagna non deve essere vista come un governo che interferisce negli affari interni dell'Italia». Ma il 18 maggio, in vista di un vertice Nato a Oslo, qualcosa trapela: un articolo del Financial Times dal titolo «I timori del Foreign Office sull'Italia». Il giornalista rivela che l'atteggiamento degli alleati è stato riassunto in un documento ad hoc. Dalla Farnesina, a questo punto, chiedono spiegazioni, ma a Londra fanno i vaghi, ridimensionano: il caso Italia non è nell'agenda ufficiale di Oslo, non c'è nessun paper, del Pci si parlerá  al massimo «nei corridoi».

Piú in generale, al di lá  delle necessitá  diplomatiche, pare anche di cogliere una sottile linea di distinzione fra l'atteggiamento britannico e quello americano. Oltre una certa prudenza che porta Crosland e il premier Callaghan a non fare mosse avventate prima del 20 giugno, il Foreign office si preoccupa soprattutto dell'unitá  degli alleati, il che significa da un lato incoraggiare i francesi e i tedeschi a una maggiore presenza sulla questione italiana e dall'altro di frenare gli americani, soprattutto Kissinger.

Del Segretario di Stato Usa i colleghi britannici sembrano poco apprezzare certe intemperanze, sottolineano che in privato usa uno «strong language», un linguaggio forte; come pure si concedono una qualche distaccata superioritá  quando gli pare che Kissinger si comporti piú da professore di storia che da stratega: «Cosí rischia di perdere di vista le implicazioni immediate delle sue parole - nota l'ambasciatore inglese a Washington, Peter Ramsbotham - sviluppando una sorta di teoria del domino europeo sul lungo termine». Ma gli americani, imperterriti, non solo seguitano a spingere sulla loro linea, ma in un memorandum del 4 giugno si mostrano anche piuttosto seccati dal fatto che mentre gli europei sono indecisi sul da farsi, loro rischiano di figurare sempre e comunque come il «bad cop», il cattivo poliziotto della situazione, tipo in Cile nel 1973.

A pochi giorni dalle elezioni tutto è ancora incerto: «I sondaggi italiani sono notoriamente inaffidabili». Intanto Berlinguer dichiara di accettare l'ombrello della Nato e Montanelli invita a turarsi il naso e votare Dc. E con questo si arriva finalmente al 20 giugno. I risultati non potrebbero essere piú ambigui. La Dc al 38,7 per cento e il Pci al 34,3 risultano i «due vincitori», come li definisce Moro. Ma questi due vincitori, secondo un'analisi del Fco, sono anche «prigionieri l'uno dell'altro».

Una settimana dopo, al vertice di Puerto Rico, riservato alle sette potenze piú industrializzate del mondo, l'Italia si presenta senza un governo. Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d'Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: «Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare». ሠil massimo dell'umiliazione.

Appena chiuse le porte, si affronta il «problema Italia». Il verbale di quell'incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d'accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario.

Quella riunione si tiene effettivamente a Parigi, all'Eliseo, l'8 luglio del 1976. Il padrone di casa è il Segretario generale aggiunto della Presidenza della Repubblica francese Yves Cannac. Per gli Usa c'è Helmut Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato e braccio destro di Kissinger; per i tedeschi arriva Gunther Van Well, alto funzionario del ministero degli Esteri di Bonn; e infine, per la Gran Bretagna, il sottosegretario del Foreign Office, Reginald Hibbert.

ሠa quest'ultimo che si deve il resoconto, a tratti anche abbastanza scanzonato, di un incontro in cui «ognuno ha i suoi buoni motivi per mantenere il Pci fuori dal governo». Giscard vorrebbe un «centrodestra riformista» in Italia perché teme la spinta che a casa sua favorirebbe Mitterrand. Il rappresentante di Schmidt, d'altra parte, punta sulla rinascita del centrosinistra perché un successo di Berlinguer potrebbe spaventare il suo elettorato e aprire le porte a una vittoria dei democristiani nelle imminenti elezioni tedesche. E poi ci sono gli americani che appoggiano decisamente una Dc rinnovata. Insomma, un po' di confusione.

In piú, fa notare Hibbert con evidente disappunto, mancano traduttori e dattilografi che lavorino in inglese e soprattutto c'è una gran fretta perché il rappresentante di Kissinger deve scappare all'aeroporto. Cosí, «Cannac ci invita a pranzo al ristorante Ledoyen, ma l'urgenza è tale che non facciamo neanche in tempo a leggere il menu». In un angolo, Sonnenfeldt si concede una battuta sul clima carbonaro di quel pranzo: «Siete sicuri che l'ambasciatore italiano non sia qui? Se ci beccano, è chiaro che è per parlare di Berlino».

 

 

 

Un incontro "appiccicoso"

 

Chissá  che cosa sapevano Moro, Andreotti o Berlinguer di tutto questo. O che cosa immaginavano. Da quel che si capisce l'incontro di Parigi, che Hibbert definisce «sticky», cioè difficile, insidioso, appiccicoso, fa pensare in realtá  a una specie di ultimo avviso all'Italia, che è anche una prova di commissariamento. Le delegazioni producono una bozza d'intenti che a distanza di trent'anni finisce per avere un certo peso storiografico. S'intitola «Democracy in Italy» e in pratica espone ai futuri governanti italiani quello che devono fare. Cosí comincia: «Malgrado gli ulteriori progressi del Pci, le recenti elezioni consentono di mantenere in vita la democrazia in Italia. Ma è arrivato il momento di mettere fine a questa deriva». La parola usata è «slide», uno scivolamento che porta a una caduta, al collasso italiano.

I quattro grandi dell'occidente non solo alzano il tradizionale muro di fronte all'ipotesi di un governo con il Pci, ma nella riunione segreta di Parigi intervengono anche sulla formula e sulla maggioranza che dovrá  avere il nuovo dicastero: a «guida Dc», con «partiti non comunisti e non fascisti». E quindi provano pure a delineare le caratteristiche della loro compagine ideale: «Un piccolo gruppo omogeneo di uomini di prestigio che lavorino in squadra». Nelle carte c'è addirittura il programma, che tocca amministrazione pubblica, giustizia, sicurezza, economia e politica estera. Si scende nei particolari: un piano a medio termine per il risanamento della finanza pubblica e riduzione dell'evasione fiscale; è indicata la necessitá  di tentare un accordo con imprenditori e sindacati. C'è anche la lotta alla corruzione e perfino un accenno al «nepotismo».

Ma soprattutto si fa notare, sotto un paragrafo dal titolo «The Christian Democratic party», un appello che di nuovo suona come un atto di sottomissione richiesto alla classe di governo del «partito che ha esercitato il potere per trent'anni e rimane il piú forte dopo le elezioni». Per battere il Pci, la Dc dovrebbe (should) ripulire la sua immagine di partito tollerante della «prevaricazione e del sotterfugio», ha il dovere di «liberarsi delle pecore nere», la necessitá  di «mettere ordine a casa sua», di svecchiarsi e arruolare giovani, assicurare maggiore spazio alle donne, ai lavoratori e ai sindacati. Suo compito è anche quello di contestare al Pci l'egemonia culturale «riconquistando l'intellighenzia, le universitá  e i media». Il giorno dopo, 9 luglio, ore 23,20, l'ambasciatore inglese a Washington telegrafa a Londra: «Kissinger approva il paper "Democracy in Italy"». Da Londra, forse, il premier Callaghan un po' si spaventa a leggere quelle carte: «Dobbiamo usare molta cautela considerando il grande danno che ne verrebbe se la loro esistenza divenisse pubblica. Sarebbe un'intrusione diretta negli affari di uno Stato europeo nostro alleato». E aggiunge: «Ogni fuga di notizie finirebbe per essere un regalo ai comunisti italiani».

E cosí potrebbe anche concludersi il grande film del 1976. Poi certo, molte altre cose accadono - e il Foreign Office le registra con la consueta diligenza. Il Pci che rimane sulla soglia del potere. I democristiani che continuano a traccheggiare inventando formule quasi intraducibili, per cui l'andreottianissima «non sfiducia» diventa «non no-confidence». C'è anche un nuovo segretario socialista, il quarantenne milanese Bettino Craxi. L'ambasciatore Millard, che ha l'occhio lungo, lo segnala subito come una luce in fondo al tunnel del caos italiano. Si stabilisce che una sua visita a Londra «sarebbe auspicabile». Arriva l'autunno e a Bruxelles, davanti a Kissinger, il ministro degli Esteri britannico Crosland parla «warmly», con calore, del «signor Craxi».

 

A Roma il successore di Millard è Alan Hugh Campbell. A fine anno l'ambasciatore scrive la tradizionale Christmas Letter al Foreign Office: «Pur immersi nella tristezza, frustrazione, incompetenza, corruzione, gli italiani continuano a essere un popolo duttile e molto operoso. Ma condivido l'idea che non siano maturi per la rivoluzione». E c'è quasi un salto poetico: «Forse, questo spiega la sofferenza che ho osservato sul volto di Berlinguer, l'altro giorno, quando me lo sono trovato seduto vicino durante una cerimonia».

 

 

 

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