News per Miccia corta

05 - 01 - 2008

La tragedia del partigiano Willy

(la Repubblica, 5 gennaio 2008)

 

 



 

Lo psicoanalista aveva undici anni nell'agosto del '44 quando il genitore venne impiccato

"Ricordo il giorno dell'omicidio. Ma di quelle emozioni non ho mai parlato volentieri"

 

 

SIMONETTA FIORI

 

 

ROMA

«Ci sono cose intime di cui non si parla in pubblico. ሠun problema di pudore. E le lettere di mio padre, la sua fine tragica, sono state per me a lungo una questione piú privata che pubblica». Una storia di famiglia delicata e inaccessibile, protetta da Giovanni Jervis con quel tratto di rigore assorbito nelle sue valli valdesi, ma anche con un robusto spirito polemico che - sostiene - è l'altra faccia della sua professione, psichiatra e psicoanalista tenuto al paziente ascolto del malato. «Lei dice che la mia testimonianza è trattenuta? Certi ricordi personali appartengono al mondo delle confidenze, tutto qui».

Settantaquattro anni, affilato nel pensiero e nella fisionomia, Jervis è stato protagonista della battaglia condotta al fianco di Franco Basaglia contro i "manicomi" quali strutture repressive. Per anni s'è adoperato per mettere in pratica i suoi convincimenti sul territorio di Reggio Emilia. Ha scritto saggi importanti sull'identitá , è stato membro del consiglio editoriale dello Struzzo nei tempi aurei di Giulio Einaudi, ha insegnato Psicologia dinamica alla Sapienza, ma sempre fuggevole è l'accenno a quel padre martire della Resistenza, massacrato dai tedeschi a 43 anni. Ora che Bollati Boringhieri ripropone il carteggio tra il padre Guglielmo (Willy) e la madre Lucilla Rochat con le lettere di Giorgio Agosti, Jervis ha accettato per la prima volta di scrivere della sua adolescenza in guerra. Una testimonianza esemplare per sobrietá  e antiretorica, ma come trattenuta da un sentimento di pudore: si ferma sulla soglia dell'orrore, per riprendere dai giorni festosi della Liberazione. (Un filo tenace. Lettere e memoria 1944-1969, a cura di Luciano Boccalatte, introduzione di Giovanni De Luna, pagg. XLVI-240, euro 20).

Quel che Jervis non racconta è l'uccisione del padre, un brillante ingegnere della Olivetti che scelse il partigianato in Giustizia e Libertá : prima incarcerato dai tedeschi e torturato, poi fucilato, trascinato nella polvere per le strade di Villar Pellice - il cuore delle sue valli e della sua fede valdese - infine impiccato a un albero della piazza centrale. Era il 5 agosto del 1944. D'una solida famiglia borghese d'origine britannica, Willy aveva aderito alla Resistenza dopo l'8 settembre. Arrestato nel marzo del 1944, le lettere scritte alla moglie dalle Carceri Nuove di Torino sono uno straordinario impasto di dignitá , fede e impulso morale. «Ci troveremo certo di lá », incoraggia Lucilla il 17 luglio. «Non piangetemi, né chiamatemi "povero". Muoio per aver servito un'idea». Le ultime parole, poco prima della fucilazione, furono da lui incise con una punta sul retro d'una copertina nera d'una piccola Bibbia. «Amore mio caro, temo che non ci sia oggi piú speranza. Sia fatta la volontá  di Dio. Penseró sempre a voi». Non c'è rabbia né rancore. Non c'è odio. Grazie a quel libro sacro, il corpo sfigurato di Willy viene riconosciuto da Tini Jahier, un padre valdese legato alla famiglia. Giovanni ha solo undici anni.

Professor Jervis, chi le disse di suo padre morto?

«Ho un ricordo molto vivo di quel giorno, ma non so esattamente chi mi diede la notizia: e poi di tante situazioni intensamente emotive non ho mai parlato volentieri. Del resto, a lungo considerai la corrispondenza tra mio padre e mia madre come qualcosa di privato. ሠstato mio cugino, lo storico Giorgio Rochat, a farmi capire che quelle lettere potevano avere un interesse sul piano umano, etico e politico».

Quando le lesse la prima volta?

«Tardi, molto piú avanti nel dopoguerra. Ero giá  adulto».

Che impatto ebbe?

«Mi apparvero come qualcosa di molto delicato, da custodire con attenzione. Perfino il nostro sguardo, quello mio e di mia sorella, mi sembrava invadente, come di chi guarda attraverso il buco della serratura».

In che misura quelle missive hanno contato nella sua formazione?

«Non credo siano state influenti. Piú rilevante il fatto d'aver perso tragicamente il padre a undici anni. E il lascito morale dell'antifascismo».

Ma quei documenti ne sono la sintesi simbolica. Mi viene in mente, anche se il paragone per alcuni versi è improprio, l'ultima lettera che Giaime Pintor lasció al fratello Luigi. Questi ne rimase schiacciato.

«Ma si capisce che anche per me fu un'emozione molto forte. Quando mio padre era agli arresti a Torino, una volta ritirammo dal carcere una cartella di cuoio: dentro una tasca interna era nascosto un suo biglietto. Lo trovai io, ed è ancora viva l'impressione della scoperta. Ma per fortuna fui risparmiato dal carico emotivo di quella corrispondenza. Era un dialogo tra i miei genitori, non mi investiva direttamente».

Quelle parole scritte qualche giorno prima di morire - «Non piangetemi, non chiamatemi povero, muoio per aver servito un'idea» - furono fatte proprie dalla retorica antifascista e consegnate alla silloge einaudiana delle Lettere di condannati a morte, quasi uno stereotipo del martirologio resistenziale.

«Ecco, è proprio la traduzione pubblica d'una questione privata che a lungo mi ha suscitato qualche resistenza».

Si coglie nella sua testimonianza come un'insofferenza verso la monumentalizzazione della figura paterna.

«E' stato mio padre, che detestava la retorica e le parole roboanti, a immunizzarmi dall'enfasi e dai toni esagerati. Anche mia madre, donna assai colta e pungente, aveva uno sguardo affettuosamente scettico verso le cose del mondo. Da ragazzo a Firenze, dove ci trasferimmo nel dopoguerra, ero infastidito dagli accenti un po' caricati che intravvedevo nell'oratoria di Piero Calamandrei o di Paolo Barile. Parte dell'intellettualitá  antifascista fiorentina mi appariva un po' piagnona».

Conta in questo suo riserbo la radice valdese?

«Sí, ma non solo. Debbo molto anche a mio nonno materno, un medico socialista che aveva in cura personaggi come Luigi Russo ed Ernesto Codignola. Sono cresciuto in un ambiente libero da fanatismi, mai in famiglia ho respirato sentimenti d'odio o desiderio di vendetta».

In questo è stato un bambino molto protetto.

«Sí, il mondo degli adulti ha come filtrato l'odio che annidava fuori. Anche sotto il fascismo i miei genitori mi davano l'impressione d'essere meno incerti degli altri».

Quando ha capito chi era Guglielmo Jervis?

«Mah, non c'è mai stata una rivelazione postuma e fulminea. Io giá  a undici anni avevo capito chi era mio padre: un antifascista militante, non un Robin Hood. Stavo molto con i miei genitori, seguivo le loro conversazioni a tavola. Che da qualche parte fossero nascoste minacce terribili lo intuii la prima volta nell'estate del 1943, quando sentii un signore ebreo fare un riferimento ai vagoni piombati. Seguí un lungo silenzio».

La sua ricostruzione degli eventi successivi - la fuga da Ivrea, l'arrivo a Torre Pellice, la vita con un padre clandestino - si caratterizza per una tonalitá  inusuale. Anche il ritratto dell'ufficiale nazista che ispeziona la vostra casa dopo l'arresto di suo padre appare poco convenzionale. Sulla rabbia sembra prevalere il rispetto.

«Lo ricordo alto, elegante nella sua divisa da SS, sostanzialmente educato. Forse è solo una questione di cultura: era un uomo coltivato e con mia madre si stabilí un rapporto corretto, compatibilmente con quella situazione. Una volta scrutó con attenzione la nostra radio, poi andandosene disse piú o meno: "Se si vuole sentire certe stazioni, è meglio poi che si sposti la manopola". Per chi ascoltava Radio Londra era prevista la fucilazione».

Quali sono stati i suoi sentimenti quando in tempi recenti hanno tentato di riabilitare "i ragazzi di Saló"?

«Questa domanda presuppone che io parli da figlio di martire...».

Il fatto di essere figlio di Guglielmo Jervis non è dettaglio irrilevante.

«L'elemento emotivo pesó moltissimo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, quando assistetti alla nascita del movimento qualunquista di Giannini, poi a quella del Movimento Sociale e all'amnistia di Togliatti. In anni piú recenti, invece, hanno prevalso considerazioni di carattere politico ed etico. Sono queste che mi hanno indotto a rendere pubbliche le lettere di mio padre negli anni Novanta, quando hanno cominciato a diffondersi teorie storiche revisioniste».

La testimonianza di suo padre tradisce uno spirito religioso molto forte.

«Sí, certo. Per me invece quella valdese, piú che una fede, è identitá  culturale e impronta etica... nel bene e nel male».

Nel male, lei dice. Ma in che senso?

«Penso alla rigiditá  e al moralismo, in cui pure mi riconosco. Non è un caso che tra gli intellettuali che ho frequentato l'indole in cui mi sono piú rispecchiato è quella tormentata di Franco Fortini. In lui confluivano le componenti ebraica e valdese. Un carattere affascinante ma anche insopportabile, duro, spigoloso. Ne accettavo con tenerezza gli aspetti piú antipatici perché in fondo mi ci ritrovavo».

Professore, non le voglio rubare il mestiere, ma non crede che il suo ostinato silenzio sul modo in cui è morto suo padre sia segno d'una rimozione, forse un modo per proteggersi da un dolore troppo grande?

«Puó darsi, non lo escludo. Certo niente avviene a caso».

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